Il vecchio e il bambino: oltre il catastrofismo demografico

vecchio e bambinoNon è la prima volta che il mondo politico va in confusione parlando di demografia, compiendo una serie di semplificazioni improprie sia sul piano tecnico che sul piano etico. Abbiamo sentito il Ministro Lorenzin usare termini catastrofisti come: “apocalisse”, “saremo finiti dal punto di vista economico”, e “se leghiamo tutto questo all’aumento degli anziani e delle malattie croniche, abbiamo il quadro di un paese moribondo”. Forse perché la mia età ormai mi avvicina alla soglia dell’anzianità, trovo particolarmente offensivo considerare l’età anziana semplicemente come attesa della morte.
Premetto che è fatto sacrosanto e da me ampiamente condiviso, sostenere la famiglia come nucleo fondante della società presente e futura, garantendo la possibilità di soddisfare il desiderio di mettere al mondo dei figli. Detto ciò, in un mondo in cui secondo un recente rapporto dell’OXFAM la metà della popolazione mondiale si spartisce un reddito pari a quello delle 80 persone più ricche, prima di lanciare allarmi sulla denatalità, dovremmo preoccuparci della sopravvivenza dei 90 milioni di bambini sotto i 5 anni che, secondo le Nazioni Unite (UNDP), sono gravemente sotto-nutriti.
Nel mondo di oggi per parlare seriamente di demografia lo si deve fare su scala globale. La vera “apocalisse” demografica mondiale è continuare sul trend di crescita della popolazione, restando in un modello economico che concentra ricchezza anziché distribuirla, ed in un modello tecnologico che già oggi comporta l’utilizzo distruttivo di una quantità di risorse naturali superiore del 35% a quelle che il pianeta riesce a rigenerare. Se a questo aggiungiamo che stiamo correndo verso cambiamenti climatici che creeranno, già nella seconda metà di questo secolo, per quasi la metà della popolazione mondiale, carenza di acqua e di cibo, è evidente che la popolazione comincerà a declinare tragicamente a partire dai più poveri. L’ossessione ideologica per questa insensata crescita dei consumi che produce benessere per una fascia sempre più ristretta di persone, estesa al campo demografico, fa pensare ad un pianeta popolato entro questo secolo da più di 10 miliardi di persone, che non crescerà oltre perché le morti per fame saranno superiori alle nascite. Questo dicono i dati demografici e le analisi scientifiche. E’ questo il mondo che vogliamo?
La naturale oscillazione demografica, che porta alternativamente ad una prevalenza di giovani seguita da fasi di una prevalenza di anziani, fa parte della storia dell’umanità, e per altri versi di ogni altra specie vivente sul nostro pianeta. Se gli anziani oggi sono considerati un peso o una sciagura al punto di parlare di un “paese moribondo”, questo è dovuto ad un sistema che valuta l’uomo solo in funzione di ciò che produce e di ciò che consuma, ed esclude i valori non mercantili, di cui gli anziani, con la loro esperienza di vita e disponibilità di tempo per riflettere ed intessere relazioni, dovrebbero e potrebbero essere i portatori privilegiati. Una diversa organizzazione dell’economia e dei servizi, in primis quelli socio-sanitari, possono costruire un sistema economico che per qualche decennio sappia sostenere una popolazione più anziana come opportunità di arricchimento etico e morale per la successiva fase demografica di ripresa delle nascite, quando spontaneamente si verificherà; fosse fra 50 o 100 anni non importa. Senza la saggezza e la riflessione che una fase demografica di invecchiamento può portare, i bambini rischiano di essere non promesse di un futuro migliore, ma vittime innocenti di un futuro disastroso.

Referendum trivelle: cosa si nasconde dietro il SI e il NO

piattaformaDurante l’ultima conferenza sul clima, svoltasi a Parigi nel dicembre scorso, tutti i Paesi del mondo si sono impegnati a fare in modo che l’aumento delle temperature globali non superi i 2°C, e possibilmente nemmeno 1,5°C, valori oltre i quali i cambiamenti climatici sarebbero talmente sconvolgenti e difficili da fronteggiare da mettere a rischio le conquiste della nostra civiltà. Come ha affermato Hans Schellnhuber, direttore del Potsdam Institute for Climate Impact, durante il Forum Internazionale di Greenaccord (Climate last call, Rieti, 18-21 novembre 2015), la civiltà umana si è sviluppata grazie alla stabilità climatica degli ultimi 11.000 anni.
L’attuale livello di consumi di combustibili fossili, carbone, petrolio e metano, fanno prevedere scenari di aumento delle temperature medie mondiali addirittura fra i 3 e i 5°C, con conseguenze catastrofiche. Gli impegni volontari previsti dall’accordo di Parigi e già presentati da 150 Paesi che tutti insieme producono il 90% delle emissioni globali, secondo una valutazione fatta da illustri climatologi e pubblicata su Science (Allan Fawcett et Alii, Sciencexpress, del 26/11/2015) attenuerebbero solo leggermente il quadro globale, e comunque sono ben lontani dall’evitare una evoluzione catastrofica del clima entro la fine del secolo.
Nonostante questo quadro tragico e di estrema urgenza riconosciuto a Parigi da tutti i Governi del mondo, l’Italia dimentica anche gli impegni Europei di ridurre del 40% le emissioni di gas a effetto serra entro il 2030 e dell’80 % entro il 2050, che significa smetterla di bruciare combustibili fossili, e concede, privilegio unico al mondo, di prolungare a tempo indeterminato le attività delle piattaforme petrolifere in mare, per l’estrazione di petrolio e metano. Qui appare la grande contraddizione e la logica aberrante di un paradigma economico incapace di farsi carico dei problemi dell’umanità, capace solo di navigare a vista, nel breve e medio termine, incapace di occuparsi, se non a parole, del futuro. La caduta etica dei nostri responsabili di Governo che invitano a non votare, riducendo la democrazia a un mero gioco di potere, negando la sua funzione di partecipazione consapevole alle decisioni, viene motivata da argomentazioni largamente infondate e smentite da fatti passati e recenti.
I fautori del NO dicono che la chiusura dei pozzi a fine concessione creerebbe un danno economico per la mancata estrazione del petrolio o del metano ancora presente nei giacimenti.
Essi ignorano, fatto grave per chi ha responsabilità di governo, che le emissioni di gas serra nei prossimi anni saranno onerose, ed il loro costo passerà dai 3-5 €/tonnellata dell’attuale fase sperimentale a 20-30€/tonn. A questi livelli le fonti rinnovabili, già oggi competitive con il petrolio, lo saranno anche con il metano.
I fautori del NO dicono che le piattaforme petrolifere gestite dall’ENI non hanno mai comportato alcun rischio.
Vent’anni fa durante la trivellazione di un posso di petrolio in provincia di Novara, l’AGIP/ENI provocò uno dei più gravi incidenti petroliferi su terra ferma. Mentre si perforava un pozzo ad oltre 5.700 metri di profondità, estraendo la colonna di trivellazione per la sostituzione dello scalpello, circa 150 metri di aste di trivellazione precipitarono nel pozzo, inspiegabilmente privo, o carente, dei fanghi che normalmente devono essere presenti per controbilanciare la pressione del giacimento, ed una grande quantità di greggio venne eruttata dal pozzo inquinando le risaie e i boschi del vicino Parco del Ticino, ed una pioggerella nera si depositò sul vicino abitato di Trecate.
L’ENI è sotto inchiesta per l’accusa di aver pagato tangenti in Nigeria e per reati ambientali in Basilicata, dove da anni molti abitanti, gestori di agriturismi e produttori biologici, lamentano l’inquinamento di pozzi e terreni che stanno mettendo a rischio la loro salute e il loro reddito. Questi sono posti di lavoro persi.
I fautori del NO dicono che comunque per la transizione verso una economia sostenibile serviranno ancora per molti anni petrolio e metano.
Il petrolio italiano non è tanto, le risorse certe corrispondono a poco più di un anno degli attuali consumi, quelle ipotetiche forse a qualche anno in più, ed altrettanto dicasi per il metano. L’Italia quindi votando SI’ rinuncerebbe ad un contributo marginale e non determinante, per una transizione verso energie pulite sostenuta ancora troppo tiepidamente dal Governo, e che una industria di stato come l’ENI ancora non sembra voler intraprendere. L’Enel, ormai privatizzata, anche se con una partecipazione pubblica minoritaria, ha intrapreso con decisione la sua transizione, passando da strategie incentrate su grandi centrali a carbone a crescenti iniziative orientate alla realizzazione di impianti di energie rinnovabili. E’ molto significativo che il Presidente del Consiglio abbia inaugurato negli USA un impianto all’avanguardia di Enel basato su energie rinnovabili integrate e nuove tecnologie. Perché non Italia? Perché l’Italia ha una rete elettrica vecchia e scarsamente integrata con le reti europee, che poco si presta a connettere impianti ad energie rinnovabili. Fra gli stati dell’Unione Europea, l’Italia risulta al 18° posto come livello di integrazione delle reti elettriche.
Le ragioni del SI’
In questa situazione il nostro Governo, anziché preoccuparsi di estrarre fino all’ultima goccia di petrolio e metano, cioè le cosiddette energie di transizione, dovrebbe preoccuparsi del futuro investendo nell’ammodernamento e nell’integrazione delle reti elettriche per rimuovere questo grave ostacolo alla crescita delle fonti rinnovabili di energia. Dovrebbe costringere l’ENI a spostare progressivamente i suoi investimenti verso le fonti pulite e rinnovabili di cui il nostro paese è ricchissimo, fotovoltaico, eolico, anche in mare dove possibile, geotermia di media e bassa temperatura, di cui esiste un enorme potenziale pressoché ancora inesplorato. Altrimenti l’ENI si troverà fra pochi anni di fronte ad impegni di taglio delle emissioni di gas serra che non riuscirà a sostenere, mettendo a rischio, non le decine di addetti alle piattaforme in mare, ma le decine di migliaia di suoi lavoratori.
Allora questo referendum è una scelta fondamentale fra passato e futuro che deve riguardare tutti.
Votare NO significa avere modesti vantaggi nel presente al costo di un futuro disastroso.
Votare SI significa avere maggiori vantaggi nel presente dando nuovo slancio alla ricerca e allo sviluppo delle nuove energie, ed acquisire una leadership in quel futuro decarbonizzato che gli organismi internazionali ritengono necessario e le istituzioni europee stanno già disegnando.

L’integralismo consumista è più pericoloso di quello islamista

migrantiGli scienziati di tutto il mondo dicono che il consumo di fonti energetiche fossili sta distruggendo il clima mettendo a forte rischio la sopravvivenza di centinaia di milioni di persone e rendendo inabitabili vaste aree del pianeta. Il modello economico dominante si fonda sull’utilizzo delle energie fossili, e nei paesi ricchi ciò avviene per produzioni superflue e sprechi. I leader di tutti i paesi del mondo hanno firmato a Parigi, nel dicembre scorso, un impegno a proteggere il clima del pianeta, ma nei fatti non sembrano avere alcuna intenzione di rinunciare a un modello economico ossessivamente concentrato sulla crescita indifferenziata dei consumi, per produrre, vendere e gettare via rapidamente cose in massima parte inutili o perfino nocive, distruggendo risorse limitate e danneggiando il clima. Tutti accettano questa schizofrenica dissociazione ideologica, e tutti fedelmente obbediscono alla dottrina economica consumista. Abbiamo rinunciato a qualsiasi altro tipo di possibile ragionamento delegando ricette, analisi e strategie ai sacerdoti della finanza; anche quando ci dicono che è un male gravissimo, la deflazione, il fatto che i prezzi dei vestiti e della frutta scendano invece di salire, cosa per la quale una mente sana di un cittadino medio vorrebbe gioire. Ci dicono che se i prezzi non salgono diminuiscono i profitti da investire in nuovi consumi energetici, in massima parte fossili, e nuove distruzioni di risorse per alimentare la crescita dei consumi di cose in massima parte inutili. Ci spiegano che i prezzi scendono perché il prezzo del petrolio è troppo basso.
Nel sistema globale di produzione degli alimenti, gli “ingredienti” di ciò che mangiamo provengono dalle più disparate terre del pianeta, coltivati con macchine e prodotti chimici che richiedono molto petrolio per essere realizzati ed utilizzati; si tratta di terre spesso sottratte a chi ne traeva cibo per sopravvivere. Dopo aver girato il mondo consumando altro petrolio, finalmente vengono “cucinati”, “assemblati” e “confezionati” pronti per essere venduti, con il loro bel cartellino di un prezzo che contiene in gran parte il costo del petrolio utilizzato. Non è un caso se quando il prezzo del petrolio cala, il numero delle persone che soffrono la fame scende dal miliardo, verso gli 800 milioni. Eppure gli “ayatollah” del dio consumo ci invitano a sperare che il prezzo del petrolio torni a salire; il loro scopo è produrre denaro e non benessere, ma sempre meno il denaro può essere convertito in benessere reale, anzi oggi produce più danni (disuguaglianze, miseria, cambiamenti climatici, inquinamento dell’aria e dell’acqua, ecc.) che benessere.
L’ennesima guerra si scatena nel cosiddetto scacchiere mediorientale, che con maggior sincerità dovremmo chiamare “area petrolifera”. Decenni di “economia petrolifera” ha imposto confini dettati da un colonialismo avido e vorace, che ha volutamente lasciato nella miseria e nell’ignoranza gran parte della popolazione. Nell’attuale epoca della comunicazione globale, anche a quelle popolazioni è giunta l’immagine della ricchezza e dello spreco che i paesi ricchi hanno costruito con quel petrolio. Molti si sono messi in viaggio e sono andati a popolare le periferie delle grandi metropoli di quei paesi ricchi, spesso ben organizzate e pulite nei loro quadranti urbani ben definiti. Nell’incontro fra immigrati e autoctoni, dietro lo schermo del principio di “uguaglianza e fraternità” che caratterizza la civiltà europea ed occidentale, c’era sempre uno sguardo che nascondeva la realtà che si traduce in “superiorità dei miei valori” e “tolleranza della tua presenza accanto, ma non in mezzo, a noi”. Ce ne è abbastanza per seminare e diffondere ogni orribile integralismo pseudo-religioso, farcito di un identitarismo grezzo, che sostituiscono lo scambio e l’integrazione culturale che per secoli è stato il nutrimento di base della nostra civiltà.
L’integralismo islamico uccide decine di migliaia di persone. I regimi “amici” e conniventi con gli interessi occidentali, fanno altrettanto. L’economia consumista uccide ogni anno di fame e malattie decine di milioni di persone, per non parlare del rifiuto di accogliere quelli che scappano dalle guerre che questo nostro sistema economico ha provocato, senza preoccuparci di violare la Carta dei Diritti Umani e la “Carta Europea”, tanto per ribadire che siamo tutti uguali davanti alle leggi, ma qualcuno è “più uguale” degli altri.
Tutto questo non vi sembra abbastanza per liberarci di questi folli integralisti della finanza e della loro ossessione per una impossibile crescita infinita dei consumi e cambiare sistema economico?

La stupidità degli integralismi

alla scoperta dell'universoTutti gli integralismi nascono dalla certezza di essere depositari di una qualche verità che nel suo assolutismo nega le verità altrui. Dove non c’è il dubbio non c’è pensiero, non c’è cultura, non c’è evoluzione. Perfino la scienza, che pur si occupa di fatti materiali, ormai si esprime sempre più con formule dubitative. Alcuni scienziati ritenendosi figli devoti dell’illuminismo declassano a “credenza”, se non addirittura a “superstizione”, ogni altra forma di conoscenza ed in particolare la religione, producendo una nuova forma di integralismo, cadendo nella stessa trappola da cui avevano creduto di dover liberare l’umanità con la luce della ragione: una fede cieca e assoluta in sé stessa, forte al punto da negare la possibilità dell’esistenza di altre realtà oltre a quella esistenza materiale, misurabile e quantificabile con i suoi strumenti, sulle cui misure imbastisce teorie e teoremi. Ricordo le parole del grande scienziato italiano Adriano Buzzati Traverso, quando diceva che “forse l’errore più grande che l’uomo moderno abbia commesso è stato quello di considerare la scienza come la quintessenza della ragione e di credere, di conseguenza, che progresso scientifico fosse sinonimo di progresso umano”.
Altri scienziati, anche di casa nostra, sprecano il loro tempo per pubblicare libri per dimostrare l’ovvietà che la religione non è spiegabile dalla scienza, ma giungendo alla certezza che non esiste nessuna realtà immateriale e che quindi Dio non può esistere; in tal modo essi dismettono la razionalità che si addice agli scienziati e manifestano una fede nella scienza che li trascina in un integralismo ateista. Il vero scienziato di valore non cade in questo cortocircuito logico.
Il grande biologo americano Stuart Kauffman, da scienziato ateo consapevole che le scienze sperimentali non possano né affermare, né negare l’esistenza di realtà immateriali, in un suo libro del 2008 intitolato “Reinventing the sacred”, rivolge il seguente appello alle religioni mondiali: “Se la metà di noi crede in un Dio soprannaturale, la scienza non dovrà disapprovare questa credenza. Noi abbiamo bisogno di uno spazio per la nostra spiritualità, e un Dio Creatore è uno di questi spazi…. Noi possiamo inventare un’etica globale, in uno spazio condiviso, sicuro per ciascuno di noi, con una immagine di Dio come creatività naturale nell’universo”.
La scienza ha nel suo limite il suo valore; i limiti imposti dalle sue leggi gli impediscono di spaziare con la mente in tutto ciò che è possibile ed ipotizzabile al di fuori di esse, in qualcosa che non si può misurare né pesare, come è un essere immateriale. La fede religiosa ha questa libertà di pensare l’esistenza di ciò che non si tocca, che non si vede che non si pesa; liberarsi dei limiti imposti dalla sua corporeità e pensarsi come spirito è una esigenza che ha accompagnato l’uomo, in varie forme, fin dalla sua comparsa sulla Terra.
Gli integralismi dell’una e dell’altra parte rappresentano la negazione, l’annichilimento di ogni ragione, come nell’implosione di materia e anti-materia, e lasciano l’uomo solo, nudo, spaventato e disorientato. E fra di essi non resta che il terribile gioco alla distruzione dell’altro, con la matita o con il kalashnikov. La nostra cultura ci dice che la prima va bene e il secondo no. Come non essere d’accordo? Ma ciò non ci esime dal pensare che entrambe le violenze integraliste nascono da menti indottrinate e si giustificano l’una con l’altra e noi gente comune stiamo nel mezzo ad affannarci su un pianeta devastato da un sistema economico consumista che ci vuole così, senza quello spazio etico comune invocato da Stuart Kauffman.

A Parigi non si elegge il nuovo presidente USA

U.S. Secretary of State John Kerry testifies at the Senate Foreign Relations Committee while on Capitol Hill in WashingtonLe dichiarazioni del Segretario di Stato USA John Kerry, rilasciate al Financial Time, sul fatto che a Parigi non verrà siglato nessun trattato vincolante sulla riduzione delle emissioni clima alteranti, appaiono come un fulmine nel “ciel sereno” lasciato intravedere dal Presidente Obama su un forte impegno degli USA a ridurre le suddette emissioni. Questa contraddizione nasce dal fatto che Obama ben sa che un trattato vincolante dovrebbe passare sotto le “forche caudine” di un senato in mano ai Repubblicani, che a loro volta sono in mano ai petrolieri. Se questa realpolitik è necessaria ad Obama e al partito Democratico americano per uscire trionfalmente come paladini della difesa del pianeta, qualora la sensibilità della maggioranza degli elettori americani fosse condizionata dalla valanga di dollari gettati dai petrolieri nella campagna elettorale dei Repubblicani, il futuro Presidente USA, potrebbe tranquillamente rimangiarsi tutte le promesse di Obama, compreso l’annullamento del faraonico oleodotto che dovrebbe attraversare da Nord a Sud l’intero paese. L’unico risultato sarebbe l’aver aperto una voragine nella possibilità di controllare gli impegni di tutti gli altri paesi del mondo, con buona pace delle “buone intenzioni” della politica e degli allarmi della scienza. Se il Protocollo di Kyoto, benché vincolante, non ha portato ad alcuna riduzione delle emissioni, e i meccanismi flessibili e l’”emission trading”, cioè il mercato dei permessi di emissione, sono stati utilizzati furbescamente da alcuni paesi per eludere una reale riduzione, i risultati della Conferenza di Parigi diventerebbe poco più di un elenco di buone intenzioni, senza dare alcuna garanzia di poter incidere sulla chimica dell’atmosfera che sta già mostrando un presente di crescenti difficoltà e prospettando un futuro prossimo addirittura catastrofico.
Se dovesse passare la linea prospettata da Kerry, verrà sancita la crisi della democrazia, ridotta a liturgie elettorali autolegittimanti, che nella realtà non fa gli interessi delle declinanti percentuali di cittadini che la legittimano con il voto, ma di gruppi di potere cinici al punto da infischiarsene delle odierne vittime dei cambiamenti climatici e del preparare un mondo assai difficile alle generazioni future, pur di continuare a realizzare i loro ingentissimi profitti.
Se il Protocollo di Kyoto è inciampato sulla mancanza di meccanismi sanzionatori, è ora di istituire una “autorità mondiale di controllo” legittimata ad applicarli.
L’associazione Greenaccord (www.greenaccord .org) ha convocato a Rieti, dal 19 al 21 novembre, nel Forum “Climate, last call”, scienziati e giornalisti provenienti da tutto il mondo, perché questi ultimi informino correttamente le popolazioni dei loro paesi di provenienza sui gravissimi rischi dei cambiamenti climatici, perché questa volta non si tratta semplicemente di cambiare un Presidente o rafforzare un governo da qualche parte del mondo, ma dovrà essere il popolo a difendere con il voto e con la vigilanza attiva sul territorio il futuro dei propri figli.

L’economia contro l’uomo

migranti-folla.jpgFino alla metà del secolo scorso, le risorse planetarie, rispetto alla popolazione mondiale, erano talmente abbondanti che il superamento di ingiustizie e povertà era considerata una questione etica risolvibile in ambito politico con la creazione e la distribuzione nel mondo di nuove tecnologie: la povertà e la fame erano generalmente attribuite all’arretratezza tecnologica dei paesi poveri. Poi negli anni ’70 l’umanità ha cominciato a consumare più risorse di quante il pianeta riusciva rigenerare e a danneggiare le dinamiche su cui si sviluppa la vita del pianeta, come il sistema climatico, ad un ritmo superiore a quello necessario alla biosfera per ripristinare gli equilibri essenziali. Insistendo su un modello economico fondato unicamente ed indissolubilmente sulla crescita della produzione e dei consumi, in quegli stessi anni, secondo le analisi dell’economista Herman Daly, continuava a crescere la parte del Prodotto Lordo (PIL) relativa ad attività di riparazione dei danni causati dalle tecnologie produttive (inquinamento, dissesti idrogeologici, malattie, distruzione delle foreste, disoccupazione prodotta dalla automazione industriale, criminalità, ecc.) mentre la parte del PIL relativa ad una reale produzione di benessere, quella che Daly chiama “indice di progresso reale”, restava costante; in altri termini la crescita economica non corrispondeva più ad una crescita del benessere, ma ad una crescita di danni. Pur consapevole di ciò, il sistema economico mondiale ha continuato fino ad oggi sull’unica strada che conosce, e non vuole o non sa abbandonare, perseguendola fino a rischio della sua stessa distruzione.
L’ossessiva necessità di risorse per la crescita, ha accresciuto, invece del benessere, la conflittualità fra le potenze economiche che si è tradotta quasi sempre in destabilizzazione di aree intenzionalmente tenute nella miseria e nell’ignoranza, per poterne meglio sfruttare l’enorme ricchezza di risorse; e così abbiamo assistito a finte guerre di religione, lasciando campo libero alle peggiori pulsioni violente e primitive. Popoli massacrati e senza speranza hanno iniziato a mettersi nelle mani di cinici criminali, che tuttavia rappresentavano l’unica risposta alla loro disperazione. Ad essi si aggiungeranno nei prossimi decenni centinaia di milioni di disperati in fuga dagli effetti devastanti dei cambiamenti climatici. In una spirale di brutalità decine di persone arrivano ammassate in barconi, perché scafisti criminali possano trarre il maggior profitto da questa “merce umana” viva o morta. Se questa logica criminale possiamo ancora considerarla come una logica conforme alla dominante ideologia del profitto, più inquietante ci appaiono episodi di “disinteressata brutalità”. A che giova buttare a mare l’insulina di un bambino diabetico condannandolo a morte? A che giova lasciar morire asfissiate nella stiva decine di persone che potrebbero essere salvate semplicemente creando prese d’aria di fortuna?
Il cinismo sembra dominare questa fase decadente del capitalismo anche nei paesi europei che farebbero qualsiasi cosa per veder crescere il PIL di qualche decimale. Ed anche da noi c’è gente senza qualità che ha scelto la politica come unica palestra per costruirsi una carriera e un successo altrimenti impossibili, e con pseudo ragionamenti grossolani e demagogici, costruisce cinicamente le sue fortune personali stuzzicando i sentimenti egoistici peggiori nella mente di persone che nella complessità delle difficoltà generali hanno bisogno di un quadro rassicurante, benché assolutamente falso, in cui ci sia un problema, un colpevole e un “salvatore” portatore di una facile soluzione di “buon senso”. La loro capacità di costruire allarmi e paure arriva a far credere a molti sprovveduti che sia sufficiente mettere una mano sul buco per arginare una diga che sta accumulando una crescente pressione che la nostra stessa economia alimenta; che siano sufficienti leggi dure, rimpatri coatti o muri di filo spinato per risolvere il problema; è come voltare le spalle fingendo che il problema non esista.
Tutto ciò ci fa ritenere che l’uomo non sia più da tempo al centro dell’economia e della politica, ma sia ridotto nel migliore dei casi a strumento di produzione e consumo, e nel peggiore dei casi a merce su cui realizzare un profitto o un vantaggio politico.
L’incapacità di riconoscere che la crescita dei consumi è una ossessione insensata, in un mondo diverso da quello passato in cui poteva considerarsi un obiettivo di benessere, può produrre solo ulteriori disastri. Dobbiamo imparare a costruire il benessere presente e futuro in una economia di produzione e consumi stazionari, in cui a crescere non sia la quantità di beni prodotti, ma la qualità e l’utilità sociale delle attività svolte: cura della salute, istruzione, cultura, cura del territorio, miglioramento delle qualità ambientali, equità sociale, miglioramento dei servizi, qualità del cibo, dell’aria e dell’acqua, solo per indicare alcune attività in grado di creare occupazione e benessere in modo stabile e con prospettive future.
Al punto 109 dell’enciclica “Laudato si” Papa Francesco dice: “Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative per l’essere umano. La finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale.”
Il profitto, nella moderna società consumista dello spreco, non si costruisce con l’ingegno ma sulla base di un debito ecologico che paesi ricchi, anziché pagare, scaricano semplicemente su quelli poveri.

L’ESORTAZIONE DI PAPA FRANCESCO PER IL FUTURO DELL’UMANITA’

Francesco pianta l'ulivoSebbene il calderone mediatico abbia dipinto l’ultima enciclica di Papa Francesco come “l’enciclica verde” in realtà in essa c’è molto di più: c’è un grande allarme per la deriva che l’umanità sta prendendo e che minaccia il suo futuro. Per il Papa non esiste una “crisi ecologica” a sé stante ma essa è una conseguenza di una ben più ampia “questione antropologica” che produce come effetti le crisi ecologiche, le guerre, la povertà, le ingiustizie, le disuguaglianze, provocando un disorientamento globale dell’umanità ed addensando nubi fosche sul suo futuro, non solo sul piano ecologico, anche se le crisi ecologiche rappresentano le minacce più gravi, da affrontare quindi con urgenza. Il Papa vede una umanità smarrita, che in massima parte vive in città caotiche e inquinate, assuefatta ad un consumismo che distrugge le reti ecologiche come le reti sociali. Una umanità disgregata dall’individualismo e dalla competizione utilitarista in cui il più forte prevale sempre sul più debole, a cui va restituito il senso di appartenenza ad un’unica famiglia umana che deve muoversi concorde nella difesa della casa comune: la Terra.
Nell’enciclica c’è un forte richiamo alla responsabilità della politica ma anche dei cittadini, attraverso una elencazione puntuale di atteggiamenti e di scelte. Alla prossima conferenza sul clima, che si svolgerà a Parigi nel prossimo mese di dicembre, i politici devono superare il loro egoismo nella consapevolezza che c’è in gioco non la sorte di questo o quel governo, ma il futuro dell’intera umanità; gli scienziati hanno già parlato spiegando che siamo in cammino verso un aumento delle temperature medie globali fra i 3 e i 5°C, che prospettano gli scenari peggiori di cambiamenti climatici irreversibili e difficilmente affrontabili dall’umanità. Uno studio appena pubblicato dal più illustre climatologo mondiale, James Hansen e da ben altri 16 grandi scienziati internazionali, riporta che i ghiacciai si scioglieranno molto più velocemente di quanto fino ad oggi previsto, provocando un innalzamento del livello dei mari di alcuni metri entro questo secolo. Dal momento che gran parte dell’umanità vive in grandi metropoli e città poste lungo le coste ciò avrebbe effetti devastanti. Essi ritengono che il limite di sicurezza del riscaldamento da non oltrepassare debba essere assolutamente spostato dai 2°C fino ad oggi considerati a non più di 1,5°C. Possiamo ancora evitare la catastrofe limitando i danni entro soglie fronteggiabili, convertendo al più presto l’economia verso la sostenibilità ecologica e sociale, utilizzando energie rinnovabili per sostenere stili di vita improntati alla sobrietà. Dal momento che le temperature medie globali sono già aumentate di 0,8°C non c’è più tempo da perdere.
Papa Francesco si rivolge agli economisti sostenendo che (193) è arrivata l’ora di accettare una certa decrescita in alcune parti del mondo procurando risorse perché si possa crescere in modo sano in altre parti. E dice questo ad un mondo politico che anche nel nostro paese considera lo sviluppo esclusivamente come crescita dei consumi e rivolge ogni sforzo perché essi riprendano a crescere. Il grande economista Herman Daly ha dimostrato come ormai i due terzi del PIL dei paesi industrializzati è costituito da attività relative alla riparazione dei danni prodotti dal restante terzo che si suppone produca benessere e che ormai è stabile già da dagli anni ‘70. In questi paesi potremmo quindi dire che la crescita è antieconomica. Le economie ricche dovrebbero liberarsi dalla ossessione consumista, irragionevole e senza prospettive, ed orientarsi alla cura del territorio in una prospettiva di adattamento e limitazione dei danni causati dai cambiamenti climatici.
Forte è il richiamo del Papa ad adottare stili di vita orientati alla sobrietà, alla condivisione e alla moderazione. Acquisendo la consapevolezza di quanto le nostre abitudini e i nostri gesti quotidiani possano influire negativamente o positivamente sulle dinamiche ecologiche ed economiche. E’ un invito all’azione rivolto a tutti, a prescindere dalle responsabilità che ciascuno ha nella società; è importante in tal senso l’invito a promuovere la partecipazione delle popolazioni nella valutazione preventiva di progetti che abbiano conseguenze sull’ambiente.
(230) Un’ecologia integrale è fatta anche di semplici gesti quotidiani nei quali spezziamo la logica della violenza, dello sfruttamento, dell’egoismo. Viceversa, il mondo del consumo esasperato è al tempo stesso il mondo del maltrattamento della vita in ogni sua forma.
L’appello di Papa Francesco è di pensare a un solo mondo e a un progetto comune affidato ad una governance globale per risolvere le gravi difficoltà sociali e ambientali che affliggono la famiglia umana.Non ci resta che augurarci che la rinnovata spinta etica delle religioni possa smuovere dal torpore e dall’opportunismo dalla vista corta, i governanti del mondo in vista dell prossimo vertice sul clima che si svolgerà a Parigi all’inizio di dicembre.

La Grecia, baluardo della democrazia europea

democrazia ateneCiò che sta accadendo in questi giorni in Grecia è la palese dimostrazione che la deriva attuale del liberismo economico è totalmente incompatibile con la democrazia, ma riesce a malapena a convivere con para-democrazie in cui sempre meno persone partecipano alla vita politica e al voto.
Già negli anni ’60, la famigerata scuola dell’estremismo liberista, la scuola di Chicago, creava disastri sociali in sud-America per instaurare dittature in grado di imporre con il terrore le sue dottrine: è l’origine della shock economy. E intanto il Fondo Monetario Internazionale creava disastri sociali ed economici nei paesi africani, condannati alla svendita delle loro risorse e delle loro produzioni ai paesi ricchi, naufragando in un vortice di perenne miseria. Il neo-liberismo, libero di ogni credibile opposizione di sinistra, anch’essa addomesticata al potere dei mercati, sta sferrando il suo attacco nel cuore dell’Europa, al paese dove la democrazia è nata. Senza negare la grande irresponsabilità dei governi greci degli ultimi decenni, che pur sono stati lasciati fare da queste stesse istituzioni europee ed internazionali allo scopo di giungere sull’orlo del baratro, nella miglior tradizione della “shock economy”.
Paradossale è lo scandalo suscitato dal ricorso al referendum, strumento estremo di democrazia, di fronte all’imposizione di provvedimenti radicali e drammatici per la popolazione, da parte delle autorità finanziarie e politiche della UE, che pretendono di curare gli errori politici dei passati governi riducendo la popolazione alla miseria e annullando ogni prospettiva futura di ripresa; ecco, l’attacco alla democrazia si manifesta come sempre nel seminare il terrore fra la gente preparando l’avvento al potere di partiti obbedienti.
Grandi economisti come Stiglitz, Krugman, Daly, compresa l’amministrazione USA, si sono espressi in forme estremamente critiche nei confronti di queste ricette shock che si intende imporre ai greci. Anche Papa Francesco afferma che “Nel frattempo i poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono ad ignorare ogni contesto e gli effetti sulla dignità umana e sull’ambiente.” (Laudato si, 56).
I sacerdoti della nuova grande religione di un mercato senza uomo e senza natura pretendono ormai sacrifici umani alla loro divinità.

Se le religioni scendono in campo per la sostenibilità

IMG_0927Il 28 aprile, presso la Accademia Pontificia delle Scienze, nella Città del Vaticano, si è svolto un importante workshop intitolato “Protect the Earth Dignify Humanity” che ha radunato illustri scienziati di fama mondiale come Paul Crutzen, Johan Rockstroem, gli economisti Partha Dasgupta e Jeffrey Sachs, Direttore del Sustainable Development Solution Network delle Nazioni Unite, ed importanti leader religiosi come il Cardinale Peter Turkson, il Rabbino David Rosen, Il Metropolita di Parigi Emmanuel, Din Syamsuddin, presidente del Consiglio Indonesiano degli Ulema e Sri Sugunendra Theertha Swamiji e molti altri. I lavori sono stati introdotti dal Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon, alla presenza del Presidente della Repubblica Italiana sergio Mattarella e del Presidente della Repubblica dell’Ecuador Rafael Correa. Il tema sviluppato ha riguardato le dimensioni morali dei cambiamenti climatici e dello sviluppo sostenibile. Nella risoluzione finale dell’assemblea si dichiara che “Il cambiamento climatico causato dall’uomo è una realtà scientifica, e la sua forte mitigazione è un imperativo morale per l’intera umanità. In questo profondo spazio morale il mondo delle religioni gioca un ruolo veramente vitale. Queste tradizioni affermano tutte la intrinseca dignità di ogni individuo collegata al bene comune dell’intera umanità” Il documento continua: ”Il mondo possiede le tecnologie, i mezzi finanziari e il know-how, in grado di mitigare il cambiamento climatico e contemporaneamente fermare la povertà estrema, attraverso l’applicazione di uno sviluppo sostenibile che includa l’adozione di un sistema energetico a basse emissioni di carbonio. Il finanziamento di uno sviluppo sostenibile, inclusa la mitigazione climatica, dovrebbe essere sostenuto da una determinata ricerca della pace e dallo spostamento dei finanziamenti pubblici dalle spese militari ad investimenti urgenti per lo sviluppo sostenibile.” Segue un pressante invito a tutte le nazioni perché nella riunione sul clima che si svolgerà nel prossimo dicembre a Parigi si raggiunga un accordo vincolante per contenere l’aumento delle temperature medie mondiali al di sotto di quei 2°C oltre i quali le conseguenze sarebbero catastrofiche ed irreparabili. Particolarmente interessante è l’avere approfondito la stretta connessione fra crisi ecologiche e crisi umane, come le migrazioni, il traffico di uomini, le nuove schiavitù, le disuguaglianze e le guerre. In particolare il Cardinale Turkson ha sottolineato come l’economia moderna ossessionata dalla crescita del PIL abbia perso di vista la difesa della dignità della vita umana.
Speriamo che le religioni, troppo spesso strumentalizzate da sedicenti movimenti religiosi come alibi per ogni violenza e nefandezza, abbiano la forza di costituire tutte insieme quella spinta morale che fino ad oggi è mancata agli stati, per affrontare seriamente il futuro dell’umanità.

Scarti umani

barconeNel famoso saggio “The Structure of Scientific Revolutions” Thomas Kuhn illustra un simpatico quanto sconcertante esperimento di psicologia cognitiva, l’esperimento di Brumer. Viene mostrato ad una serie di persone un mazzo di carte nel quale alcune carte di picche anziché nere sono rosse, ed alcune carte di cuori anziché rosse sono nere. La stragrande maggioranza delle persone non si accorgeva del trucco ed identificava i cuori neri come picche e le picche rosse come cuori. Questo esperimento ci mostra con evidenza che la mente umana è istintivamente portata a credere più a ciò che è indotta a vedere che a ciò che effettivamente sta vedendo.
Oggi l’umanità sembra afflitta da questa sindrome cognitiva che ci porta a negare l’esistenza di una crisi ecologica e umana globale prodotta dal fallimento del consumismo. Dopo aver vissuto fin da bambini in un mondo che ci ripeteva ad ogni occasione che la felicità è possedere tanti giocattoli nuovi, poi crescendo tante automobili sempre più potenti, poi modelli sempre nuovi di apparati elettronici, in un orgia di crescita eterna dei consumi, come possiamo accettare che ciò non sia più vero e che anzi porta crescenti sciagure ambientali e umane? Come credere che la decrescita dei consumi che tutti descrivono come la peste, possa essere la cura dei mali del pianeta e dell’umanità, e costituisce l’unica prospettiva per sperare di continuare a vivere bene?
Siamo abituati a vedere il volto bello del consumismo, fatto di scaffali scintillanti nei centri commerciali, pieni di ogni sorta e varietà di oggetti che si distinguono, non per essere utili o inutili, ma semplicemente attraenti e desiderabili. Tutti sanno ma nessuno vuole accettare che ciò che vediamo è solo la punta scintillante al sole di un iceberg che nasconde una enorme massa di ghiaccio sommersa. Ma a volte la parte sommersa emerge, come gli orrori della terra dei fuochi; tutti sono pronti a fare barricate non solo contro discariche ed inceneritori, ma anche contro impianti di recupero e riciclo, ma nessuno è disposto a rinunciare a ciò che la pubblicità ci induce a desiderare e il mercato ci espone in un bel over-packaging scintillante sugli scaffali dei supermarket, pur sapendo che i rifiuti, anche quelli tossici della terra dei fuochi, derivano direttamente o indirettamente dalle cose che acquistiamo. E se allarghiamo il nostro raggio di azione scopriamo un enorme flusso di materie prime e prodotti agricoli che viaggiano dai paesi poveri verso i paesi ricchi, e di rifiuti tossici e radioattivi che compiono il viaggio inverso insieme ad armi come conguaglio.
Allo stesso modo preferiamo pensare che i barboni siano solo dei bohemienne invecchiati, che gli zingari adorano vivere in baracche fredde ed accampamenti fangosi e passare il tempo rubando e che i naufraghi del Mediterraneo siano solo dei poveri illusi indottrinati che farebbero bene a restare a casa loro.
La realtà cruda delle cifre ci dice che il risultato di questo che chiamiamo progresso è:
• 2,5 miliardi di persone nel mondo, circa la metà della popolazione dei paesi in via di sviluppo, vivono in condizioni sanitarie precarie
• 2 milioni di bambini al di sotto dei cinque anni muoiono ogni anno per malattie diarroiche (quali colera, tifo e dissenteria) attribuibili all’assenza di acqua potabile e di servizi sanitari di base
• entro la metà di questo secolo 200 milioni di persone, provenienti in massima parte dai paesi più poveri, rischiano di diventare permanentemente sfollati per cause ambientali.
• 2 miliardi di persone non hanno accesso ad acque sicure e 3,4 miliardi ne hanno un accesso discontinuo
• 171 milioni di persone potrebbero essere colpite dall’innalzamento del livello dei mari entro il 2050
• entro il 2050, a causa dei cambiamenti climatici altri 25 milioni di bambini si aggiungeranno a quelli che oggi soffrono la fame
• 1,5 miliardi di persone vivono con meno di 1,25 $ al giorno e circa la metà della popolazione mondiale vive con meno di 2,50 $ al giorno
• 1,7 miliardi di persone soffrono di privazioni multiple in educazione, salute e condizioni di vita
• Sono circa 1 miliardo le persone che soffrono la fame
Le poche migliaia di disperati che rischiano la vita o la perdono del tentativo di raggiungere l’Europa, sono gli “scarti umani” del consumismo e il Mediterraneo è la “discarica” che tutti preferirebbero tenere nascosta. E allora si propone come soluzione la lotta agli schiavisti che li sfruttano, come se questo potesse bastare a rimuovere i motivi di miseria e di violenza che li spingono a partire. Anche questo è non voler vedere, come nell’esperimento di Kuhn, che non si tratta di un accidente della storia, ma di una logica conseguenza del sistema economico mondiale, il cosiddetto “prezzo da pagare”, quell’effetto collaterale indesiderato del benessere che, insieme all’inquinamento, gli economisti chiamano “costi marginali” o “esternalità”. Se oggi parliamo di migliaia, le cifre che abbiamo dato sopra ci dicono che presto parleremo di milioni e poi di decine e centinaia di milioni…e allora sarà impossibile nascondere questa realtà come si fa con la polvere sotto il tappeto.