L’isola che non c’è

 “Seconda stella a destra

questo è il cammino

e poi dritto, fino al mattino

poi la strada la trovi da te

porta all’isola che non c’è…..

 

L’isola dove vorrei portarvi è un isola tanto ostentata quanto invisibile. Da anni ci imbattiamo in articoli cartacei o elettronici che raccontano di questa famigerata “isola di plastica”, un isola fluttuante, chiamata Great Pacific Garbage Patch, costituita da un enorme ammasso di frammenti plastici che si è formato nella regione settentrionale dell’Oceano Pacifico per via di una specifica combinazione di venti e correnti marine. Nell’immaginario collettivo, anche in quello presente in rete, questa isola, anzi queste isole vengono descritte come dei veri e propri “continenti di plastica” che galleggiano in una serie di  vortici di spazzatura di dimensioni incredibili.

La classica rappresentazione dei grandi vortici di spazzatura nell’oceano pacifico (Great Pacific Garbage Patch from http://www.scientificamerican.com).

 

Charles Moore, un miliardario convertito alla causa ambientale e fondatore di “Algalita Marine Research Foundation” ha definito come “il sesto continente” un’area di 2500 chilometri di diametro, suddivisa in due “isole di rifiuti” che si concentrano nei pressi del Giappone e a ovest delle Hawaii, formando un vero e proprio continente delle dimensioni paragonabili all’intero territorio del Canada. Anche se gli articoli di Moore sono ospitati dalle più grandi riviste scientifiche, politiche e di attualità, e con alcuni dei suoi pezzi (relativi all’oceano di plastica) ha vinto il Pulitzer Prize nel 2007 se cerchiamo delle immagini reali di queste isole di plastica rimarremo profondamente sorpresi.

 

“Forse questo ti sembrerà strano

ma la ragione

ti ha un po’ preso la mano

ed ora sei quasi convinto che

non può esistere un’isola che non c’è”

 

Provate a digitare in rete qualsiasi parola chiave di riferimento, cercando anche per immagini, ma non ne troverete nessuna indiscutibilmente riconducibile a questo fenomeno che per la sua estensione dovrebbe essere facilmente visibile anche banalmente con Google map. Sono presenti centinaia di schemi, disegni, rappresentazioni grafiche dei diversi “Trash Vortex ma nessuna in grado di mostrare senza ombra di dubbio queste gigantesche isole di plastica.

Una delle fotografie più celebri associata a questa problematica è quella di un uomo che naviga in canoa in uno specchio d’acqua interamente ricoperto da rifiuti; ma in realtà è stata scattata nei pressi del porto di Manila, da tutt’altra parte del pianeta rispetto all’isola di plastica del Pacifico.

 Ma allora quale è la verità? Sono solo suggestioni dei media? Campagne di ecologisti isterici?

No. Decisamente no…….ma questo atteggiamento superficiale nell’utilizzo delle informazioni da parte dei media non ha fatto altro che alimentare interpretazioni sempre meno corrette della realtà della plastica nei nostri oceani, creando spesso vere e proprie leggende metropolitane.

 

“E a pensarci, che pazzia

è una favola, è solo fantasia

e chi è saggio, chi è maturo lo sa

non può esistere nella realtà!….”

 

In effetti dovremmo essere seri, maturi, razionali ed avere il coraggio di dire con forza che l’isola di plastica non esiste….è un isola che non c’è!!!…..almeno nel modo in cui ci viene spesso rappresentata dai media.

Quella che è stata definita “isola” non è altro che un vastissimo ammasso di milioni di frammenti microscopici grandi pochi millimetri che ricoprono circa 5000 km quadrati di oceano. Ci sono anche oggetti di medie dimensioni, come bottiglie e sacchetti, ma la maggior parte della plastica è quasi invisibile ad occhio nudo (frammenti minuscoli e microplastiche) ed ovviamente anche agli occhi elettronici dei satelliti. Per intenderci la loro densità in mare è paragonabile a quella di una manciata di mentine sparse su campo di calcio.

E’ vero, quindi, che esistono aree negli oceani altamente invase da rifiuti di plastica ma non aspettiamoci di vedere un enorme isola galleggiante composta da bottiglie, pneumatici e sacchetti che minacciosamente ruota verso le nostre coste perché rimarremmo profondamente delusi.

Ma il fatto che “l’isola di plastica” non è come l’abbiamo immaginata non significa che non esista e che dobbiamo sottovalutare il gravissimo problema dei rifiuti solidi in mare.

 

“E ti prendono in giro

se continui a cercarla

ma non darti per vinto perché

chi ci ha già rinunciato

e ti ride alle spalle

forse è ancora più pazzo di te…”

 

 Come evidenziato da un report tecnico pubblicato nel 2012 dal CBD (Convention on Biological Diversity), che ha esaminato lo stato attuale delle conoscenze degli effetti dei rifiuti marini (marine debris) fornendo una preliminare valutazione dell’impatto sugli ecosistemi e la biodiversità, i rifiuti di plastica sono stati identificati come uno dei rischi globali al pari dei cambiamenti climatici, l’acidificazione degli oceani e la perdita di biodiversità.

Da un analisi del report (scaricabile a questo link) emerge che l’impatto dei rifiuti marini è stato descritto su 663 specie diverse e che in almeno il 75% delle pubblicazioni analizzate le cause erano effetti diretti di rifiuti di plastica macroscopici che avevano causato, a rettili, uccelli e mammiferi marini, problemi di aggrovigliamento e soffocamento da ingestione. La tipologia di rifiuti marini che solitamente si ritrovano in mare e che possono avere hanno effetti sulla biodiversità marina sono:

 

- cime e reti da pesca (24%)

- altri residui di attrezzi da pesca (16%)

- imballaggi di plastica (17%)

- frammenti di plastica (20%)

- microplastiche (11%)

- carta (0,64%)

- vetro (0,39%),

- metallo (0,39%)

 

La plastica costituisce il 60-80% dei rifiuti in mare e in alcune aree del pianeta il dato arriva al 90-95%. Non sono quindi le “immaginarie” isole galleggianti a preoccupare ma in generale la enorme distribuzione in mare di detriti di plastica anche sottoforma di minuscoli frammenti, spesso in sospensione nei primi 20 centimetridalla superficie che in Mediterraneo ad esempio, come evidenziato da una recente spedizione di ricerca (Expedition MED), hanno un peso medio di 1,8 milligrammi ed una densità media di 115 mila frammenti per chilometro quadrato di mare.

 

Alcuni dei frammenti di materiale plastico ritrovato nei campioni di acqua di mare filtrata durante la campagna ExpeditionMED

Un altro aspetto che spesso viene distorto dai media è quello che riguarda la presunta letalità della plastica ed il suo impatto sulla biodiversità marina.

E’ assolutamente indiscutibile che molti animali sono a serio rischio di sopravvivenza per colpa dei rifiuti plastici (vedi galleria degli orrori); ma altri, tuttavia, sfruttano la plastica per prosperare come mai era successo nella loro storia recente.

Alcuni animali infatti sembrano non badare minimamente al problema, sfruttando i materiali plastici galleggianti come nuovi substrati adatti a deporre le uova o come sistema di trasporto a basso costo energetico per colonizzare nuovi ambienti (trasporto di specie aliene) aumentando la loro possibilità di successo come singola specie.

La realtà è che la plastica, solo per il fatto di essere tale, non sembra essere letale per la maggior parte degli animali e sono ancora pochi gli studi in grado di certificare gli effetti dannosi delle microplastiche (vedi un approfondimento sull’argomento). Non è del tutto corretto, quindi, affermare che la plastica stia distruggendo ogni forma di vita marina.

E’ corretto supporre, invece, che la “plastisfera” questo sesto continente artificiale estremamente esteso ed invisibile (l’isola che non c’è) stia alterando l’equilibrio degli ecosistemi ed avrà sicuramente un forte impatto sulla biodiversità marina. L’evoluzione del fenomeno deve essere ancora studiata nel dettaglio valutandone con criteri scientifici le reali e specifiche potenzialità di rischio ambientale senza generare inutili scenari eco-catastrofici che forniscono un immagine alterata della situazione dei nostri mari.

“E non è un’invenzione

e neanche un gioco di parole

se ci credi ti basta perché

poi la strada la trovi da te……

…..porta all’isola di plastica… che forse c’è.

 

(Le frasi sono liberamente estrapolate dal testo della canzone di Edoardo Bennato L’isola che non c’è - Sono solo canzonette, 1980)

 

 

Questo articolo e’ stato scritto per l’ottava edizione del Carnevale della Biodiversità, che per celebrare il “Darwin Day 2013″ (oggi è il 240mo compleanno di Charles Darwin) ha proposto come tema: “ L’isola che c’è.”

Per la rassegna completa di tutti i blog e post che partecipano al carnevale vai su  Leucophaea, di Marco Ferrari.

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