Sbagliare è umano…perseverare è nipponico!

Mi sono sempre definito un ecologo e non un ecologista. Spesso ho criticato chi si agita per campagne di salvaguardia di alcune “specie elette” (come i cetacei!) ignorando totalmente l’importanza di altri organismi fondamentali (come le microalghe e i batteri!) per i quali non esistono organizzazioni e volontari dedicati alla loro protezione.

Su questo argomento prometto di scrivere qualcosa di più dettagliato in futuro ma ora, contrariamente a quanto premesso, voglio seriamente parlare di cetacei e della loro salvaguardia.

Per motivi di lavoro frequento spesso il Giappone e ci sono tanti aspetti che mi affascinano di questa parte del mondo ancora tanto lontana da noi anche se uno in particolare riesce solo a farmi incazzare e distorcere le mie opinioni nei confronti dello stile nipponico: l’assurda tenacia nel proseguire la caccia alle balene spacciandola per ricerca scientifica.

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Prima di tutto vi invito vi invito a dare un’occhiata a uno delle centinaia di video estremamente crudi e rappresentativi della tecnica di pesca alle balene presenti in rete: vedi il video.

Lo scorso 3 aprile, a seguito di una sentenza della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aja, il ministero per la pesca giapponese aveva annunciato, nonostante una profonda delusione, la rinuncia alla prossima stagione di caccia alle balene in Antartide, per la prima volta in 27 anni e ha deciso di ridurre la quota di balene catturate nel Pacifico settentrionale a 210 per l’anno corrente (170 in meno che la stagione precedente).

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Sembrava una vittoria per chi da decenni denuncia e combatte per vietare questa inutile mattanza ma a quanto pare un rigurgito nazional-nipponico di questi ultimi giorni ha generato un ennesimo passo indietro: una Commissione per la pesca – costituita da 40 membri della Camera dei Rappresentanti, la camera bassa del Parlamento – ha definito il divieto imposto dalla della Corte internazionale di giustizia dell’Aja che obbliga Tokyo a cessare le attività di caccia alla balena come «deplorevole» perché non si può porre fine a «qualcosa che fa parte della tradizione e della cultura giapponese», e ha approvato all’unanimità una risoluzione che invita il governo a prendere in considerazione «tutte le opzioni, tra cui anche la possibilità di uscire dalla Convenzione internazionale sulla caccia alle balene», per aggirare la sentenza (vedi articolo completo).

La caccia alle balene per fini commerciali è stata bandita dall’IWC (la Commissione internazionale per la caccia alle balene) con una Convenzione internazionale entrata in vigore nel 1986. L’IWC aveva comunque permesso la caccia per scopi scientifici, stabilendo soglie che variano di anno in anno.

I paese che nonostante la Convenzione internazionale continuano a cacciare le balene (fonte Sea Shepherd)

I paesi che nonostante la Convenzione Internazionale continuano a cacciare le balene (fonte Sea Shepherd).

Il Giappone ha da sempre usufruito di tale permesso emettendo un permesso “scientifico” per catturare fino a 935 balenottere rostrate, 50 balene azzurre e 50 megattere per poter condurre una ricerca scientifica essenziale sulla condizione di queste specie dopo la caccia eccessiva e senza regole del passato, e che tale ricerca è pienamente sostenibile e regolare.

La qualità scientifica delle ricerche condotte sotto questo programma di caccia scientifica è stata criticata come molto scadente; nel congresso del 2001 della Commissione Scientifica dell’IWC circa 32 scienziati sottoscrissero un documento in cui era espresso che secondo loro il programma giapponese era privo del rigore scientifico e degli standard di revisione accademica utilizzati in tutto il mondo scientifico.

La scusa della ricerca scientifica è un offesa internazionale che non deve essere accettata. Esistono sistemi di prelievo di campioni biologici che permettono di studiare i cetacei senza dover uccidere gli animali.

La realtà è che il costo annuale del “programma di ricerca” (50 milioni di dollari) si basa quasi esclusivamente sugli introiti legati al commercio della carne e i balenieri che prendono in appalto il programma di ricerca commissionato dal Governo non potrebbero continuare ad operare, e i cantieri navali che forniscono le flotte non sarebbero in grado di coprire i costi per la costruzione e la manutenzione delle imbarcazioni se il programma venisse abbandonato (vedi articolo completo).

La caccia scientifica non è quindi nient’altro che un importantissima attività economica per il Giappone.

Esiste addirittura un videogioco, sviluppato da un australiano, che simula ironizzando la ricerca giapponese sui cetacei: Harpooned – Simulatore Giapponese di caccia alle balene a scopo di ricerca: vedi il video del videogioco.

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L’Australia ha fortemente denunciato la folle mattanza di oltre 10 mila balene e aveva chiesto ai giudici dell’Aja di revocare «ogni autorizzazione, permesso o licenza». La sentenza finalmente, con il voto di 12 giudici su 16, ha infine stabilito che il governo giapponese ha effettivamente portato avanti una caccia a fini commerciali passando attraverso un presunto programma di ricerca scientifica.

Come ha precisato qualche giorno fa l’organizzazione Sea Shepherd, uno dei gruppi ambientalisti più attivi che si oppongono alla pratica della caccia alle balene con sede negli Stati Uniti, il governo e l’Istituto giapponese di Ricerca sui Cetacei (ICR) non hanno però intenzione di rassegnarsi e intendono trovare il modo per riprendere la caccia nella stagione 2015-2016.

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Sembra addirittura che, con il solito giochino delle catture a fini scientifici, siano già salpate 4 imbarcazioni super scortate dal villaggio di pescatori di Madoka con l’obiettivo di cacciare e uccidere 51 balene di una specie che non sarebbe interessata dalla sentenza entro l’11 giugno 2014 (vai all’articolo di riferimento).

Secondo un recente sondaggio, il 60% dei giapponesi ritiene di dover continuare il programma di pesca delle balene.

Commettere errori è umano ma perseverare è nipponico!!!!

Marco Faimali (ISMAR-CNR)

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