L’ultimo bluff della crescita infelice

trenoLa maggioranza degli economisti, seguaci della dottrina che sostiene non esista altra via per produrre benessere al di fuori della crescita continua dei consumi, di fronte ai dati sulle crescenti disuguaglianze di reddito, ad una crisi economica che tarda a virare, come da loro previsto, verso una nuova fase di crescita, ed alla crescita invece degli effetti negativi dei consumi, quali l’inquinamento, i cambiamenti climatici, il disorientamento sociale, la perdita di riferimenti etici, non trovando risposte rilanciano avanti la palla verso un futuro ricco di nuove promesse e nuove avventure.

Attraverso la sistematica distruzione di ogni riferimento etico o ideologico, hanno lasciato in piedi una sola area in cui sognare, la tecnologia con le sue promesse di mirabili ed irrinunciabili innovazioni salvifiche, in grado di aprire prospettive messianiche di moltiplicazione di risorse limitate. E questa visione messianica non lascia scampo a riflessioni, ma pone tutti di fronte ad una sola possibilità: prendere il treno del progresso che passa solo una volta per la nostra stazione, perché se non saliamo su quel treno resteremo irrimediabilmente indietro. Non bisogna domandarsi dov’è diretto quel treno, perché non abbiamo altra scelta che prenderlo al volo.

Ma la scienza, che pur ha consentito il nascere di queste “straordinarie tecnologie, salvifiche”, ci dice che questo treno sta andando a sbattere, perché corre sempre più veloce lungo una linea ferrata che è sempre la stessa, che poggia su un pianeta che è sempre lo stesso e che sta con la sua corsa pericolosamente danneggiando, riducendo e non aumentando le opportunità. Queste considerazioni, benché provate e condivise dalla comunità scientifica mondiale, non sono accettate dai sostenitori della crescita illimitata, e vengono da decenni irrise o semplicemente ignorate.

E così mi è capitato di sentire il presidente di Telecom Italia Giuseppe Recchi, all’inaugurazione del Global Sustainability Forum il 2 maggio scorso, dichiarare che il mondo non può fare a meno delle fonti fossili di energia utilizzate con “tecnologie pulite”, perché esiste un miliardo di persone povere che non hanno accesso all’elettricità. Ma la scienza ci dice che ad oggi queste cosiddette tecnologie pulite, come la cattura e l’immagazzinamento artificiale dell’anidride carbonica, sono una costosissima opzione di non provata affidabilità, e che continuare ad utilizzare i combustibili fossili probabilmente porterà alla morte quel miliardo di poveri a causa dei cambiamenti climatici, risolvendo tragicamente il loro non-accesso all’elettricità.

Senza un orientamento etico, senza una chiara ridefinizione di benessere, certe tecnologie possono diventare addirittura dannose ed allontanarci dalla soluzione dei problemi dell’umanità. Non stiamo qui proponendo una nuova versione del luddismo, ma semplicemente dicendo che non tutto è buono ciò che la mente umana è in grado di produrre, e che le scelte per il futuro vanno fatte più con la testa che con il portafoglio, altrimenti si perderanno sia l’una che l’altro.

 

Il crimine di Trump contro l’atmosfera

donald-trump21Nessuno Stato può vantare un diritto di proprietà sull’atmosfera perché qualsiasi cambiamento che si provoca in essa, in qualsiasi parte del mondo, esplica i suoi effetti su tutto il pianeta in maniera difforme e neppur minimamente legata al luogo dove il cambiamento è stato effettuato. Se si tratta di gas serra che hanno effetti sul clima planetario, le conseguenze, secondo gli studi effettuati in tutti i centri di ricerca mondiali e raccolti dalle Nazioni Unite, mettono a rischio la sopravvivenza di intere popolazioni. La comunità scientifica internazionale ha affermato con minimi margini di dubbio, che se non azzeriamo prima possibile l’uso dei combustibili fossili, i cambiamenti climatici, entro la fine di questo secolo, metteranno a rischio la stessa civiltà umana, che si è sviluppata negli ultimi 11.000 anni, grazie ad una relativa stabilità climatica.
Il famoso accordo di Parigi, firmato poco più di un anno fa da tutti i paesi del mondo, Stati Uniti compresi, impegna tutti i governi a cooperare proporzionalmente al peso della propria economia per salvare l’umanità dalla catastrofe climatica che renderà vaste aree del pianeta inabitabili, o perché sommerse dall’innalzamento dei mari, o perché desertificate, o devastate da alluvioni. In Italia, secondo le analisi più aggiornate, scompariranno i ghiacciai e al sud avremo entro la fine del secolo estati con temperature stabilmente sopra ai 40 °C. Circa un terzo della popolazione mondiale avrebbe serie difficoltà di sopravvivenza.
Ritirarsi da questo accordo, come annunciato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, per sfruttare qualche decennio ancora di carbone e petrolio, è un crimine contro l’umanità. L’integralismo ideologico negazionista dei risultati della scienza, per mera opportunità di parte, rende il presidente americano un cinico opportunista e costituisce un pericolo estremamente maggiore del terrorismo islamico che oggi tanto ci preoccupa, mettendo a rischio anche le generazioni future del suo stesso paese. Gli effetti sono comparabili a quelli di una guerra atomica unilaterale, che esplode al rallentatore, sviluppando le sue conseguenze catastrofiche nell’arco di alcuni decenni. Come reagire a un simile pericolo?
Le merci europee portano nel prezzo il costo dei permessi di emissioni di gas serra contingentati dal sistema di controllo europeo. In tal modo l’Unione Europea, si sta facendo carico anche del futuro dei cittadini americani, che col loro presidente intendono cogliere un vantaggio sleale mettendosi in concorrenza con le loro merci che non includono il prezzo delle emissioni. L’Europa potrebbe difendersi imponendo dei dazi proporzionali alle emissioni di gas serra causate dalle merci prodotte negli USA.
Ma più in generale, per difendere l’umanità da futuri “presidenti canaglia”, le Nazioni Unite dovrebbero dichiarare l’atmosfera un “bene comune” che va da tutti rispettato nell’interesse di tutti, ed imporre sanzioni a chi non rispetta gli impegni in tal senso.

La crescita infelice

paceChe nell’acquario di casa non possa crescere una balena è una affermazione che non ha bisogno di dimostrazioni. Che su un pianeta di cui conosciamo le dimensioni e i meccanismi che regolano la vita non possa crescere all’infinito una popolazione umana, che per giunta pretende di far crescere indefinitamente anche i consumi pro capite, ben lo sanno gli scienziati, ed è facile farlo capire a un bambino; eppure la maggior parte dei politici e degli economisti si rifiutano di ammettere questa banale verità, al punto di trascinare il mondo attraverso un presente complicato e verso un futuro drammatico.
Il capitalismo, avendo nascosto sotto l’asettica virtualità del capitale la realtà di un pianeta complesso e limitato, ha portato l’economia mondiale in una sfera ideale di numeri che possono moltiplicarsi e crescere all’infinito. Questa illusione ci ha accompagnato lungo almeno due secoli di progresso inimmaginabile, lungo i quali la popolazione mondiale è passata da poco meno di un miliardo ai quasi 7 miliardi e mezzo di oggi. Ciò ci ha convinti che l’unico possibile progresso fosse crescere, fare in modo che crescano sempre più velocemente i consumi di risorse da parte della specie umana e la sua occupazione di “spazio ambientale”, estromettendo la quasi totalità delle specie esistenti in ogni angolo del pianeta che si va a colonizzare.
L’unica preoccupazione è come sostituire le risorse che via via presentano delle criticità quantitative o ambientali: e così dal legno si è passati al carbone, affiancato presto dal petrolio e poi dal più pulito metano. Ora gli scisti bituminosi sembrano poter sostituire il fallimento economico del nucleare…e poi ci sarà il solare…e poi, e poi…chissà. La virtualità numerica del capitale misura solo quantità. Ma oggi gli scienziati lanciano l’allarme sulla distruzione dei meccanismi ecologici che garantiscono la vita sulla Terra; parliamo dei cosiddetti “global change”, i cambiamenti globali: la crisi climatica, la diffusione di materiali radioattivi e molecole tossiche prodotti dall’uomo, l’estinzione crescente di specie, ecc.
Sul nostro pianeta, ogni sistema organizzato inizialmente cresce nella capacità di catturare una quota sempre maggiore dell’energia disponibile, dopodiché cresce solo in complessità, in biodiversità, per aumentare il tempo di circolazione e gli effetti positivi dell’energia che riceve. La specie umana apparsa 3 milioni di anni fa è il prodotto di questo meccanismo che si chiama evoluzione, che ha garantito lo sviluppo della biosfera attraverso 3 miliardi di anni. Eppure oggi abbiamo intrapreso un cammino opposto e suicida: distruggere differenze biologiche e culturali attraverso la semplificazione degli ambienti antropizzati e la standardizzazione dei processi economici e produttivi. Dieci anni fa è entrato in crisi anche il sistema finanziario su cui si regge il capitalismo moderno. Inizialmente si è detto che fosse una crisi transitoria legata agli scompensi creati dalla speculazione immobiliare negli USA e che si sarebbe risolta in un paio di anni. In pochi dicevamo allora che la crisi contingente era solo la punta dell’iceberg di una crisi strutturale del sistema. Dopo 10 anni siamo ancora in piena crisi e la crescita balbettante produce crescenti differenze economiche e sociali, causa di tensioni e conflitti interni e internazionali, aggiungendo alle previsioni fosche sulle crisi ambientali, la lacerazione del tessuto sociale, rigurgiti di individualismo nazionalista, e, per dirla con Papa Francesco, una drammatica “guerra mondiale a pezzi”, combattuta dalle numerose parti in causa con una brutalità disumana che azzera millenni di conquiste di civiltà.
Questo è l’anno che oggi inizia; mentre scrivo a poche ore dal suo inizio, si sono già spesi nel mondo circa 150.000 $ in videogiochi, 3 miliardi e mezzo di dollari in armamenti, sono state emesse 73,5 milioni di tonnellate di CO2, i deserti sono aumentati di 23.500 ettari, sono morte di fame 22.000 persone, sono morti 15.000 bambini con meno di 5 anni, sono state fumate 11 miliardi di sigarette e sono morte circa 10.000 persone per il fumo, sono stati spesi già circa 800 milioni di dollari per la droga…
Questa sarebbe la crescita felice?
Smettiamo di seguire gli sciacalli che soffiano sul fuoco dell’egoismo, perché nessuno e nessun popolo, di fronte ai cambiamenti globali, può salvarsi da solo. Costruiamo insieme un anno di pace per un futuro di benessere per tutti.

L’illusione della crescita che danneggia il benessere

cultura dello scartoL’attuale crisi economica è il frutto di uno degli aspetti più irrealistici dell’attuale modello di sviluppo. Se il prodotto lordo (PIL) non cresce con sempre maggior velocità il sistema finanziario e il sistema produttivo vanno in affanno con tutta una serie di conseguenze a cascata di carattere politico e sociale. Ebbene nel 2009 il PIL mondiale ha vissuto una decrescita; negli anni successivi ha ripreso a crescere ma ad una velocità decisamente inferiore a quella degli anni precedenti, per poi avere di nuovo un calo nel 2015. E’ stato quindi solo un rallentamento della crescita del PIL a mettere in crisi l’intero sistema, dimostrando la sua inaffidabile fragilità in un pianeta che ormai mostra chiaramente di non riuscire a sostenere una crescita continua e veloce dei consumi senza subirne conseguenze gravi che mettono a rischio la qualità della vita e il benessere. Questa crisi dimostra anche la totale inadeguatezza del PIL come indicatore di progresso; infatti noi ci riteniamo in una profonda crisi di crescita economica mentre il PIL nel 2015 (73,434 trilioni di US $ PPP) è stato di circa 54 volte maggiore di quello del 1960 (1,365 trilioni di $), anno considerato di boom economico.
L’economista di fama internazionale Herman Daly, già economista della Banca Mondiale e sostenitore della “economia stazionaria”, ha ideato l’Indice di Progresso Reale (Genuine Progress Index), sottraendo al PIL la parte relativa a tutte quelle attività riguardanti la riparazione dei danni e la soluzione dei problemi creati dalle attività umane (smaltimento rifiuti, disinquinamento, cura di patologie causate dall’inquinamento, depurazione delle acque e dell’aria, ecc.). Il risultato è stato che negli USA e nelle principali economie avanzate, a partire dalla metà degli anni ’70 l’Indice di Progresso Reale, che rappresenta la “economia del benessere”, è rimasto stazionario, mentre il PIL complessivo è continuato a crescere grazie a quella che potremmo quindi chiamare “economia del danno”. Se lo scopo del processo economico è la creazione di benessere, ciò ci porta a dire che dalla metà degli anni ’70 la crescita del PIL è divenuta anti-economica.
A un simile paradosso si è arrivati attraverso un sistema economico lineare, che trasforma energia e materia concentrata, disponibile in quantità limitate, in scarti dispersi nel suolo, nell’acqua e nell’aria. L’uomo si trova dunque di fronte a un punto di svolta: proseguire lungo l’attuale via orientata ad una impossibile crescita illimitata o prendere la nuova strada del progresso sostenibile. La risposta ce la dà la valutazione del cosiddetto “overshoot day”. E’ stato calcolato che l’8 agosto di quest’anno, l’umanità aveva già utilizzato tutte le risorse che la biosfera riesce a riprodurre in un intero anno; ciò significa che fino alla fine dell’anno l’economia si alimenterà di quel capitale naturale accumulato nei 4 miliardi di esistenza del nostro pianeta Terra. Stiamo accumulando un debito ecologico che ha sempre più la forma di un debito verso i poveri, cioè verso quei paesi poveri da cui preleviamo gran parte delle risorse che alimentano la nostra economia, lasciando in quei paesi devastazione ambientale e inquinamento. Proseguendo su questa strada lasceremo inoltre alle generazioni future un paese più povero di risorse e di capacità di auto-rigenerazione.
L’ossessiva attenzione verso il PIL, un parametro che non rappresenta ormai più il benessere delle persone ma solo quello della speculazione finanziaria, porta i governi a mettere in campo ogni strumento per far ripartire i consumi. Non importa cosa consumiamo; pane, armi o pokemon, tutto diviene uguale e si somma nel PIL. Ciò dà un po’ di respiro oggi, al costo di un aggravamento della crisi domani. Bisognerebbe convincersi che il PIL può crescere anche grazie a settori esterni al consumo: la cura del territorio, la messa in sicurezza da catastrofi idrogeologiche e sismiche, la realizzazione di opere e infrastrutture per la protezione delle persone e dell’economia dai gravi cambiamenti climatici, quali alluvioni al nord e siccità prolungate al sud, che interesseranno pesantemente il nostro paese entro il 2050. Tutto ciò può produrre benessere, presente e futuro, facendo perfino crescere il PIL.

La rivoluzione delle isole minori

ISOLA-VentoteneLe piccole isole rappresentano geograficamente ciò che in una prospettiva di economia circolare dovrebbero essere gli ambiti territoriali ottimali di pianificazione sostenibile: territori omogenei nei quali modulare lo sviluppo valorizzando al massimo le risorse locali. La piccola isola rappresenta una tessera disgiunta di quello che sulla terraferma dovrebbe costituire il mosaico di pianificazione (Regional Mosaic Approach). Ciò che in un “mosaico regionale” rappresenta la singola tessera da definire come “unità di paesaggio”, “unità ecologica”, “unità storico-culturale”, attraverso studi interdisciplinari, con la difficoltà di definizione dei flussi di scambio di, risorse, beni, persone, o delle influenze storiche, politiche e culturali, con le aree (tessere del mosaico) circostanti, nel caso delle piccole isole viene automaticamente definito dal mare. Nel nostro caso gli scambi avvengono via mare con la terraferma e sono quindi riconducibili a dati commerciali, spostamenti da/verso di persone per studio, lavoro o turismo. Questo comporta in tutte le attività e in tutti i settori un costo aggiuntivo che è il costo del trasporto, che rende massima la convenienza della progettazione di una economia circolare.
Gli esempi più evidenti di convenienza dell’applicazione dei principi di economia circolare sono rappresentati dalla gestione dei rifiuti e dell’energia.
I rifiuti
Le soluzioni standard (business as usual) hanno segnato pienamente la loro impraticabilità nel medio-lungo termine e la loro insostenibilità ambientale. Lo smaltimento in inceneritori e discariche hanno messo presto a rischio, non solo la saluta dell’uomo e dell’ambiente, ma anche il bene economico primario di queste isole: la qualità ambientale (la bellezza in senso lato) e la sua valorizzazione turistica.
L’accumulo enorme, soprattutto nella stagione turistica, di materiali di scarto provenienti dal “packaging” delle merci importate dalla terraferma, ha comportato nella maggior parte dei casi un flusso inverso verso i centri di smaltimento e riciclo, con il costo aggiuntivo del trasporto. Ma a tale svantaggio strutturalmente isolano, corrisponde una altrettanto vantaggiosa opportunità: la possibilità di controllare i flussi di merci in ingresso. Da ciò discende l’opportunità di far pesare gli oneri aggiuntivi di trasporto sul packaging rendendo convenienti le più spinte pratiche “zero-waste”, quali:
• i distributori alla spina di liquidi alimentari e bevande,
• distributori pubblici di acqua potabile
• i dispenser per saponi e detersivi
• la vendita “sfusa” di zucchero, farine ecc.
• il divieto di commercializzazione di stoviglie in plastica non compostabile
• la separazione (automatica, semi-automatica e manuale) dei materiali riciclabili non compostabili per conferire un valore aggiunto alla spedizione verso la terraferma
• il trattamento sul posto della materia organica pulita per la produzione di bio-metano e compost di alta qualità da utilizzare sull’isola stessa per il miglioramento di suoli spesso soggetti strutturalmente ad erosione.
• ecc.
Energia
Salvo eccezioni, le piccole isole non sono connesse alla rete elettrica nazionale ed autoproducono la loro energia. Ciò comporta il ricorso a gruppi elettro-generatori ed impianti termici alimentati da combustibili importati con i relativi oneri di trasporto, oltre ad impatti ambientali aggravati dai limiti di superficie e dagli elevati picchi di consumo nella stagione turistica. L’alto livello di soleggiamento, una anemometria quasi sempre interessante per piccoli generatori eolici, l’opportunità in alcuni casi di sfruttare il calore geotermico, con una continuità garantita dal biometano autoprodotto dalla digestione anaerobica dei rifiuti organici, potrebbe rendere autosufficienti energeticamente le piccole isole. Ulteriore vantaggio è la coincidenza del picco di consumi energetici con la stagione estiva, quindi con maggior potenziale sia per il solare termico che fotovoltaico, stagione in cui il forte aumento delle presenze crea un altrettanto elevato aumento della produzione di rifiuto organico destinabile alla produzione di bio-metano.
Trasporti
Per quanto riguarda i trasporti interni alle isole, è evidente la grande convenienza dell’applicazione di modelli di mobilità sostenibile. La congestione provocata di autoveicoli trasportati via mare dai turisti ha sempre costituito un grave problema nella stagione estiva. L’offerta di un efficace sistema di trasporto locale comporterebbe, oltre al miglioramento della qualità ambientale e del confort, un notevole risparmio per i visitatori che potranno evitare di traghettare i loro mezzi di trasporto privati. Bici e mini-veicoli elettrici o alimentati da bio-gas, potrebbero essere messi a disposizione dei turisti attraverso le consuete modalità di bike/car-sharing.
Carbon free zone
Applicando i criteri descritti, le piccole isole diventerebbero esempi virtuosi di “carbon free zone” costituendo un prezioso esempio di pratica da implementare, con i necessari adeguamenti, anche sulla terraferma in una prospettiva di conversione ad una “economia circolare”.

Il vecchio e il bambino: oltre il catastrofismo demografico

vecchio e bambinoNon è la prima volta che il mondo politico va in confusione parlando di demografia, compiendo una serie di semplificazioni improprie sia sul piano tecnico che sul piano etico. Abbiamo sentito il Ministro Lorenzin usare termini catastrofisti come: “apocalisse”, “saremo finiti dal punto di vista economico”, e “se leghiamo tutto questo all’aumento degli anziani e delle malattie croniche, abbiamo il quadro di un paese moribondo”. Forse perché la mia età ormai mi avvicina alla soglia dell’anzianità, trovo particolarmente offensivo considerare l’età anziana semplicemente come attesa della morte.
Premetto che è fatto sacrosanto e da me ampiamente condiviso, sostenere la famiglia come nucleo fondante della società presente e futura, garantendo la possibilità di soddisfare il desiderio di mettere al mondo dei figli. Detto ciò, in un mondo in cui secondo un recente rapporto dell’OXFAM la metà della popolazione mondiale si spartisce un reddito pari a quello delle 80 persone più ricche, prima di lanciare allarmi sulla denatalità, dovremmo preoccuparci della sopravvivenza dei 90 milioni di bambini sotto i 5 anni che, secondo le Nazioni Unite (UNDP), sono gravemente sotto-nutriti.
Nel mondo di oggi per parlare seriamente di demografia lo si deve fare su scala globale. La vera “apocalisse” demografica mondiale è continuare sul trend di crescita della popolazione, restando in un modello economico che concentra ricchezza anziché distribuirla, ed in un modello tecnologico che già oggi comporta l’utilizzo distruttivo di una quantità di risorse naturali superiore del 35% a quelle che il pianeta riesce a rigenerare. Se a questo aggiungiamo che stiamo correndo verso cambiamenti climatici che creeranno, già nella seconda metà di questo secolo, per quasi la metà della popolazione mondiale, carenza di acqua e di cibo, è evidente che la popolazione comincerà a declinare tragicamente a partire dai più poveri. L’ossessione ideologica per questa insensata crescita dei consumi che produce benessere per una fascia sempre più ristretta di persone, estesa al campo demografico, fa pensare ad un pianeta popolato entro questo secolo da più di 10 miliardi di persone, che non crescerà oltre perché le morti per fame saranno superiori alle nascite. Questo dicono i dati demografici e le analisi scientifiche. E’ questo il mondo che vogliamo?
La naturale oscillazione demografica, che porta alternativamente ad una prevalenza di giovani seguita da fasi di una prevalenza di anziani, fa parte della storia dell’umanità, e per altri versi di ogni altra specie vivente sul nostro pianeta. Se gli anziani oggi sono considerati un peso o una sciagura al punto di parlare di un “paese moribondo”, questo è dovuto ad un sistema che valuta l’uomo solo in funzione di ciò che produce e di ciò che consuma, ed esclude i valori non mercantili, di cui gli anziani, con la loro esperienza di vita e disponibilità di tempo per riflettere ed intessere relazioni, dovrebbero e potrebbero essere i portatori privilegiati. Una diversa organizzazione dell’economia e dei servizi, in primis quelli socio-sanitari, possono costruire un sistema economico che per qualche decennio sappia sostenere una popolazione più anziana come opportunità di arricchimento etico e morale per la successiva fase demografica di ripresa delle nascite, quando spontaneamente si verificherà; fosse fra 50 o 100 anni non importa. Senza la saggezza e la riflessione che una fase demografica di invecchiamento può portare, i bambini rischiano di essere non promesse di un futuro migliore, ma vittime innocenti di un futuro disastroso.

Referendum trivelle: cosa si nasconde dietro il SI e il NO

piattaformaDurante l’ultima conferenza sul clima, svoltasi a Parigi nel dicembre scorso, tutti i Paesi del mondo si sono impegnati a fare in modo che l’aumento delle temperature globali non superi i 2°C, e possibilmente nemmeno 1,5°C, valori oltre i quali i cambiamenti climatici sarebbero talmente sconvolgenti e difficili da fronteggiare da mettere a rischio le conquiste della nostra civiltà. Come ha affermato Hans Schellnhuber, direttore del Potsdam Institute for Climate Impact, durante il Forum Internazionale di Greenaccord (Climate last call, Rieti, 18-21 novembre 2015), la civiltà umana si è sviluppata grazie alla stabilità climatica degli ultimi 11.000 anni.
L’attuale livello di consumi di combustibili fossili, carbone, petrolio e metano, fanno prevedere scenari di aumento delle temperature medie mondiali addirittura fra i 3 e i 5°C, con conseguenze catastrofiche. Gli impegni volontari previsti dall’accordo di Parigi e già presentati da 150 Paesi che tutti insieme producono il 90% delle emissioni globali, secondo una valutazione fatta da illustri climatologi e pubblicata su Science (Allan Fawcett et Alii, Sciencexpress, del 26/11/2015) attenuerebbero solo leggermente il quadro globale, e comunque sono ben lontani dall’evitare una evoluzione catastrofica del clima entro la fine del secolo.
Nonostante questo quadro tragico e di estrema urgenza riconosciuto a Parigi da tutti i Governi del mondo, l’Italia dimentica anche gli impegni Europei di ridurre del 40% le emissioni di gas a effetto serra entro il 2030 e dell’80 % entro il 2050, che significa smetterla di bruciare combustibili fossili, e concede, privilegio unico al mondo, di prolungare a tempo indeterminato le attività delle piattaforme petrolifere in mare, per l’estrazione di petrolio e metano. Qui appare la grande contraddizione e la logica aberrante di un paradigma economico incapace di farsi carico dei problemi dell’umanità, capace solo di navigare a vista, nel breve e medio termine, incapace di occuparsi, se non a parole, del futuro. La caduta etica dei nostri responsabili di Governo che invitano a non votare, riducendo la democrazia a un mero gioco di potere, negando la sua funzione di partecipazione consapevole alle decisioni, viene motivata da argomentazioni largamente infondate e smentite da fatti passati e recenti.
I fautori del NO dicono che la chiusura dei pozzi a fine concessione creerebbe un danno economico per la mancata estrazione del petrolio o del metano ancora presente nei giacimenti.
Essi ignorano, fatto grave per chi ha responsabilità di governo, che le emissioni di gas serra nei prossimi anni saranno onerose, ed il loro costo passerà dai 3-5 €/tonnellata dell’attuale fase sperimentale a 20-30€/tonn. A questi livelli le fonti rinnovabili, già oggi competitive con il petrolio, lo saranno anche con il metano.
I fautori del NO dicono che le piattaforme petrolifere gestite dall’ENI non hanno mai comportato alcun rischio.
Vent’anni fa durante la trivellazione di un posso di petrolio in provincia di Novara, l’AGIP/ENI provocò uno dei più gravi incidenti petroliferi su terra ferma. Mentre si perforava un pozzo ad oltre 5.700 metri di profondità, estraendo la colonna di trivellazione per la sostituzione dello scalpello, circa 150 metri di aste di trivellazione precipitarono nel pozzo, inspiegabilmente privo, o carente, dei fanghi che normalmente devono essere presenti per controbilanciare la pressione del giacimento, ed una grande quantità di greggio venne eruttata dal pozzo inquinando le risaie e i boschi del vicino Parco del Ticino, ed una pioggerella nera si depositò sul vicino abitato di Trecate.
L’ENI è sotto inchiesta per l’accusa di aver pagato tangenti in Nigeria e per reati ambientali in Basilicata, dove da anni molti abitanti, gestori di agriturismi e produttori biologici, lamentano l’inquinamento di pozzi e terreni che stanno mettendo a rischio la loro salute e il loro reddito. Questi sono posti di lavoro persi.
I fautori del NO dicono che comunque per la transizione verso una economia sostenibile serviranno ancora per molti anni petrolio e metano.
Il petrolio italiano non è tanto, le risorse certe corrispondono a poco più di un anno degli attuali consumi, quelle ipotetiche forse a qualche anno in più, ed altrettanto dicasi per il metano. L’Italia quindi votando SI’ rinuncerebbe ad un contributo marginale e non determinante, per una transizione verso energie pulite sostenuta ancora troppo tiepidamente dal Governo, e che una industria di stato come l’ENI ancora non sembra voler intraprendere. L’Enel, ormai privatizzata, anche se con una partecipazione pubblica minoritaria, ha intrapreso con decisione la sua transizione, passando da strategie incentrate su grandi centrali a carbone a crescenti iniziative orientate alla realizzazione di impianti di energie rinnovabili. E’ molto significativo che il Presidente del Consiglio abbia inaugurato negli USA un impianto all’avanguardia di Enel basato su energie rinnovabili integrate e nuove tecnologie. Perché non Italia? Perché l’Italia ha una rete elettrica vecchia e scarsamente integrata con le reti europee, che poco si presta a connettere impianti ad energie rinnovabili. Fra gli stati dell’Unione Europea, l’Italia risulta al 18° posto come livello di integrazione delle reti elettriche.
Le ragioni del SI’
In questa situazione il nostro Governo, anziché preoccuparsi di estrarre fino all’ultima goccia di petrolio e metano, cioè le cosiddette energie di transizione, dovrebbe preoccuparsi del futuro investendo nell’ammodernamento e nell’integrazione delle reti elettriche per rimuovere questo grave ostacolo alla crescita delle fonti rinnovabili di energia. Dovrebbe costringere l’ENI a spostare progressivamente i suoi investimenti verso le fonti pulite e rinnovabili di cui il nostro paese è ricchissimo, fotovoltaico, eolico, anche in mare dove possibile, geotermia di media e bassa temperatura, di cui esiste un enorme potenziale pressoché ancora inesplorato. Altrimenti l’ENI si troverà fra pochi anni di fronte ad impegni di taglio delle emissioni di gas serra che non riuscirà a sostenere, mettendo a rischio, non le decine di addetti alle piattaforme in mare, ma le decine di migliaia di suoi lavoratori.
Allora questo referendum è una scelta fondamentale fra passato e futuro che deve riguardare tutti.
Votare NO significa avere modesti vantaggi nel presente al costo di un futuro disastroso.
Votare SI significa avere maggiori vantaggi nel presente dando nuovo slancio alla ricerca e allo sviluppo delle nuove energie, ed acquisire una leadership in quel futuro decarbonizzato che gli organismi internazionali ritengono necessario e le istituzioni europee stanno già disegnando.

L’integralismo consumista è più pericoloso di quello islamista

migrantiGli scienziati di tutto il mondo dicono che il consumo di fonti energetiche fossili sta distruggendo il clima mettendo a forte rischio la sopravvivenza di centinaia di milioni di persone e rendendo inabitabili vaste aree del pianeta. Il modello economico dominante si fonda sull’utilizzo delle energie fossili, e nei paesi ricchi ciò avviene per produzioni superflue e sprechi. I leader di tutti i paesi del mondo hanno firmato a Parigi, nel dicembre scorso, un impegno a proteggere il clima del pianeta, ma nei fatti non sembrano avere alcuna intenzione di rinunciare a un modello economico ossessivamente concentrato sulla crescita indifferenziata dei consumi, per produrre, vendere e gettare via rapidamente cose in massima parte inutili o perfino nocive, distruggendo risorse limitate e danneggiando il clima. Tutti accettano questa schizofrenica dissociazione ideologica, e tutti fedelmente obbediscono alla dottrina economica consumista. Abbiamo rinunciato a qualsiasi altro tipo di possibile ragionamento delegando ricette, analisi e strategie ai sacerdoti della finanza; anche quando ci dicono che è un male gravissimo, la deflazione, il fatto che i prezzi dei vestiti e della frutta scendano invece di salire, cosa per la quale una mente sana di un cittadino medio vorrebbe gioire. Ci dicono che se i prezzi non salgono diminuiscono i profitti da investire in nuovi consumi energetici, in massima parte fossili, e nuove distruzioni di risorse per alimentare la crescita dei consumi di cose in massima parte inutili. Ci spiegano che i prezzi scendono perché il prezzo del petrolio è troppo basso.
Nel sistema globale di produzione degli alimenti, gli “ingredienti” di ciò che mangiamo provengono dalle più disparate terre del pianeta, coltivati con macchine e prodotti chimici che richiedono molto petrolio per essere realizzati ed utilizzati; si tratta di terre spesso sottratte a chi ne traeva cibo per sopravvivere. Dopo aver girato il mondo consumando altro petrolio, finalmente vengono “cucinati”, “assemblati” e “confezionati” pronti per essere venduti, con il loro bel cartellino di un prezzo che contiene in gran parte il costo del petrolio utilizzato. Non è un caso se quando il prezzo del petrolio cala, il numero delle persone che soffrono la fame scende dal miliardo, verso gli 800 milioni. Eppure gli “ayatollah” del dio consumo ci invitano a sperare che il prezzo del petrolio torni a salire; il loro scopo è produrre denaro e non benessere, ma sempre meno il denaro può essere convertito in benessere reale, anzi oggi produce più danni (disuguaglianze, miseria, cambiamenti climatici, inquinamento dell’aria e dell’acqua, ecc.) che benessere.
L’ennesima guerra si scatena nel cosiddetto scacchiere mediorientale, che con maggior sincerità dovremmo chiamare “area petrolifera”. Decenni di “economia petrolifera” ha imposto confini dettati da un colonialismo avido e vorace, che ha volutamente lasciato nella miseria e nell’ignoranza gran parte della popolazione. Nell’attuale epoca della comunicazione globale, anche a quelle popolazioni è giunta l’immagine della ricchezza e dello spreco che i paesi ricchi hanno costruito con quel petrolio. Molti si sono messi in viaggio e sono andati a popolare le periferie delle grandi metropoli di quei paesi ricchi, spesso ben organizzate e pulite nei loro quadranti urbani ben definiti. Nell’incontro fra immigrati e autoctoni, dietro lo schermo del principio di “uguaglianza e fraternità” che caratterizza la civiltà europea ed occidentale, c’era sempre uno sguardo che nascondeva la realtà che si traduce in “superiorità dei miei valori” e “tolleranza della tua presenza accanto, ma non in mezzo, a noi”. Ce ne è abbastanza per seminare e diffondere ogni orribile integralismo pseudo-religioso, farcito di un identitarismo grezzo, che sostituiscono lo scambio e l’integrazione culturale che per secoli è stato il nutrimento di base della nostra civiltà.
L’integralismo islamico uccide decine di migliaia di persone. I regimi “amici” e conniventi con gli interessi occidentali, fanno altrettanto. L’economia consumista uccide ogni anno di fame e malattie decine di milioni di persone, per non parlare del rifiuto di accogliere quelli che scappano dalle guerre che questo nostro sistema economico ha provocato, senza preoccuparci di violare la Carta dei Diritti Umani e la “Carta Europea”, tanto per ribadire che siamo tutti uguali davanti alle leggi, ma qualcuno è “più uguale” degli altri.
Tutto questo non vi sembra abbastanza per liberarci di questi folli integralisti della finanza e della loro ossessione per una impossibile crescita infinita dei consumi e cambiare sistema economico?

La stupidità degli integralismi

alla scoperta dell'universoTutti gli integralismi nascono dalla certezza di essere depositari di una qualche verità che nel suo assolutismo nega le verità altrui. Dove non c’è il dubbio non c’è pensiero, non c’è cultura, non c’è evoluzione. Perfino la scienza, che pur si occupa di fatti materiali, ormai si esprime sempre più con formule dubitative. Alcuni scienziati ritenendosi figli devoti dell’illuminismo declassano a “credenza”, se non addirittura a “superstizione”, ogni altra forma di conoscenza ed in particolare la religione, producendo una nuova forma di integralismo, cadendo nella stessa trappola da cui avevano creduto di dover liberare l’umanità con la luce della ragione: una fede cieca e assoluta in sé stessa, forte al punto da negare la possibilità dell’esistenza di altre realtà oltre a quella esistenza materiale, misurabile e quantificabile con i suoi strumenti, sulle cui misure imbastisce teorie e teoremi. Ricordo le parole del grande scienziato italiano Adriano Buzzati Traverso, quando diceva che “forse l’errore più grande che l’uomo moderno abbia commesso è stato quello di considerare la scienza come la quintessenza della ragione e di credere, di conseguenza, che progresso scientifico fosse sinonimo di progresso umano”.
Altri scienziati, anche di casa nostra, sprecano il loro tempo per pubblicare libri per dimostrare l’ovvietà che la religione non è spiegabile dalla scienza, ma giungendo alla certezza che non esiste nessuna realtà immateriale e che quindi Dio non può esistere; in tal modo essi dismettono la razionalità che si addice agli scienziati e manifestano una fede nella scienza che li trascina in un integralismo ateista. Il vero scienziato di valore non cade in questo cortocircuito logico.
Il grande biologo americano Stuart Kauffman, da scienziato ateo consapevole che le scienze sperimentali non possano né affermare, né negare l’esistenza di realtà immateriali, in un suo libro del 2008 intitolato “Reinventing the sacred”, rivolge il seguente appello alle religioni mondiali: “Se la metà di noi crede in un Dio soprannaturale, la scienza non dovrà disapprovare questa credenza. Noi abbiamo bisogno di uno spazio per la nostra spiritualità, e un Dio Creatore è uno di questi spazi…. Noi possiamo inventare un’etica globale, in uno spazio condiviso, sicuro per ciascuno di noi, con una immagine di Dio come creatività naturale nell’universo”.
La scienza ha nel suo limite il suo valore; i limiti imposti dalle sue leggi gli impediscono di spaziare con la mente in tutto ciò che è possibile ed ipotizzabile al di fuori di esse, in qualcosa che non si può misurare né pesare, come è un essere immateriale. La fede religiosa ha questa libertà di pensare l’esistenza di ciò che non si tocca, che non si vede che non si pesa; liberarsi dei limiti imposti dalla sua corporeità e pensarsi come spirito è una esigenza che ha accompagnato l’uomo, in varie forme, fin dalla sua comparsa sulla Terra.
Gli integralismi dell’una e dell’altra parte rappresentano la negazione, l’annichilimento di ogni ragione, come nell’implosione di materia e anti-materia, e lasciano l’uomo solo, nudo, spaventato e disorientato. E fra di essi non resta che il terribile gioco alla distruzione dell’altro, con la matita o con il kalashnikov. La nostra cultura ci dice che la prima va bene e il secondo no. Come non essere d’accordo? Ma ciò non ci esime dal pensare che entrambe le violenze integraliste nascono da menti indottrinate e si giustificano l’una con l’altra e noi gente comune stiamo nel mezzo ad affannarci su un pianeta devastato da un sistema economico consumista che ci vuole così, senza quello spazio etico comune invocato da Stuart Kauffman.

A Parigi non si elegge il nuovo presidente USA

U.S. Secretary of State John Kerry testifies at the Senate Foreign Relations Committee while on Capitol Hill in WashingtonLe dichiarazioni del Segretario di Stato USA John Kerry, rilasciate al Financial Time, sul fatto che a Parigi non verrà siglato nessun trattato vincolante sulla riduzione delle emissioni clima alteranti, appaiono come un fulmine nel “ciel sereno” lasciato intravedere dal Presidente Obama su un forte impegno degli USA a ridurre le suddette emissioni. Questa contraddizione nasce dal fatto che Obama ben sa che un trattato vincolante dovrebbe passare sotto le “forche caudine” di un senato in mano ai Repubblicani, che a loro volta sono in mano ai petrolieri. Se questa realpolitik è necessaria ad Obama e al partito Democratico americano per uscire trionfalmente come paladini della difesa del pianeta, qualora la sensibilità della maggioranza degli elettori americani fosse condizionata dalla valanga di dollari gettati dai petrolieri nella campagna elettorale dei Repubblicani, il futuro Presidente USA, potrebbe tranquillamente rimangiarsi tutte le promesse di Obama, compreso l’annullamento del faraonico oleodotto che dovrebbe attraversare da Nord a Sud l’intero paese. L’unico risultato sarebbe l’aver aperto una voragine nella possibilità di controllare gli impegni di tutti gli altri paesi del mondo, con buona pace delle “buone intenzioni” della politica e degli allarmi della scienza. Se il Protocollo di Kyoto, benché vincolante, non ha portato ad alcuna riduzione delle emissioni, e i meccanismi flessibili e l’”emission trading”, cioè il mercato dei permessi di emissione, sono stati utilizzati furbescamente da alcuni paesi per eludere una reale riduzione, i risultati della Conferenza di Parigi diventerebbe poco più di un elenco di buone intenzioni, senza dare alcuna garanzia di poter incidere sulla chimica dell’atmosfera che sta già mostrando un presente di crescenti difficoltà e prospettando un futuro prossimo addirittura catastrofico.
Se dovesse passare la linea prospettata da Kerry, verrà sancita la crisi della democrazia, ridotta a liturgie elettorali autolegittimanti, che nella realtà non fa gli interessi delle declinanti percentuali di cittadini che la legittimano con il voto, ma di gruppi di potere cinici al punto da infischiarsene delle odierne vittime dei cambiamenti climatici e del preparare un mondo assai difficile alle generazioni future, pur di continuare a realizzare i loro ingentissimi profitti.
Se il Protocollo di Kyoto è inciampato sulla mancanza di meccanismi sanzionatori, è ora di istituire una “autorità mondiale di controllo” legittimata ad applicarli.
L’associazione Greenaccord (www.greenaccord .org) ha convocato a Rieti, dal 19 al 21 novembre, nel Forum “Climate, last call”, scienziati e giornalisti provenienti da tutto il mondo, perché questi ultimi informino correttamente le popolazioni dei loro paesi di provenienza sui gravissimi rischi dei cambiamenti climatici, perché questa volta non si tratta semplicemente di cambiare un Presidente o rafforzare un governo da qualche parte del mondo, ma dovrà essere il popolo a difendere con il voto e con la vigilanza attiva sul territorio il futuro dei propri figli.