TOP-IMPLART, radioterapia mirata con minori effetti collaterali

ENEA, Istituto Superiore di Sanità e Istituto Nazionale Tumori Regina Elena (IFO) di Roma hanno progettato e realizzato insieme TOP-IMPLART, un acceleratore lineare di protoni per la radioterapia oncologica in grado di curare i tumori più profondi limitando i danni collaterali e salvaguardando i tessuti sani. La Regione Lazio ha erogato un primo finanziamento di 4,5 milioni di euro a cui seguirà una seconda tranche di 6,5 milioni per completare e sviluppare l’impianto che servirà l’utenza del Centro-Sud. In questa intervista, Luigi Picardi, responsabile del Coordinamento sviluppo di macchine radiogene per applicazioni medicali dell’ENEA, descrive indicazioni e funzionamento della protonterapia.

Ci può spiegare che cos’è la radioterapia con i protoni impiegata da TOP-IMPLART e in cosa si differenzia da quella tradizionale?
La protonterapia o radioterapia con protoni è un radioterapia di alta qualità, effettuata con protoni invece che con raggi gamma come avviene in quella tradizionale. A differenza dei raggi gamma (o raggi X o fotoni, come talora vengono chiamati, impropriamente), che rilasciano la loro energia attraversando tutto il corpo umano e quindi non solo nella parte tumorale, i protoni, che sono particelle pesanti, cedono la maggior parte dell’energia al termine del loro percorso all’interno del corpo. Così, dosando la loro energia e quindi la profondità di penetrazione nel corpo, la maggior parte della dose è impartita al tumore, mentre nessuna dose è impartita agli organi ancora più profondi, e una minima dose è impartita agli organi più superficiali. Quindi è una radioterapia che risparmia molto di più di quella convenzionale gli organi sani, a parità di effetto sulla massa tumorale.

Per quali tipi di tumore è indicata la protonterapia?
In genere per tutti i tipi di tumori che hanno un localizzazione precisa, e cioè non sono diffusi nel corpo. In particolare però quelli vicini ad organi critici, che debbono essere risparmiati dalla radiazione incidente. Per esempio, la protonterapia effettuata su tumori del distretto testa-collo salva zone cerebrali che non devono essere irradiate, oppure, per esempio, nel caso del melanoma oculare, si riesce a risparmiare completamente il cervello perché l’energia del fascio è programmata in modo che il fascio di radiazione si fermi prima di arrivare a colpire zone sane.

Come viene stabilito il dosaggio e quali sono gli effetti collaterali?
Esattamente come nella radioterapia convenzionale il dosaggio è stabilito dal medico radioterapista, e le modalità di irradiazione sono calcolate da uno staff di fisici definendo il piano di trattamento per ciascun paziente. Il dosaggio viene anche verificato sperimentalmente mediante misure di dose prevista e impartita. Gli effetti collaterali, come spiegato, sono inferiori a quelli della radioterapia convenzionale, perché la terapia è maggiormente conforme alla zona tumorale e risparmia molti tessuti sani.

I malati di tumore sono vittime anche della cosiddetta “tossicità finanziaria”, ovvero le ingenti spese a cui sono costretti a fare fronte. Una di queste riguarda la migrazione verso centri specializzati. L’impianto TOP-IMPLART sarà installato solo nell’Ospedale IFO Regina Elena di Roma? Quale sarà il suo bacino potenziale di utenti?
Purtroppo la protonterapia è più costosa della radioterapia convenzionale poiché i protoni sono più difficili da accelerare degli elettroni su cui si basa la radioterapia convenzionale. Gli impianti sono ingenti e complessi e l’ammortamento è lungo. Il TOP-IMPLART è sviluppato da ENEA, Istituto Superiore di Sanità ed IFO-IRE esattamente con l’intento di diminuire i costi di apparato, di installazione e di esercizio al fine di consentire una più ampia diffusione alla protonterapia. Anche la sostenibilità sarà maggiore, poiché la macchina genererà minore radiazione passiva con vantaggi per l’installazione e per gli operatori. Inoltre le qualità del fascio di protoni generato dal TOP-IMPLART saranno migliori di quelle degli apparati già ora esistenti, cosa che permetterà ulteriori risparmi soprattutto nei dispositivi di rilascio di dose al paziente. Nel team di istituzioni, ENEA progetta e realizza l’acceleratore, l’ISS ne misura le performance e lo qualifica, l’IFO-IRE sviluppa le tecnologie propedeutiche alla pratica clinica, tra cui il software per i piani di trattamento. Nella convenzione Regione Lazio-ENEA, che regola la realizzazione di TOP-IMPLART, è già specificato che la sede prevista sarà comunque nel Lazio e che il bacino di utenza sarà l’intero Centro-Sud dove l’unica struttura presente è a Catania, limitata al trattamento del melanoma oculare. Attualmente, nel Nord Italia, a Pavia e a Trento, sono presenti due impianti di protonterapia basati su macchine differenti.
La modularità della macchina inoltre consentirà il suo impiego, pur se in forma ridotta, anche in centri ospedalieri di dimensione inferiore a quelle dell’IFO, ma pur sempre dotati di una esperienza in radioterapia di alto livello.

Quali tempi si possono realisticamente prevedere perché questa nuova tecnologia, ancora a livello di prototipo, sia applicabile?
Si prevede di completare la macchina prototipo TOP-IMPLART nel centro di ricerche ENEA di Frascati entro tre anni, ove non è possibile la pratica clinica. Una versione ridotta anche se clinicamente applicabile sarà pronta anche prima. Sarà nel frattempo cura della Regione Lazio, che ha finanziato il progetto, di approntare l’opportuna sede ospedaliera dove installare il prototipo. Nel frattempo, oltre alle ditte italiane, e soprattutto del Lazio, coinvolte nella realizzazione del TOP-IMPLART, esistono interessi e iniziative da parte di altre aziende con le quali siamo in contatto. La nostra speranza è che si riesca a creare un pool di aziende italiane che possa produrre e vendere apparati del tipo del TOP-IMPLART e diffondere questi dispositivi in Italia e all’estero, consentendo ulteriore crescita del settore biomedicale.

Un'immagine dell'acceleratore principale

Un’immagine dell’acceleratore principale

Enel e Fondazione Symbola: lo sviluppo è nell’economia circolare

Se la peggiore campagna elettorale degli ultimi anni ha ignorato l’ambiente, per fortuna c’è chi va controcorrente. Enel e Fondazione Symbola hanno presentato cento esempi di economia circolare nello studio 100 Italian Circular Economy Stories. Si tratta di imprese, centri di ricerca, università e non profit che operano in vari settori: abbigliamento e accessori, agroalimentare, arredo ed edilizia, automazione e altre industrie manifatturiere, cartario, chimica e farmaceutica, design e ricerca, elettronica, fabbrica di risorse e materiali, abilitatori e piattaforme, promozione e divulgazione.

L’economia circolare rappresenta il necessario «cambio di paradigma rispetto all’attuale modello lineare di produzione e consumo»: un modello di sviluppo che sta portando al «superamento dei limiti naturali di rigenerazione del pianeta» con effetti allarmanti in termini di cambiamenti climatici, inquinamento, consumo di suolo, perdita di biodiversità.

Cambiare passo richiede la collaborazione di tutti: cittadini, istituzioni, imprese, associazioni. Cosa succede in Italia? I dati di Eurostat certificano che tra i grandi paesi europei l’Italia è quello che impiega nel sistema produttivo la maggiore quota di materia circolare (la cosiddetta materia prima seconda). Pochi sanno che il recupero e il riuso dei materiali fanno «risparmiare energia primaria per oltre 17 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio l’anno, ed emissioni per circa 60 milioni di tonnellate di CO2». Probabilmente la nostra “bravura” nel recupero è dovuta alla povertà di risorse: costretti a fare di necessità virtù, siamo diventati i primi della classe in green economy ed economia circolare.

«Chi dice che è impossibile non dovrebbe disturbare chi ce la sta facendo» recita la frase di Albert Einstein nella prefazione al volume: il percorso può essere disseminato di ostacoli, ma vale la pena crederci e provare. Infatti chi ritiene che investire in economia verde sia una remissione si sbaglia di grosso: le aziende green innovano di più, creano un maggior numero di posti di lavoro ed esportano di più. Alcune aziende hanno la sensibilità ambientale nel DNA, ma non basta: come si può allargare questa sensibilità? Il primo passo, suggerisce Ermete Realacci, presidente di Fondazione Symbola, è abbandonare la pigrizia e abbracciare la curiosità verso l’Italia che innova. Non possiamo ragionare come se fossimo ancora negli anni Cinquanta: oggi più ricicli, più sei economicamente competitivo. Il nuovo modello di sviluppo non è più lineare, ma fatto di filiere intrecciate: gli scarti di un’impresa diventano la materia prima di un’altra. Alziamo quindi l’asticella della circolarità non solo in Italia, ma anche negli altri paesi e, anziché proteggere aziende deboli rafforziamo quelle già forti.

Cosa significa, in concreto, la maggiore efficienza di queste aziende? Minori costi produttivi, minore dipendenza dall’estero per le risorse, maggiore competitività e innovazione caratterizzano un sistema strettamente connesso con le tecnologie dell’industria 4.0: perché lo sviluppo non si misura più dal numero di ciminiere, ma dalla capacità di innovazione. Perché, allora, non dire a voce alta che abbiamo i numeri per essere trainanti a livello internazionale?

Racconta Francesco Starace, amministratore delegato e direttore generale di Enel, che inizialmente si temeva di non riuscire a trovare cento esempi virtuosi, invece ne sono emersi tre volte tanti e si è dovuta fare addirittura una selezione. Queste storie rappresentano «un Made in Italy fatto di bellezza e qualità, ma anche di innovazione e sostenibilità»: un binomio su cui insiste molto anche Fondazione Symbola, per sottolineare che c’è un’Italia che sa guardare al futuro, che riesce a coniugare business e sostenibiltà, che ha scelto coraggiosamente di rimanere in un paese dove si inventano ogni giorno nuovi lacci burocratici per frenare gli imprenditori. In questo Made in Italy che cerca di allinearsi agli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu c’è l’«Italia che fa Italia», come leggiamo nei rapporti di Fondazione Symbola.

Anche Enel, e non da oggi, sta percorrendo una strada green. Dismette le vecchie centrali per riconvertirle e rende circolare l’attività di cantiere. Il concetto di circolarità è presente nelle gare per selezionare i fornitori e nell’alleanza con altre aziende: l’obiettivo è spingere questo valore economico tangibile e stimolare l’innovazione attraverso un utilizzo migliore delle risorse che si traduce in minori costi e minore spreco.

Le 100 Italian Circular Economy Stories sono tutte di grandissimo interesse, ma per ragioni di spazio ne cito una per tutte: un brand del lusso famoso nel mondo come Salvatore Ferragamo ha realizzato insieme ad Orange Fiber una capsule collection con tessuti derivati dagli scarti di lavorazione degli agrumi. Non voglio anticipare altro: dovete assolutamente leggere queste storie che dimostrano l’inesauribile creatività italiana, l’ideazione di valori condivisi per la società che vanno oltre il business, un diverso approccio alla competitività e all’innovazione.

Da appassionata di cucina e di alimentazione però vorrei concludere con l’Osteria Francescana di Massimo Bottura, uno dei 50 chef migliori del mondo che combatte lo spreco alimentare e aiuta le persone meno fortunate attraverso due sue “creazioni”, il Refettorio Ambrosiano e la onlus Food for Soul: perché «non abbiamo bisogno di produrre di più, ma dobbiamo agire diversamente».
100 circular economiy stories

Taste of Roma, una città da gustare

Un grande successo: più di 30.000 visitatori hanno partecipato a Roma (21-24 settembre) alla festa di sapori di Taste of Roma, sesta edizione di una manifestazione che riesce a coniugare il meglio della cucina italiana con il grande pubblico.
La manifestazione è stata un vero paradiso per i gourmet: tra gli stand di aziende alimentari (alcune delle quali di produzioni biologiche certificate) e di negozi che vendono accessori per la cucina come Peroni, erano presenti le scuole di cucina e di pasticceria dove Electrolux – azienda leader nella produzione di elettrodomestici con lo slogan Make Life Delicious – in collaborazione con A Tavola con lo Chef ha messo a disposizione le proprie attrezzature più innovative per creare e far creare ai visitatori un’infinita serie di golosità accompagnate dalla degustazione della Birra Poretti. Tra gli stand non poteva mancare il vero espresso italiano, offerto dall’Università del Caffè Illy tra un seminario e l’altro. Inoltre, nell’Area Kids, i bambini che hanno potuto partecipare a mini laboratori di cucina.
In questo goloso panorama – ospitato nei giardini pensili dell’Auditorium Parco della Musica progettati da Renzo Piano – si sono confrontati 15 top chef (Adriano Baldassarre, Alba Esteve Ruiz, Alessandro Narducci, Angelo Troiani, Cristina Bowerman, Daniele Usai, Fabio Ciervo, Francesco Apreda, Giulio Terrinoni, Heinz Beck, Kotaro Noda, Luigi Nastri, Massimo Viglietti, Roy Caceres, Stefano Marzetti): ognuno di loro ha preparato sul posto, a prezzi contenuti, un menù di 3 portate degustazione e una quarta ispirata alla musica. Ogni tanto facevano capolino dallo spazio cucina per salutare il pubblico e spiegare le loro magnifiche esecuzioni. Il termine non è casuale, ma vuole indicare una sinfonia di sapori perfettamente armonizzati anche negli abbinamenti più insoliti.
Taste of Roma è servita non solo ad avvicinare un vasto pubblico alla cucina stellata, ma anche a far conoscere un modello diverso di alimentazione all’insegna del gusto e della libertà: i visitatori, infatti, potevano comporre il menù a loro piacimento assaggiando le portate di chef diversi. E chissà che la cornice dell’Auditorium non invogli qualcuno a tornarci, in una positiva contaminazione tra cibo, musica e lettura.
In questa manifestazione dedicata al cibo qualcuno ha pensato anche a chi di cibo non ne ha: Ristoranti contro la Fame è una campagna di raccolta fondi che coninvolge ristoranti, chef e amanti del cibo per sostenere i programmi contro la malnutrizione di Azione contro la Fame, un’associazione che da quasi 40 anni è in prima fila nella lotta contro la fame nel mondo. Taste of Roma ha donato ad alcune onlus i soldi rimasti inutilizzati nelle card usate per pagare ristoranti o espositori. Altri, come la Gelateria La Romana dal 1947, hanno invece scelto di devolvere una parte dell’incasso all’Associazione Dynamo Camp Onlus, un campo di terapia ricreativa che ospita gratuitamente per periodi di vacanza e svago bambini e ragazzi con patologie gravi e croniche, in terapia o nel periodo di post ospedalizzazione.
La dimostrazione della fama raggiunta dagli chef – anche grazie alle trasmissioni televisive – si è avuta con l’arrivo di Alessandro Borghese, ospite di Taste of Roma: ha avuto l’accoglienza di un vero divo, circondato da fan in cerca di autografi e selfie. I tempi cambiano: oggi l’attrice Barbara Bouchet (in visita alla manifestazione e sempre in splendida forma) è la madre di Alessandro, ieri Alessandro era il figlio di Barbara!
A parte questa nota gossip, la partecipazione è stata alta e la gente aveva l’aria molto interessata. È evidente la crescente considerazione per l’alimentazione, ma soprattutto c’è una nuova consapevolezza per l’alimentazione di qualità. I food lovers non si limitano più a gustare squisitezze, sono attenti a quello che mangiano. I prodotti biologici costano di più, e la gente è disposta a spendere per mangiare sano: il problema è quello di attivare controlli a tappeto per smascherare le aziende che contrabbandano per bio quello che bio non è, e i consumatori devono diventare lettori sempre di più meticolosi delle ed essere informati sulle certificazioni che garantiscono la filiera e la qualità del prodotto.

Uno dei piatti creati nella cucina Electrolux

Uno dei piatti creati nella cucina Electrolux

Buone notizie: finalmente l’informazione si accorge di loro

«La virtù è più contagiosa del vizio, a una sola condizione: che sia fatta conoscere». Su questa frase di Aristotele, citata da Stefano Zamagni nel corso della presentazione dell’inserto del Corriere della Sera “Buone Notizie”, diretto con entusiasmo e professionalità da Elisabetta Soglio, dovremmo fermarci a riflettere. Dalle cronache emerge un mondo difficile, martoriato dalle guerre, flagellato da alluvioni, siccità e terremoti, dove persone sempre più violente e senza scrupoli si dibattono tra mille difficoltà economiche e lavorative: sembra che stiamo diventando tutti più cattivi ed egoisti, depressi nel migliore dei casi.

Invece dovremmo essere capaci di guardare oltre le cronache, e scoprire tanti casi di istituzioni, aziende e persone che fanno del bene agli altri, al territorio, all’ambiente: sono quelle che fanno silenziosamente una piccola, grande differenza e restituiscono alle persone il loro valore e l’entusiasmo per andare avanti.
In questo panorama positivo ci sono anche aziende, come Enel, che stanno cambiando in modo radicale. Come ha spiegato la presidente del Consiglio di Amministrazione Patrizia Grieco, Enel atribuisce grande importanza all’innovazione e alla sostenibilità. Poiché un’azienda deve fare profitti, Enel ha compreso che partecipare a creare un mondo migliore è anche un business: la sostenibilità ambientale è un fattore di competitività. Enel – che si è già impegnata formalmente a realizzare 4 degli obiettivi ONU per lo sviluppo sostenibile – secondo la classifica “Change the World” di Fortune è al 20° posto tra le 50 aziende che possono cambiare il mondo e avere un impatto sociale positivo, anche grazie ai programmi filantropici (con particolare attenzione alle famiglie, ai disabili, all’infanzia e alla terza età) realizzati da Enel Cuore Onlus, che vi ha già destinato 50 milioni di euro: oltre alla collaborazione pubblico/privato, ci sono programmi di sharing economy, il sostegno all’istruzione in zone disagiate per limitare l’allontanamento scolastico e quello ai migranti minori non accompagnati, e molto altro.
Oltre all’inserto del “Corriere”, focalizzato principalmente sul Terzo Settore, ci sono realtà più piccole che cercano di far conoscere buone notizie in ogni campo. Una di queste è The Bright Side – Il lato positivo dell’informazione (un gruppo molto attivo su Twitter) che a maggio ha lanciato il Manifesto della Positività e sta portando in 100 scuole la Scatola della Positività, nella quale gli studenti inseriranno una buona notizia, buona pratica, eccellenza locale, nazionale o globale scovata da loro. Una di queste verrà condivisa a mezzo social con TBS per avere ogni settimana 100 buone notizie a formare il TG delle buone notizie.
Gli psicologi affermano che affrontare la vita con positività aiuti a lavorare meglio e faccia addirittura bene alla salute, nel senso che ci si ammala di meno. Leggere i quotidiani o ascoltare i notiziari ci procura dosi massicce di sconforto. Chi non ha mai sentito l’esigenza di cominciare la giornata con delle buone notizie? Ci auguriamo che rendere virali le iniziative del bene sia il segno di un cambio di rotta, e il fatto che l’informazione dia loro spazio ne è una conferma.

 

Da sinistra: Patrizia Grieco, Stefano Zamagni, Elisabetta Soglio, Luigi Bobba, Beppe Sala

La presentazione dell’inserto Buone Notizie: da sinistra, Patrizia Grieco, Stefano Zamagni, Elisabetta Soglio, Luigi Bobba, Beppe Sala

Le donne per un’Europa sostenibile

Isa Maggi, un curriculum professionale importante e una famiglia con quattro figli, è il migliore esempio di quello che possono fare le donne quando si impegnano nelle cose in cui credono senza risparmio di energia. È lei l’anima degli Stati Generali delle Donne, che hanno iniziato il loro percorso quasi in sordina nel 2013 per diventare presto un interlocutore autorevole per le istituzioni che operano nei campi più diversi: lavoro, diritti, economia, finanza, cultura, etc. Quest’anno, per i 60 anni dell’Europa, gli SGD hanno istituito un laboratorio per capire come rilanciare il progetto europeo dal punto di vista femminile: al primo posto uno studio sulla realizzazione della sostenibilità sociale ed economica in Europa, attanagliata da una crisi complessa (nazionalismi, terrorismo, povertà, inquinamento, migrazioni). Riusciranno le donne a individuare un nuovo progetto politico per l’Europa? In questa intervista, Isa ci spiega idee e obiettivi che stanno dietro a un percorso nato per lasciare un segno.

Com’è nata l’idea degli Stati Generali delle Donne e con quale obiettivo?
L’idea è nata durante un viaggio in Danimarca. Sentivo sempre più forte la necessità di creare un filo conduttore che ci raccordasse tutte, al di là delle ideologie, dei partiti, delle appartenenze per mettere al centro un tema sacro: il lavoro delle donne. Se creiamo lavoro ridiamo dignità alle donne e mettiamo il sistema economico nelle condizioni di ripartire. Più donne lavorano, più aumenta il Pil.

Quale accoglienza ha riservato la politica a un interlocutore tanto autorevole?
La politica non è interessata alle donne, non facciamo audience. Per questo abbiamo avviato il laboratorio sulle politiche di genere Mo’ Basta, per donne che vogliono diventare donne di governo.

Come si può superare lo stereotipo del “soffitto di cristallo”? È davvero una questione di genere, o forse le donne sono più in competizione tra loro?
Questo è diventato il nostro mantra. Il tetto di cristallo ce lo siamo creato e ce l’hanno creato. “Solo le donne forti amano le altre donne, non le temono né le invidiano perché la loro forza è nel riconoscersi”.

La crisi economica ha avuto effetti pesanti sull’occupazione femminile. In che misura il suo aumento potrebbe fare la differenza in termini di crescita?
Il grado di civiltà di una società si misura dalla partecipazione alla vita pubblica ed economica delle donne. È arrivato il momento di pensare alle donne come a una risorsa per il mondo aziendale, per la società e il sistema economico in generale. Nel 1999 Kathy Matsui, analista di Goldman Sachs, ha coniato il termine womenomics. Il suo ragionamento era molto semplice: quante più donne entrano nel mercato del lavoro, tanto più le economie dei paesi cresceranno e la crescita economica produrrà crescita della popolazione. Gli studi recenti di Bankitalia e del FMI affermano esattamente le stesse cose.
L’Italia, ad oggi, risulta essere fra i primi paesi dell’area comunitaria con il tasso di disoccupazione femminile più elevato dopo la Grecia, la Spagna, la Croazia, Cipro e il Portogallo e si colloca al secondo posto per tasso di occupazione femminile più basso, superata solo dalla Grecia. Siamo il secondo paese dell’Unione Europea, dopo Malta, con il tasso di inattività femminile più elevato. Per quanto ancora possiamo continuare a ignorare il sapere e la progettualità femminili?
Le donne vogliono figli e figlie e lavoro. Ma sono capaci gli uomini, senza le donne, di dare risposte utili a questi due fatti fondamentali che riguardano la vita, il tempo, il futuro, la storia e le pratiche di donne e uomini? Hanno capito che da soli è ormai impossibile disegnare un mondo nuovo, vivibile per tutti e tutte all’interno di una democrazia sostanziale? È tempo di mettersi in una relazione costruttiva, consapevoli ciascuno e ciascuna di noi della propria parzialità e che “tutti e tutte nasciamo bisognosi e bisognose di cure reciproche”. È necessario porsi in una sfera critica rispetto agli errori che sono stati fatti nel campo dell’economia. Oggi il lavoro è cambiato, non richiede più forza fisica, si compie con modalità differenti e ha bisogno di più pratiche di cura e di altri tempi. Il sapere delle donne può essere valore fondante di una buona vita per tutti e tutte: si lavora per vivere, non si vive per lavorare. Perché l’esperienza della cura non è diventata importante nella rappresentazione del lavoro che sindacati, politici e industriali hanno inventato? Bisogna assumere quel “di più” della sapienza delle donne, quella cura che sanno mettere in ogni loro gesto, senza spingerle a copiare gli uomini; mettere in politica questo valore aggiunto si tradurrebbe in un guadagno per la società nel suo insieme.
Se gli uomini imparano che la cura del/nel lavoro oggi non è eccedere in parole e tempo di lavoro, e che la cura femminile del lavoro è una valorizzazione, magari potrà cambiare davvero il sistema di lavoro, la sua dignità e anche il riconoscimento economico per chi lo svolge. Le donne quindi possono orientare gli uomini a parlare di lavoro, di nuova economia, di benessere, per tutte e per tutti.

Questa domanda, sicuramente, a un uomo non sarebbe stata posta. Lei è una professionista impegnata su molti fronti, ma è riuscita a mandare avanti una famiglia con quattro figli: qual è stato il suo asso nella manica per riuscire in quella che per troppe rimane una mission impossible?
Il fatto che ho condiviso tutto, ma proprio tutto, con mio marito.

Un airbnb per i rifugiati

Nei giorni scorsi è stato presentato il Dodicesimo Rapporto Osservatorio Romano sulle Migrazionidosi, curato dal Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con l’Istituto di Studi Politici “S. Pio V”: uno studio che fotografa in modo capillare la situazione dell’immigrazione nel Lazio, nella Città Metropolitana di Roma e nel Comune di Roma.
Fra i tanti spunti forniti dall’indagine, vorrei segnalare un caso che esce un po’ dal consueto. L’associazione Refugees Welcome Italia Onlus (RWI) nasce nel 2015, ispirata da un analogo esperimento tedesco, con l’obiettivo di rovesciare l’approccio al problema delle migrazioni: vuole creare un’esperienza di convivenza, condivisione e conoscenza reciproca per attivare un processo di trasformazione culturale e sociale. In sostanza, seguendo uno schema che ricalca quello di Airbnb, RWI mette in contatto i rifugiati con le persone che vogliono accoglierli in casa per creare dei percorsi di inclusione. La selezione è molto accurata, i periodi di soggiorno sono variabili (da tre mesi a un anno) e la procedura segue precisi schemi organizzativi. In più c’è l’affiancamento del facilitatore, una sorta di punto di riferimento da consultare in caso di difficoltà, ma anche colui che aiuta il migrante nel definire il suo progetto di autonomia. Queste sperimentazioni di accoglienza abitativa costituiscono una realtà ancora molto esigua (circa 10 a Roma e 40 in tutta Italia). Tuttavia, a prescindere dai risultati, ancora una volta la creatività della società sembra aver superato le incertezze della politica.
Un fatto rimane indiscutibile: che ci piaccia o no, il fenomeno delle migrazioni è destinato a durare e richiede interventi idonei. Anche perché la presenza degli immigrati fa emergere le molte e complesse disfunzioni socio-economiche presenti nel nostro territorio, a livello sia nazionale che locale, e mette in competizione le fasce più deboli della popolazione in una sorta di guerra tra poveri. Come sottolinea Ewa Blasik di ANOLF Lazio (Associazione Nazionale Oltre le Frontiere, che fa parte della Cisl), “dietro il fenomeno dell’immigrazione ci sono persone, esseri umani che hanno bisogno di ascolto, di aiuto per orientarsi nel ginepraio normativo che mette in difficoltà anche chi parla italiano, di qualcuno che spieghi loro come inserirsi in un contesto lavorativo onesto, come accedere ai servizi sanitari, come trovare una casa”.
Dal momento che gli immigrati ci sono, è meglio integrarli e farli rimanere entro i confini della legalità. Un buon punto di partenza è sicuramente la scuola, luogo privilegiato dell’integrazione, dove si gioca il futuro e dove vengono trasmesse le regole di vita della nostra società, a cominciare dal rispetto e dalla tutela nei confronti delle donne. Secondo Blasik “occorre uscire dalla logica degli interventi precari e isolati, e puntare su un piano complessivo: in questo modo la scuola potrà recuperare il suo ruolo di comunità educante di grande valore sociale in cui ragazzi, genitori, insegnanti e istituzioni possono lavorare insieme per costruire un futuro diverso”.

Un ponte fra culture

creative-europe-presentation-tbn copiaLa cultura e i settori creativi in generale non se la passano molto bene, specie in questo periodo di crisi. Ogni tanto, però, circola qualche buona idea. “Europa Creativa” è un programma quadro di 1,46 miliardi di euro dedicata al settore culturale e creativo per il periodo 2014-2020 composto da due sottoprogrammi (Cultura e Media); si propone di rafforzare la competitività del settore e di promuovere e salvaguardare la diversità linguistica e culturale europea.
Due obiettivi, in particolare, hanno attirato la mia attenzione: “promuovere la circolazione transnazionale delle opere culturali e creative e degli operatori culturali” e “supportare la cooperazione politica transnazionale al fine di favorire innovazione, policy development, audience building e nuovi modelli di business”.
Questo dimostra che ci si rende finalmente conto che questi settori costituiscono un grande patrimonio che arricchisce la diversità culturale dell’Europa intera, ma soprattutto sono da sostenere e promuovere perché possono creare crescita e occupazione. Un altro aspetto molto interessante è la dimensione transnazionale di “Europa Creativa”: un sistema per mettere in contatto tra loro organizzazioni culturali e creative di paesi diversi, sia europei che esterni all’UE. Vi cito solo alcuni dei settori che il programma sostiene: dalla traduzione delle opere alle piattaforme che promuovono artisti emergenti, dalla formazione professionale ai festival cinematografici, dalle capitali europee della cultura ai premi per letteratura, architettura, tutela del patrimonio, cinema e musica.
Il Creative Europe Desk in Italia è coordinato dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo con l’Istituto Luce Cinecittà srl; fa parte del network dei Creative Europe Desks, nominati e cofinanziati dalla Commissione Europea per fornire assistenza tecnica.
Tra i 15 progetti europei che hanno vinto il bando “Creative Europe – progetti di cooperazione europea” (categoria larger scale cooperation projects) c’è “Atlas of transitions” che intende promuovere la circolazione delle opere creative rendendole accessibili al grande pubblico. “Atlas of transitions” è stato presentato da Emilia Romagna Teatro Fondazione (capofila), insieme a Cantieri Meticci e al Dipartimento di Sociologia e Diritto dell’Economia dell’Università di Bologna. Nell’arco di tre anni – in partenariato con istituzioni culturali di Polonia, Belgio, Francia, Svezia, Albania, Grecia – il programma intende far sì che arti e cultura diventino strumento di integrazione, promuovendo la comprensione reciproca e il rispetto per la diversità culturale. In particolare, vuole sperimentare innovative modalità di incontro interculturale tra residenti e migranti proprio a partire dall’arte.