Le donne per un’Europa sostenibile

Isa Maggi, un curriculum professionale importante e una famiglia con quattro figli, è il migliore esempio di quello che possono fare le donne quando si impegnano nelle cose in cui credono senza risparmio di energia. È lei l’anima degli Stati Generali delle Donne, che hanno iniziato il loro percorso quasi in sordina nel 2013 per diventare presto un interlocutore autorevole per le istituzioni che operano nei campi più diversi: lavoro, diritti, economia, finanza, cultura, etc. Quest’anno, per i 60 anni dell’Europa, gli SGD hanno istituito un laboratorio per capire come rilanciare il progetto europeo dal punto di vista femminile: al primo posto uno studio sulla realizzazione della sostenibilità sociale ed economica in Europa, attanagliata da una crisi complessa (nazionalismi, terrorismo, povertà, inquinamento, migrazioni). Riusciranno le donne a individuare un nuovo progetto politico per l’Europa? In questa intervista, Isa ci spiega idee e obiettivi che stanno dietro a un percorso nato per lasciare un segno.

Com’è nata l’idea degli Stati Generali delle Donne e con quale obiettivo?
L’idea è nata durante un viaggio in Danimarca. Sentivo sempre più forte la necessità di creare un filo conduttore che ci raccordasse tutte, al di là delle ideologie, dei partiti, delle appartenenze per mettere al centro un tema sacro: il lavoro delle donne. Se creiamo lavoro ridiamo dignità alle donne e mettiamo il sistema economico nelle condizioni di ripartire. Più donne lavorano, più aumenta il Pil.

Quale accoglienza ha riservato la politica a un interlocutore tanto autorevole?
La politica non è interessata alle donne, non facciamo audience. Per questo abbiamo avviato il laboratorio sulle politiche di genere Mo’ Basta, per donne che vogliono diventare donne di governo.

Come si può superare lo stereotipo del “soffitto di cristallo”? È davvero una questione di genere, o forse le donne sono più in competizione tra loro?
Questo è diventato il nostro mantra. Il tetto di cristallo ce lo siamo creato e ce l’hanno creato. “Solo le donne forti amano le altre donne, non le temono né le invidiano perché la loro forza è nel riconoscersi”.

La crisi economica ha avuto effetti pesanti sull’occupazione femminile. In che misura il suo aumento potrebbe fare la differenza in termini di crescita?
Il grado di civiltà di una società si misura dalla partecipazione alla vita pubblica ed economica delle donne. È arrivato il momento di pensare alle donne come a una risorsa per il mondo aziendale, per la società e il sistema economico in generale. Nel 1999 Kathy Matsui, analista di Goldman Sachs, ha coniato il termine womenomics. Il suo ragionamento era molto semplice: quante più donne entrano nel mercato del lavoro, tanto più le economie dei paesi cresceranno e la crescita economica produrrà crescita della popolazione. Gli studi recenti di Bankitalia e del FMI affermano esattamente le stesse cose.
L’Italia, ad oggi, risulta essere fra i primi paesi dell’area comunitaria con il tasso di disoccupazione femminile più elevato dopo la Grecia, la Spagna, la Croazia, Cipro e il Portogallo e si colloca al secondo posto per tasso di occupazione femminile più basso, superata solo dalla Grecia. Siamo il secondo paese dell’Unione Europea, dopo Malta, con il tasso di inattività femminile più elevato. Per quanto ancora possiamo continuare a ignorare il sapere e la progettualità femminili?
Le donne vogliono figli e figlie e lavoro. Ma sono capaci gli uomini, senza le donne, di dare risposte utili a questi due fatti fondamentali che riguardano la vita, il tempo, il futuro, la storia e le pratiche di donne e uomini? Hanno capito che da soli è ormai impossibile disegnare un mondo nuovo, vivibile per tutti e tutte all’interno di una democrazia sostanziale? È tempo di mettersi in una relazione costruttiva, consapevoli ciascuno e ciascuna di noi della propria parzialità e che “tutti e tutte nasciamo bisognosi e bisognose di cure reciproche”. È necessario porsi in una sfera critica rispetto agli errori che sono stati fatti nel campo dell’economia. Oggi il lavoro è cambiato, non richiede più forza fisica, si compie con modalità differenti e ha bisogno di più pratiche di cura e di altri tempi. Il sapere delle donne può essere valore fondante di una buona vita per tutti e tutte: si lavora per vivere, non si vive per lavorare. Perché l’esperienza della cura non è diventata importante nella rappresentazione del lavoro che sindacati, politici e industriali hanno inventato? Bisogna assumere quel “di più” della sapienza delle donne, quella cura che sanno mettere in ogni loro gesto, senza spingerle a copiare gli uomini; mettere in politica questo valore aggiunto si tradurrebbe in un guadagno per la società nel suo insieme.
Se gli uomini imparano che la cura del/nel lavoro oggi non è eccedere in parole e tempo di lavoro, e che la cura femminile del lavoro è una valorizzazione, magari potrà cambiare davvero il sistema di lavoro, la sua dignità e anche il riconoscimento economico per chi lo svolge. Le donne quindi possono orientare gli uomini a parlare di lavoro, di nuova economia, di benessere, per tutte e per tutti.

Questa domanda, sicuramente, a un uomo non sarebbe stata posta. Lei è una professionista impegnata su molti fronti, ma è riuscita a mandare avanti una famiglia con quattro figli: qual è stato il suo asso nella manica per riuscire in quella che per troppe rimane una mission impossible?
Il fatto che ho condiviso tutto, ma proprio tutto, con mio marito.

Un airbnb per i rifugiati

Nei giorni scorsi è stato presentato il Dodicesimo Rapporto Osservatorio Romano sulle Migrazionidosi, curato dal Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”: uno studio che fotografa in modo capillare la situazione dell’immigrazione nel Lazio, nella Città Metropolitana di Roma e nel Comune di Roma.
Fra i tanti spunti forniti dall’indagine, vorrei segnalare un caso che esce un po’ dal consueto. L’associazione Refugees Welcome Italia Onlus (RWI) nasce nel 2015, ispirata da un analogo esperimento tedesco, con l’obiettivo di rovesciare l’approccio al problema delle migrazioni: vuole creare un’esperienza di convivenza, condivisione e conoscenza reciproca per attivare un processo di trasformazione culturale e sociale. In sostanza, seguendo uno schema che ricalca quello di Airbnb, RWI mette in contatto i rifugiati con le persone che vogliono accoglierli in casa per creare dei percorsi di inclusione. La selezione è molto accurata, i periodi di soggiorno sono variabili (da tre mesi a un anno) e la procedura segue precisi schemi organizzativi. In più c’è l’affiancamento del facilitatore, una sorta di punto di riferimento da consultare in caso di difficoltà, ma anche colui che aiuta il migrante nel definire il suo progetto di autonomia. Queste sperimentazioni di accoglienza abitativa costituiscono una realtà ancora molto esigua (circa 10 a Roma e 40 in tutta Italia). Tuttavia, a prescindere dai risultati, ancora una volta la creatività della società sembra aver superato le incertezze della politica.
Un fatto rimane indiscutibile: che ci piaccia o no, il fenomeno delle migrazioni è destinato a durare e richiede interventi idonei. Anche perché la presenza degli immigrati fa emergere le molte e complesse disfunzioni socio-economiche presenti nel nostro territorio, a livello sia nazionale che locale, e mette in competizione le fasce più deboli della popolazione in una sorta di guerra tra poveri. Come sottolinea Ewa Blasik di ANOLF Lazio (Associazione Nazionale Oltre le Frontiere, che fa parte della Cisl), “dietro il fenomeno dell’immigrazione ci sono persone, esseri umani che hanno bisogno di ascolto, di aiuto per orientarsi nel ginepraio normativo che mette in difficoltà anche chi parla italiano, di qualcuno che spieghi loro come inserirsi in un contesto lavorativo onesto, come accedere ai servizi sanitari, come trovare una casa”.
Dal momento che gli immigrati ci sono, è meglio integrarli e farli rimanere entro i confini della legalità. Un buon punto di partenza è sicuramente la scuola, luogo privilegiato dell’integrazione, dove si gioca il futuro e dove vengono trasmesse le regole di vita della nostra società, a cominciare dal rispetto e dalla tutela nei confronti delle donne. Secondo Blasik “occorre uscire dalla logica degli interventi precari e isolati, e puntare su un piano complessivo: in questo modo la scuola potrà recuperare il suo ruolo di comunità educante di grande valore sociale in cui ragazzi, genitori, insegnanti e istituzioni possono lavorare insieme per costruire un futuro diverso”.

Un ponte fra culture

creative-europe-presentation-tbn copiaLa cultura e i settori creativi in generale non se la passano molto bene, specie in questo periodo di crisi. Ogni tanto, però, circola qualche buona idea. “Europa Creativa” è un programma quadro di 1,46 miliardi di euro dedicata al settore culturale e creativo per il periodo 2014-2020 composto da due sottoprogrammi (Cultura e Media); si propone di rafforzare la competitività del settore e di promuovere e salvaguardare la diversità linguistica e culturale europea.
Due obiettivi, in particolare, hanno attirato la mia attenzione: “promuovere la circolazione transnazionale delle opere culturali e creative e degli operatori culturali” e “supportare la cooperazione politica transnazionale al fine di favorire innovazione, policy development, audience building e nuovi modelli di business”.
Questo dimostra che ci si rende finalmente conto che questi settori costituiscono un grande patrimonio che arricchisce la diversità culturale dell’Europa intera, ma soprattutto sono da sostenere e promuovere perché possono creare crescita e occupazione. Un altro aspetto molto interessante è la dimensione transnazionale di “Europa Creativa”: un sistema per mettere in contatto tra loro organizzazioni culturali e creative di paesi diversi, sia europei che esterni all’UE. Vi cito solo alcuni dei settori che il programma sostiene: dalla traduzione delle opere alle piattaforme che promuovono artisti emergenti, dalla formazione professionale ai festival cinematografici, dalle capitali europee della cultura ai premi per letteratura, architettura, tutela del patrimonio, cinema e musica.
Il Creative Europe Desk in Italia è coordinato dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo con l’Istituto Luce Cinecittà srl; fa parte del network dei Creative Europe Desks, nominati e cofinanziati dalla Commissione Europea per fornire assistenza tecnica.
Tra i 15 progetti europei che hanno vinto il bando “Creative Europe – progetti di cooperazione europea” (categoria larger scale cooperation projects) c’è “Atlas of transitions” che intende promuovere la circolazione delle opere creative rendendole accessibili al grande pubblico. “Atlas of transitions” è stato presentato da Emilia Romagna Teatro Fondazione (capofila), insieme a Cantieri Meticci e al Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Università di Bologna. Nell’arco di tre anni – in partenariato con istituzioni culturali di Polonia, Belgio, Francia, Svezia, Albania, Grecia – il programma intende far sì che arti e cultura diventino strumento di integrazione, promuovendo la comprensione reciproca e il rispetto per la diversità culturale. In particolare, vuole sperimentare innovative modalità di incontro interculturale tra residenti e migranti proprio a partire dall’arte.