Yes, they can, noi no!

In questo clima post elezioni non commenterò i risultati elettorali, anche se voglio sottolineare che l’impegno ambientalista di tutti rasenta il nulla.

Voglio invece dare un’occhiata a quei Paesi governati da persone che per quanto possibile si distinguono per il loro impegno sociale e ambientale.

Il primo personaggio che mi viene in mente è quello più scontato, Obama. La sua politica ambientale è stato il cavallo di battaglia in entrambe le campagne elettorali che lo hanno visto protagonista. Obama si è distinto per aver puntato una buona parte del suo programma elettorale sulla lotta ai cambiamenti climatici; per questo è uno dei pochi presidenti a riconoscere il problema in sè, ancora rinnegato da altri suoi colleghi e ignorato dalla maggioranza. Ma in concreto cos’ha fatto? Forse non molto rispetto a quello che aveva promesso, almeno fino ad oggi, ma sicuramente di più rispetto ad altri. Nel suo primo mandato Obama ha introdotto sgravi fiscali per azioni di efficienza energetica in casa (possibilità di dedurre dalle tasse azioni per l’isolamento termico della casa, per l’installazione di pannelli solari, o sistemi di riscaldamento /raffreddamento geotermico, ecc.); sgravi fiscali per l’acquisto di auto ecologiche, ibride in particolare, e per veicoli leggeri e scooter; incentivi per la climatizzazione delle case di persone a basso reddito, circa 6500 dollari a casa; ha preso provvedimenti per la riduzione all’esposizione di sostanze tossiche (test su alcuni pesticidi, sulle emissioni di mercurio dalle fornaci, e la restrizione dell’uso di varie altre sostanze tossiche). Uno dei primi risultati ottenuti è stata la cosiddetta “legge salva-clima”. La legge impone un taglio alle emissioni di Co2 del 17% rispetto ai valori del 2005, entro il 2020 e quasi dell’80% entro il 2050. Il 5% dei finanziamenti necessari per raggiungere questo obiettivo sarà ottenuto grazie ad accordi con i paesi in via di sviluppo per scoraggiare la deforestazione nei Paesi tropicali, che causa circa il 20% delle emissioni globali di gas serra e verrà promosso lo scambio di tecnologie tra gli Usa e i Paesi in via di sviluppo per aiutare a ridurre le emissioni in tutto il mondo oltre ad aiuti per le popolazioni e le comunità più vulnerabili del pianeta per rispondere agli impatti attuali e futuri del cambiamento climatico. Il sistema previsto per raggiungere questo traguardo è composto da diversi strumenti che vanno dai limiti sulle emissioni per fabbriche, raffinerie e centrali elettriche, ad un sistema di cap and trade, ovvero di compravendita di permessi di inquinamento tra le stesse aziende. Inoltre i fornitori di energia (le aziende che acquistano energia da chi la produce e la distribuiscono alle utenze finali) dovranno garantire che entro il 2020 il 15 % dell’energia fornita derivi da fonti rinnovabili. La legge prevede anche un obiettivo di riduzione dei consumi elettrici del 5%, anche grazie a interventi per aumentare l’efficienza energetica delle abitazioni.

Al suo secondo mandato Obama si ritrova ad affrontare importanti decisioni tra cui se e come far ridurre le emissioni degli  impianti a carbone esistenti; se approvare o meno il  progetto dell’oleodotto Keystone XL, che trasporterebbe greggio pesante ad alte emissioni di carbonio dalle aree bituminose della provincia di Alberta, in Canada, ai porti del Golfo americano. C’è da dire che molte scelte sono ostacolate dal Congresso.

Poi c’è un personaggio meno conosciuto, Rafael Correa. Presidente dell’Ecuador dal 2006,  ha portato stabilità politica e costante crescita economica. Ha finanziato programmi di stato  per ridurre la povertà e la disoccupazione, aumentare l’alfabetizzazione e migliorare l’assistenza sanitaria. Il paese ha anche ricevuto riconoscimenti internazionali per le politiche progressiste per i disabili e per l’ambiente, tra cui la prima costituzione al mondo che riconosce i diritti della natura.  Ha anche rinegoziato il debito pubblico, che con il pagamento degli interessi impediva qualsiasi programma serio di investimenti. Lo ha fatto analizzare da un gruppo di esperti (anche stranieri) per stabilire quale fosse il debito contratto illegalmente da precedenti regimi dittatoriali. Alla fine ne ha annullato il 70%. Si è anche rifiutato di rinnovare l’accordo per la base militare Usa di Manta e ha ottenuto la condanna della nordamericana Chevron-Texaco ad una multa milionaria per il risarcimento dei danni ambientali provocati dal gruppo petrolifero in Amazzonia. Si è fatto conoscere dai più alla Conferenza di Rio di giugno 2012 nella quale ha dichiarato “Non dobbiamo pensare di salvare il sistema finanziario ma dovremmo salvare l’ambiente. Tutti sanno che la diagnosi è il problema ambientale, ma la soluzione è politica, cambiare la logica. I beni ambientali non devono diventare merci” e ha insistito sulla differenziazione dei costi a carico dei paesi più sviluppati e inquinatori. I paesi industrializzati hanno cercato di tagliare il documento finale della Conferenza nella parte dedicata alla responsabilità dell’inquinamento, sostenendo che vi è una crisi finanziaria e che altre nazioni stanno emergendo come potenze economiche. “Il 20% dei più ricchi genera il 60% delle emissioni di gas a effetto serra, mentre il 20% più povero del pianeta genera un valore inferiore allo 0,72% del totale delle emissioni del pianeta. Il rapporto è di 83 a 1“. Correa ha inoltre sostenuto che i paesi che preservano la natura devono ricevere una compensazione finanziaria dai paesi ricchi, che sono i principali responsabili delle emissioni di gas a effetto serra. E’ suo il progetto ITT (dalle iniziali di tre pozzi petroliferi esplorati: Ishpingo-Tambococha-Tiputini), una delle iniziative del governo ecuadoriano nella lotta contro il riscaldamento globale. Esso consiste nel lasciare non sfruttati circa 850 milioni di barili di petrolio situato nel parco nazionale Yasunì, una riserva naturale con una biodiversità tra le più importanti del mondo. L’estrazione di questo greggio di 14 gradi Api, potrebbe significare per il paese un’entrata tra i 5.000 e i 6.000 milioni di dollari (considerando 70 dollari al barile). L’economia dell’Ecuador si basa principalmente sui redditi derivanti dal petrolio, che nell’anno 2008 hanno rappresentato il 22,2% del Pil, il 63,1% delle esportazioni e il 46,6% del bilancio generale dello stato. Le riserve dell’ITT rappresentano circa il 20% delle riserve conosciute in Ecuador, una fonte di reddito che un paese povero non può ignorare. Eppure la proposta del governo ecuadoriano è di non sfruttare queste riserve per diverse ragioni, non solo ambientali. In cambio, l’Ecuador, partendo dal principio di corresponsabilità rispetto i problemi ambientali, chiede alla comunità internazionale un contributo vicino al 50% delle entrate di cui potrebbe disporre con lo sfruttamento del greggio.  È una proposta che ha l’obiettivo di lottare contro il riscaldamento globale, la perdita di una biodiversità molto ricca, per impedire l’emissione di 410 milioni di tonnellate di CO2, frenare la deforestazione, la contaminazione del suolo e il deterioramento delle condizioni di vita degli abitanti della regione. Inoltre rappresenta un modo efficace per preservare la selva amazzonica, il cui inaridimento provocherebbe una diminuzione sostanziale della quantità d’acqua in tutto il continente.

Ci sono poi i Verdi tedeschi i quali, a differenza dei nostri hanno un ruolorilevante e soprattutto hanno fatto in modo che il governo prendesse delle scelte importanti in materia ambientale.

Cito per ultimo José Alberto Mujica Cordano, il presidente dell’Uruguay che si è autoridotto lo stipendio a 800 euro al mese, il resto dei suoi emolumenti, è devoluto al Fondo Raúl Sendic, un’istituzione che aiuta lo sviluppo delle zone più povere dell’Uruguay attraverso la costruzione di abitazioni con acqua e luce. Vive in campagna senza acqua corrente e coltiva il suo orto; ha preso posizioni importanti e coraggiose in temi insidiosi come depenalizzazione dell’aborto (in america latina non rappresenta la normalità) e la regolarizzazione della commercializzazione e del consumo della marijuana per combattere il narcotraffico. Ma di Mujica voglio ricordare soprattutto il suo discorso alla Conferenza delle Nazioni Unite sullo Sviluppo Sostenibile Rio+20 :

Veniamo alla luce per essere felici. Perché la vita è corta e se ne va via rapidamente. E nessun bene vale come la vita, questo è elementare. Ma se la vita mi scappa via, lavorando e lavorando per consumare un plus e la società di consumo è il motore, perché, in definitiva, se si paralizza il consumo, si ferma l’economia, e se si ferma l’economia, appare il fantasma del ristagno per ognuno di noi. Ma questo iper consumo è lo stesso che sta aggredendo il pianeta. I vecchi pensatori – Epicuro, Seneca o finanche gli Aymara – dicevano: povero non è colui che tiene poco, ma colui che necessita tanto e desidera ancora di più e più. Queste cose che dico sono molto elementari: lo sviluppo non può essere contrario alla felicità. Deve essere a favore della felicità umana; dell’amore sulla Terra, delle relazioni umane, dell’attenzione ai figli, dell’avere amici, dell’avere il giusto, l’elementare. Precisamente. Perché è questo il tesoro più importante che abbiamo: la felicità!

discorso del Presidente Mujica a Rio

La carrellata di paesi che sopravvivono alla crisi grazie al riconoscimento dell’importanza della sostenibilità e con l’adozione di provvedimenti concreti a favore dell’ambiente sarebbe più lunga ma ho voluto raccontare a grandi linee tre storie per me significative. Queste storie rappresentano il rispetto per il proprio paese e il rispetto per il genere umano; raccontano come sia possibile evitare la deriva del paese senza manovre finanziarie impossibili; raccontano come sia possibile fare scelte sostenibili senza gruppi di studio pagati fior di quattrini che ci spiegano cos’è la green economy.

Con questo auguro al prossimo governo, se ci sarà, buon lavoro e che la saggezza sia con te.

Fonti

http://www.huffingtonpost.com/green/

http://www.ambiente.gob.ec/

 

Finchè la barca va…direbbe qualcuno

Il mio hobby di questo periodo è la lettura dei dossier della Commissione di inchiesta sul ciclo illegale dei rifiuti: bonifiche, rifiuti Lazio, rifiuti Basilicata, rifiuti Lombardia, rifiuti Campania e rifiuti radioattivi. Recentemente mi sono imbattuta nel dossier sulla morte del Capitano De Grazia, Ufficiale della Marina militare che si è occupato delle note inchieste sulle navi dei veleni e sullo smaltimento illecito di rifiuti radioattivi, avvenuta il 12 dicembre 1995 mentre era in viaggio per La Spezia per motivi attinenti alle inchieste.

Mi sembra un argomento interessante soprattutto per la diffidenza che regna in materia.

Il dossier della commissione contiene una dettagliata ricostruzione dei fatti, delle inchieste e delle audizioni dei personaggi interessati; ci fornisce tanti spunti di riflessione, ci impone delle domande, ma non dà alcuna risposta.

I fatti contenuti nel dossier sono gravissimi e smentiscono coloro che negano l’esistenza di navi fantasma o una gestione non proprio lecita di rifiuti radioattivi. Le vicende giudiziarie hanno coinvolto quasi tutto il territorio nazionale e hanno avuto risvolti in diversi paesi del Mediterraneo. Si parte dall’Aspromonte, dai depositi illeciti di materiale radioattivo arrivato in Calabria con delle navi; dalla nave Koraby di bandiera albanese respinta nel porto di Palermo per radioattività del carico,  giunta a Reggio Calabria senza un carico radioattivo: cosa era successo? che fine aveva fatto il carico? a Palermo avevano preso un abbaglio? E’ singolare come dall’inchiesta sulla nave Koraby si sia arrivati ad indagare sull’ENEA; sul traffico illegale di plutonio (impiegato per usi bellici) attraverso il riprocessamento di rifiuti liquidi radioattivi; sul sistema internazionale di gestione di rifiuti nucleari sotterrati o affondati in mare aperto; sulle “abilità imprenditoriali” di tal Comerio e sul fantomatico progetto O.D.M.; sul collegamento con altre inchieste giudiziarie (come la morte di Ilaria Alpi); sul coinvolgimento dei servizi segreti e sulla supremazia, come sempre quando si tratta di grossi affari illegali, delle associazioni a delinquere di stampo mafioso. Ma non solo questo. Tali vicende riguardano anche persone: la devozione del capitano De Grazia, la solitudine del Procuratore di Matera Pace, l’ostruzionismo di qualcuno e l’ingenuità di altri ecc.

Sono vicende giudiziarie note, alcune archiviate, altre sotterrate come gli stessi rifiuti, altre abbandonate a loro stesse dopo la scomparsa o l’allontanamento di chi si è dedicato ad esse; altre finite con l’assoluzione dei soggetti coinvolti. Su di loro la barriera del segreto di Stato.

A ciò si aggiunge la nuova consulenza sulla morte del Capitano De Grazia, riconosciuta dalla Commissione, che ricondurrebbe l’evento a una “causa tossica” che però non si potrà accertare!?

Quello che mi colpisce è il fatto che la Commissione riporta e riconosce eventi gravi, ovviamente non dà giudizi, ma non fornisce neanche un input per la futura gestione. Riconoscere la mancanza di chiarezza su alcuni fatti riguardanti la morte di una persona, significa riconoscere la gestione oscura della vicenda, e perchè non prendere posizione?

La morte del Capitano De Grazia è oscura tanto quanto l’intera vicenda sulle navi “a perdere” e si unisce ai tanti casi irrisolti della nostra storia giudiziaria. Colpa della magistratura? io non credo. La magistratura quando ha gli strumenti svolge il suo lavoro; in questi casi, come in tanti altri, qualcuno non vuole.

Io, non so perchè, immagino quel qualcuno che canticchia “finchè la barca va lasciala andare” finchè non affonda.

Progresso e problemi

Siamo nell’era digitale; tutti abbiamo almeno un computer; i telefoni cellulari ormai fatti tutto  e senza di loro ci sentiamo persi. Ma tutta questa tecnologia applicata ai grandi sistemi può essere davvero la soluzione all’eccesso di burocrazia?

Il mio pensiero va al processo telematico, che io temo più di ogni fila in tribunale. Sarebbe bello evitare sprechi di carta, velocizzare i rapporti tra le parti di un procedimento, tutto grazie ad un click. Ma ho i miei dubbi sul buon funzionamento. Non credo che siamo pronti a questo tipo di sistema. Abbiamo dipendenti pubblici e non solo, che fino a ieri scolpivano nella pietra, non so quanto tempo ci metteranno ad adeguarsi a tutta questa tecnologia. Personalmente ho avuto diversi problemi nel rinnovare la casella di posta elettronica certificata!

Penso anche a tutta l’informatizzazione per accedere ai vari conti energia.

Penso a tutte le domande del secondo conto energia ritenute inammissibili perchè presentate in ritardo a causa di un malfunzionamento del sistema del portale del GSE. Le ultime sentenze del Tar Lazio risalgono a gennaio scorso.

Il Tribunale amministrativo della regione Lazio ha affermato che la previsione normativa inerente l’esclusività dell’inoltro delle domande di ammissione agli incentivi del secondo conto energia in via telematica attraverso l’apposita sezione del portale istituzionale del GSE ( art. 5 comma 10 del decreto 19.2.2007) presuppone la garanzia della piena e costante funzionalità del sistema e della sua idoneità ad una elastica gestione delle diverse evenienze tecniche, non potendo eventuali malfunzionamenti del sistema informatico risolversi nella preclusione dell’esercizio di una posizione sostanziale normativamente riconosciuta. Ne consegue che il GSE avrebbe dovuto garantire sempre il normale funzionamento del sistema e predisporre, o comunque consentire, modalità alternative di inoltro delle domande, per le ipotesi di malfunzionamento del portale. Per tali ragioni, secondo la giurisprudenza della Sezione, in mancanza di indicazione da parte del GSE di specifiche modalità alternative, devono essere considerate tempestive domande comunque inoltrate al gestore in data certa antecedente alla scadenza del termine prescritto. Nel caso dell’ultima sentenza il Tar Lazio, pur riconoscendo il malfunzionamento del portale,  ha respinto il ricorso perchè la ricorrente non si è attivata con mezzi alternativi (come una raccomandata) per presentare la domanda. In altri termini, il giudice amministrativo sembra dire: “quando la tecnologia non vi aiuta, tornate all’età della pietra”. Infatti il GSE in casi analoghi ha ritenuto ammissibili domande inviate con raccomandate A/R.

Siti di Disinteresse Nazionale

In attesa di conoscere nel dettaglio il decreto che riduce il numero dei siti di interesse nazionale, è interessante vedere cosa dice la Commissione bicamerale di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, nella sua relazione sullo stato dell’arte delle bonifiche in Italia.

Ci ricorda in primo luogo come i recenti dati della European Enviromental Agency (EEA) abbiano mostrato che la contaminazione del suolo derivante da attività industriali, stoccaggio di rifiuti, attività minerarie, perdite da serbatoio e linee di trasporto degli idrocarburi, rappresentino una delle più importanti minacce dell’ambiente.

I SIN (mega-siti contaminati) ad oggi individuati dal Ministero dell’Ambiente sono 57, all’interno dei quali ricadono le più importante aree industriali del paese (tra cui i petrolchimici di Porto Marghera e Brindisi, o le aree urbane e industriali di Napoli orientale o della più famosa Taranto). Ma le aree da bonificare non si riducono a questi mega-siti; i siti inquinati o potenzialmente tali, sono più numerosi di quanto possa sembrare. Una regione piccola e poco industrializzata come la Basilicata ha conteggiato 316 siti potenzialmente contaminati.

Ogni regione dovrebbe avere un database sulle bonifiche; un’anagrafe dei siti contaminati con l’elenco dettagliato delle operazioni effettuate.

La commissione ricorda come dietro al traffico dei rifiuti e dietro alle bonifiche ci sia un vero e proprio business illegale. Sottolinea come i costi di bonifica siano assai onerosi e a carico dell’economia pubblica in barba al  principio di chi inquina paga. Di questo spesso ne approfittano aziende di derivazioni illecite, come dimostrano diverse inchieste giudiziarie. Mi piace ricordare, mettendo il c.d. dito nella piaga, la soluzione trovata dal Ministro Prestigiacomo: il Sistri. Come può un sistema così farraginoso incentivare la gestione legale dei rifiuti?

Dei 57 SIN, 12 sono stati dichiarati in stato di emergenza; quindi dei maxi-siti super inquinati; ricordiamo il bacino dei fiume Sarno la cui emergenza è cominciata solo nel 1995 oppure le aree minerarie del Sulcis o la laguna di Venezia.

Riguardo alle problematiche sanitarie, lo studio Sentieri ha valutato la mortalità della popolazione residente in 44 siti di interesse nazionale per un periodo di otto anni. Vi è grande variabilità dei siti esaminati per la densità demografica, per le caratteristiche della contaminazione ambientale, per lo stato di avanzamento delle opere di bonifica e risanamento industriale. Anche il quadro di mortalità è diversificato. La mortalità osservata per tutte le cause e per tutti i tumori supera quella media della regione di appartenenza in 24 siti su 28. E’ stato accertato l’aumento della mortalità per mesiotelioma pleurico nei siti caratterizzati da presenza di amianto (come Casale Monferrato); in altri casi si sono osservati casi di incrementi di mortalità per tumore polmonare nelle popolazioni residenti in siti contaminati da poli siderurgici (Taranto!) e petrolchimici (Porto Torres!).

A parte ogni considerazione in merito alla tutela della salute, ciò che emerge dalla relazione della Commissione è che il quadro sulla gestione e sull’avanzamento della bonifica dei siti inquinati è tutt’altro che chiaro. Oltre alla certezza numerica dei 57 siti di interesse nazionale, che a breve verrà meno, non è possibile stimare con certezza quanti siti contaminati vi sono in Italia. Lo stato di avanzamento delle opere di bonifica è lento e le cause sono varie.

Mancano le risorse economiche, anche se un programma nazionale per la bonifica dei SIN  prevedeva 3 miliardi di euro. Oggi si sono perse le tracce sia del programma che dei tre miliardi.

Dietro ogni sito inquinato c’è quasi sempre un reato ambientale e non sono rari i casi di connivenza degli organi controllori; per cui ogni procedimento di bonifica è accompagnato da un procedimento giudiziario.

Ad ogni sito contaminato corrisponde un danno ambientale di difficile quantificazione e di difficile ristoro. Si scrivono interi volumi sulla inadeguatezza degli strumenti tradizionali alle  problematiche ambientali e il danno ambientale ne è l’esempio più significativo.

Ma i problemi delle bonifiche riguardano anche il destino dei terreni contaminati: dove vanno messi? cosa farne una volta prelevati? il rischio è che vengano sotterrati illecitamente in un altro luogo.

E poi c’è la migliore amica delle nostre istituzioni: la burocrazia. Migliaia di conferenze di servizi, tonnellate di carta e fiumi di parole sprecate mentre una buona parte del nostro territorio è inutilizzabile, economicamente svantaggiosa e insalubre.

Quindi cosa fare?

La Commissione non sembra dare grandi risposte, se non confidare nell’opera degli organi di controllo e in un auspicabile snellimento dell’iter burocratico.

Senza cadere nella retorica, forse sarebbe necessaria una riclassificazione delle priorità e una riqualificazione del ruolo di un territorio salubre. Se vogliamo ragionare in termini economici pensiamo a quanto sia dispendioso continuare a mantenere territori contaminati.

Forse l’importanza di interventi di bonifica e riqualificazione dei siti inquinati viene sottovalutata? io non riesco a spiegarmi tutta questa inerzia.

Una provincia da manuale…dei reati ambientali!

Il viaggio verso la legalità sostenibile oggi passa da Latina, una provincia le cui problematiche fino ad oggi ignoravo.


Sono 12 anni che vivo nel Lazio, a Roma, e solo oggi scopro l’altra faccia di questa regione. Conoscevo gli intrighi di potere, i numerosissimi abusi edilizi, i problemi con i rifiuti (ho visto Roma peggiorare nel corso degli anni), ma non immaginavo quanto in realtà succede.

Il rapporto Ecomafie 2012 di Legambiente rivela che nel Lazio sono stati commessi 2.643 reati ambientali, vale a dire 6,7 illegalità al giorno; la provincia di Latina con le sue 786 infrazioni vanta il settimo posto per numero di reati ambientali in Italia.

Venerdì sono stata in quei luoghi; sono stata nel villaggio della legalità di Borgo Sabotino oggetto di diversi attacchi intimidatori; l’ultimo in ordine di tempo, ma il più grave per le conseguenze, si è concretizzato nell’incendio del capannone dove Libera svolge le proprie attività. Appena arrivata nel villaggio, immerso nella campagna, ho visto diverse strutture in legno, con le immagini di Falcone e Borsellino, altalene, giochi per bambini; poi sono entrata nel capannone, dopo un piccolo androne, la prima cosa che ho visto: il buco chiuso alla meglio con pannelli di legno, lo stesso buco che avevo visto su internet quando è stata resa nota la notizia dell’incendio. Non era la cosa più vicina ma il mio occhio è caduto subito lì; il resto del capannone vuoto per l’intera parte sinistra ancora nero per la fuliggine, ma ripulito con tutta la forza di volontà di quella gente che lì ha deposto le speranze di far nascere un mondo alternativo. Sulla parte destra, dove si è tenuta una conferenza stampa di Libera e Legambiente, ancora tracce di colori e di vita.

Venerdì ho visto con i miei occhi una realtà che pensavo lontana; invece è qui a due passi e che mi fa desumere che non è circoscritta a quel luogo.

Ma la provincia di Latina è anche discarica di Borgo Montello, ora designata a diventare la nuova metropoli dei rifiuti del Lazio, circondata da terreni che odorano non solo di spazzatura ma anche di mafia (camorra in particolare). Ho visto anche la discarica (da fuori) e qui ho visto quello che ho sempre letto: il fiuto per gli affari della mafia e il suo essere globalizzata più di noi. Ovviamente sono in corso procedimenti giudiziari, ma la gente del posto non ha molta fiducia…chissà perché?!

Poi ci sono i fatti più noti: centrale nucleare e rifiuti radiattivi, tumori, sicurezza, mare inquinato ecc. ecc.

Questa esperienza mi ha dato la possibilità di conoscere non solo una realtà che ignoravo, ma anche gente che lavora per cambiare le cose. Gente comune che non aspetta il boom mediatico e non aspira alla poltrona; un gruppo di persone che vuole vivere bene nel proprio territorio.

Cari candidati, ecco cosa vorrei da voi

Ormai è chiaro: siamo in campagna elettorale. Tra un pranzo e un cenone sono uscite fuori diverse liste  con candidati di ogni specie e di diversi colori politici. Non so se è la mia impressione, ma manca il verde. Si parla tanto di green economy, ma nessun aspirante leader sembra voglia farne il suo cavallo di battaglia.

Durante queste feste natalizie, i vari Tg ci hanno sottolineato (come se non ce ne fossimo già accorti) quanto è stato povero questo Natale: niente pasti pantagruelici, pochi regali, poche vacanze. Parallelamente, un gruppo di persone continua a parlare di green economy per uscire dalle crisi; ma le notizie non si incrociano mai, perchè? forse perchè l’incursione di una vera economia verde andrebbe ad intaccare il mercato dell’usa e getta?

Il problema forse è proprio questo. La nostra civiltà,  figlia del mercato e della concorrenza,  ci ha portato un progresso inaspettato ma ci ha portato anche ad abusare della natura e a disabituarci alla durevolezza delle cose.

Siamo disposti a trivellare ettari di terreno per creare un cucchiaio di plastica (sicuramente presenti sulle nostre tavole in questo periodo) e non a perdere due minuti per lavarne uno di acciaio.

Ecco, io vorrei che almeno uno degli aspiranti premier abbia il coraggio di schierarsi contro  questi meccanismi consumistici e schiavi del mercato; mettendo al primo posto il benessere del cittadino e non la finanza.

Il caso Ilva ci ha dato l’ennesima conferma che la questione ambientale viene sempre accantonata in favore delle motivazioni economiche mascherate dalla necessità di salvaguardare i lavoratori.

Un governo che ha a cuore l’ambiente garantisce energia pulita e non derivante da carbone; finanzia bonifiche in zone contaminate da decenni e non infrastrutture improbabili; garantisce trasporti pubblici dignitosi invece di agevolare lo sviluppo di compagnie private; crea un apparato stabile e competente invece di affidare la questione ambientale all’amico del politicante di turno.

Un governo che si rispetti, tutela la bellezza del paese che rappresenta e la mette in economia in maniera intelligente.

Vorrei che gli aspiranti premier smettessero di pensare alle borse e ricominciassero a studiare e a capire quanto sia importante tutelare la bellezza (a quanto pare anche i professori hanno abbandonato i libri da un po’). Cito un verso delle “Demegorie di Pericle”, opera di Tucidide che riporta il discorso di Pericle agli ateniesi nel periodo di massimo splendore della città greca: ” Amiamo il bello con misura e coltiviamo il sapere senza  mollezza e ci serviamo della ricchezza come stimolo di attività, anzichè come motivo di millanteria loquace“.

Qualsiasi governatore dovrebbe ricordare al suo popolo quanto siano importanti la bellezza delle cose e la cultura.

Mi viene in mente una scena del film “I cento passi”, che ho rivisto da poco, dove Peppino Impastato parla della bellezza e di come sia necessario rieducare la gente ad apprezzare la bellezza, altrimenti si abitua alle bruttezze e le fa diventare parte della propria vita.

Nei programmi elettorali cerco questo: tutela dell’ambiente, interesse per il benessere del cittadino, amore per la bellezza e per la cultura; da qui, secondo me deriva tutto: giustizia, rinascita economica, lavoro ecc. Ma nessuno, almeno per il momento, mi soddisfa

I Cento passi, scena bellezza

Attenzione quando si parla di disastri

Una ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata notificata dalla Dia di Napoli, su ordine della Procura partenopea, a Francesco Bidognetti, in regime di 41 bis. Indagato anche Cipriano Chianese, “inventore dell’ecomafia in Campania”. L’accusa è di disastro doloso, avvelenamento delle falde acquifere aggravati dal metodo mafioso. Lo scenario è inquietante: acque avvelenate utilizzate per irrigare i campi e residenti che potrebbero aver assunto sostanze cancerogene da ormai venti anni.

I fatti contestati risalgono alla fine degli anni ottanta, quando con la “Ecologia 89″, Bidognetti diede avvio al ciclo illegale di smaltimento dei rifiuti tossici proveniente dalle aziende del Nord Italia attraverso una rete di intermediari e imprenditori. Nella discarica Resit, sita a Giugliano erano indirizzati i camion dei veleni. La Resit, tra l’altro, da anni aspetta l’avvio della bonifica e messa in sicurezza.

Una perizia consegnata alla Procura di Napoli, nel 2010, ha ipotizzato che nel 2064 ci sarà il picco della degenerazione delle sostanze inquinanti e in particolare del percolato, derivante dalle 341mila tonnellate di rifiuti speciali pericolosi (a cominciare dai fanghi dell’Acna di Cengio) che, oltre a 500 tonnellate di rifiuti speciali non pericolosi e 305 mila tonnellate di rifiuti solidi urbani, raggiungeranno le falde più profonde avvelenando centinaia di ettari di terreno. Fu Chianese, insieme a Bidognetti e Cerci, il grande ideatore del traffico, che avrebbe portato a interrare negli invasi che non erano impermeabilizzati 806.590 tonnellate di rifiuti, di cui oltre 30mila provenienti proprio dall’Acna; le oltre 57mila tonnellate di percolato formatosi negli anni, secondo l’accusa, sarebbero finite nel sottosuolo e poi nelle falde acquifere.

Un’altra inchiesta svela il traffico di rifiuti dei clan di Gomorra. I reati contestati ai due indagati, Elio Roma e Nicola Mariniello, sono attività di gestione di rifiuti non autorizzata, attività organizzata per il traffico illecito e disastro ambientale, aggravati dal fine di agevolare il gruppo Bidognetti del clan dei Casalesi.

I rifiuti tossici, che dovevano essere trattati nell’impianto di compostaggio gestito dalla società RFG, intestata al figlio di Roma, finivano, invece, direttamente nei terreni agricoli del Casertano, individuati anche grazie alla collaborazione con il clan dei Casalesi. I contadini, alcuni compiacenti, ricevevano in cambio del denaro. Ad altri, invece, ignari di quanto stava realmente accadendo, veniva riferito che si trattava di concimi e fertilizzanti.

Sia sul terreno sequestrato che in quelli circostanti, gli accertamenti disposti dalla Procura Antimafia di Napoli nel corso delle indagini hanno evidenziato preoccupanti livelli di contaminazione da arsenico, cadmio, idrocarburi pesanti, stagno ed altre sostanze altamente nocive.

Perchè tutto questo passa inosservato?

Nel linguaggio comune la parola disastro viene utilizzata per indicare un evento grave che produce eventi irreparabili; ma quando viene accostato alla parola ambientale cambia la sua percezione. Questo è un ovvio riflesso della mancanza di sensibilità verso le problematiche ambientali; ma è anche frutto della mancanza di informazioni in materia.

La portata degli eventi che ho citato (ma non sono gli unici), sotterrati come i rifiuti, è gravissima e pericolosissima, ma purtroppo i vari Tg dedicano più spazio alle giovani fidanzate dei candidati premier.

Ma il disinteresse verso i reati ambientali parte dal legislatore e come spesso accade, le lacune vengono colmate dalla giurisprudenza.

In più occasioni la Cassazione ha avuto modo di sottolineare che per configurare il reato di “disastro” è sufficiente che il nocumento metta in pericolo, anche solo potenzialmente, un numero indeterminato di persone: infatti, il requisito che connota la nozione di “disastro” ambientale, delitto previsto dall’art. 434 c.p., è la “potenza espansiva del nocumento” anche se non irreversibile, e l’”attitudine a mettere in pericolo la pubblica incolumità”.

Il termine “disastro” implica che esso sia cagione di un evento di danno o di pericolo per la pubblica incolumità “straordinariamente grave e complesso”, ma non “eccezionalmente immane” (Cassazione Sez. V, n. 40330/2006): pertanto,”è necessario e sufficiente che il nocumento abbia un carattere di prorompente diffusione che esponga a pericolo, collettivamente, un numero indeterminato di persone“. “quando l’attivita` di contaminazione di siti destinati ad insediamenti abitativi o agricoli con sostanze pericolose per la salute umana assuma connotazioni di durata, ampiezza e intensita` tale da risultare in concreto straordinariamente grave e complessa, mentre non e` necessaria la prova di immediati effetti lesivi sull’uomo“.

Per quanto riguarda la problematica relativa alle conseguenze risarcitorie/patrimoniali dello stesso,  la Cassazione (11059/09, relativa al disastro ambientale di Seveso) ha affermato che anche il “semplice patema d’animo” sofferto dai cittadini, preoccupati per le ripercussioni sulla salute, causate dal disastro ambientale, deve essere risarcito come danno morale.

Quando il disastro ambientale è frutto di attività di stampo mafioso la situazione diventa più complicata. Pensate ad un territorio socialmente ed economicamente povero e soggiogato; è facile approfittarne e giocare con la salute delle persone nella disinformazione e nella indifferenza generale. Il territorio casertano, ma non solo, ha subito un danno irreversibile che avrà conseguenze (si suppone in eterno) dannose sulla salute delle persone ma anche sulla piccola economia, quella che cerca di sopravvivere al controllo della camorra. Intanto si salva la famiglia Riva, ma nessuno prende in considerazione la discarica d’Italia.

Cito una frase di Gomorra: “le campagne del napoletano e del casertano sono mappamondi della monnezza, cartine di tornasole della produzione industriale italiana“;  E quando l’inquinamento da rifiuti riguarda l’acqua, le conseguenze arrivano molto più lontano nel tempo e nello spazio. Aspettiamo con ansia la prossima emergenza e il prossimo commissario, acclamato come salvatore, che risolverà il problema dei rifiuti campani.

Ma il problema dei rifiuti non è solo campano e il Lazio insegna.

Non esiste nessun interesse a gestire razionalmente e legalmente il problema dei rifiuti, magari agevolando le imprese virtuose, che invece hanno ricevuto in dono il Sistri (se un giorno verrà attivato).

Come ogni affare d’oro, anche quello dei rifiuti cade sempre più spesso nelle mani sbagliate.

Si parla sempre più spesso di green economy per uscire dalle crisi. Non mi sembra di aver visto o sentito nessuna dichiarazione che almeno individui delle soluzioni per combattere le c.d. ecomafie.

Gomorra, scena rifiuti

 

Quando parlare di sostenibilità è Rock

L’energia fluisce continuamente, dall’essere concentrata diventa dispersa, si distribuisce, si spreca e diviene inutile. Non può essere creata nuova energia  e l’energia di alto livello viene distrutta. Un’economia basata su una crescita infinita è…Insostenibile/Siete insostenibili. Le leggi fondamentali della termodinamica porranno dei limiti fissati  all’innovazione tecnologica e al progresso umano.

Non è un trattato di fisica, nè una profezia stile Maya. E’ il testo di una canzone dei Muse: “The 2nd law: Unsustainable”.

Ascoltavo questa canzone distrattamente, quando mi sono accorta che la parola insostenibile è molto presente; sono andata a trovare il testo ed ecco la rivelazione: una critica con la rabbia tipica della musica rock, al sistema produttivo della società moderna che ha creduto nella sua onnipotenza.

La rivoluzione industriale è stata l’El Dorado dell’uomo moderno; un luogo da sogno pieno d’oro da sfruttare fino alla fine; fino alla privazione smisurata e immotivata delle risorse della terra.

Ma questo sistema non può continuare all’infinito; ha già distrutto ecosistemi e continuerà a farlo fino all’autodistruzione.

Visione apocalittica? no, è la seconda legge della termodinamica.

Muse – The 2nd Law: Unsustainable

Ancora Ilva: decreti e conflitti

Ed ecco un altro decreto per l’Ilva. Dopo il D.L. 129/2012, sul risanamento ambientale e la riqualificazione di Taranto (con il quale sostanzialmente si vuole riqualificare con i soldi pubblici, una città martoriata da altri), il governo dei tecnici sgancia come un missile un altro decreto d’urgenza ad hoc. Il famoso decreto, varato dal Consiglio dei ministri del 30 novembre scorso, è tanto breve ma altrettanto pesante. In tre articoli viene stravolta una buona parte dell’ordinamento giuridico italiano.

Con il decreto, l’Autorizzazione integrata ambientale, che ne è parte integrante, diventa legge o meglio atto avente forza di legge. Bene… Perchè?

L’AIA per gli stabilimenti in cui si producono e trasformano metalli è necessaria ed il mancato rispetto delle prescrizioni comporta sanzioni. L’AIA è il provvedimento che autorizza l’esercizio di un impianto industriale a determinate condizioni; contiene prescrizioni e limiti di emissione che l’azienda deve rispettare nella sua attività produttiva. Il tutto è già scritto nel codice dell’ambiente. Forse trasferendola in un decreto legge si voleva dare maggiore vigore e risalto al provvedimento e si voleva vincolare una famiglia di imprenditori che aveva già un’Autorizzazione integrata ambientale alla quale attenersi, ma evidentemente non ne ha tenuto conto, oppure non ha avuto il tempo di leggerla. L’impianto Ilva di Taranto avrebbe dovuto agire secondo le indicazioni dell’AIA del 4 agosto 2011, ma le perizie chimiche ed epidemiologiche presentate dai Pm all’ormai noto procedimento per disastro ambientale hanno indotto il Ministero a riaprire la procedura. La nuova AIA è stata rilasciata il 26 ottobre scorso e regolamenta soltanto le emissioni in atmosfera degli impianti dell’area a caldo posta sotto sequestro a luglio Tra le prescrizioni vi sono l’obbligo di chiusura da subito dell’altoforno 1 e la chiusura dell’altoforno 5 da luglio 2014, la copertura dei parchi minerali, la chiusura di diversi chilometri di nastro trasportatore, nuovi sistemi di scarico e la riduzione della produzione di acciaio.

I proprietari dell’impianto dovranno attuare tutte le prescrizioni dell’AIA e manterranno la gestione e la conduzione dell’impianto; su di loro ricadrà ogni responsabilità per violazioni di legge e per mancato rispetto dell’AIA. E’ prevista inoltre una particolare sanzione pecuniaria fino al 10% del fatturato.

La disposizione in odore di incostituzionalità è quella che reimmette la società nel possesso degli impianti sottoposti a sequestro.

Nel luglio scorso il GIP di Taranto aveva emesso un provvedimento di sequestro senza facoltà d’uso dell’intera area a caldo dello stabilimento perchè “l‘impianto ha causato e continua a causare malattia e morte e chi gestisce l’Ilva ha continuato tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza”. Il blocco dei lavori dell’acciaieria ”deve essere immediato a doverosa tutela dei beni di rango costituzionale come la salute e la vita umana che non ammettono contemperamenti, compromessi o compressioni di ogni sorta”. L’art. 1 comma 2 del decreto invece dispone: “la società Ilva spa di Taranto è immessa nel possesso dei beni dell’impresa ed è in ogni caso autorizzata, nei limiti del provvedimento di cui al comma 1 (AIA), alla prosecuzione dell’attività produttiva nello stabilimento e della conseguente commercializzazione dei prodotti per tutto il periodo di validità dell’Autorizzazione integrata ambientale“; il comma 3 aggiunge: “i provvedimenti di sequestro e gli altri provvedimenti cautelari di carattere reale dell’autorità giudiziaria consentono di diritto, in ogni caso, quanto previsto dal comma 2“.

Il commento di Grillo al decreto è stato “neanche Mussolini“.

A prescindere da ogni reazione e possibile commento su queste disposizioni, è il caso di ricordare che il sequestro preventivo è finalizzato al protrarsi del reato; nel caso dell’Ilva, di un reato grave che mette a rischio la salute della collettività; è una misura temporanea basata su indizi di commissione del fatto di reato (il c.d. fumus delicti) e soprattutto è emanata dal Giudice e da lui revocata secondo quanto previsto dal codice di procedura penale (art. 321 c.p.p).

 E’ il caso anche di ricordare che il potere giudiziario è uno dei poteri dello Stato e che la  nostra Costituzione dispone: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” (art. 104) e “I giudici sono soggetti soltanto alla legge” (art. 101 c.2).

Tornando al decreto Ilva, merita un cenno la figura del Garante che in tempo di austerity avrà un compenso massimo di soli duecentomila euro lordi all’anno; era necessario? considerando che il Ministero dell’ambiente dovrà comunque monitorare la situazione e riferire semestralmente alle Camere, non era più ragionevole investire nell’ampliamento delle risorse interne dei Ministeri competenti magari creando nuovi posti di lavoro? Piuttosto che dare ad un’unica persona circa 600.000 euro non è meglio creare un gruppo di lavoro composto da giovani competenti e disoccupati piuttosto che attuare la solita nomina politica?

Inutile dire che si è aspettato troppo tempo e che l’inquinamento di Taranto non è un argomento nuovo, anzi. Possiamo giustificare i tempi del procedimento giudiziario ma non i tempi della politica; non possiamo neanche giustificare che ancora una volta si tenti di risolvere la situazione con un decreto d’urgenza nato con l’unico intento di ovviare al provvedimento di sequestro.

E poi chi ci garantisce che la società Ilva spa non fallirà prima di portare a termine la messa in sicurezza dell’impianto, lasciando gli operai senza lavoro ed una città con una carcassa insalubre del tutto abbandonata?

Scanzano ricorda

Il viaggio alla scoperta della legalità sostenibile oggi passa da Scanzano Jonico, un paese in provincia di Matera; il paese della rivolta epica contro il decreto che lo designava come unico sito per lo stoccaggio per le scorie nucleari, il mio paese.

Sono passati nove anni dal decreto 314/2003; nove anni da quella storica e civile protesta; oggi non si parla più di deposito geologico ma di parco tecnologico; ma Scanzano non vuole dimenticare ed ogni anno l’associazione Scanziamo le scorie, zoccolo duro della lotta al nucleare lucana, organizza manifestazioni per ricordare e celebrare. Quest’anno Scanziamo le scorie sta preparando la campagna Tienilammente. La terra è tua, amala e difendila. Una campagna che durerà tutto l’anno e ci accompagnerà verso un decimo anniversario col botto. Tienilammente racchiude in sè sia il ricordo sia il monito; sembrerebbe dire, in altri termini: “ricordate cosa è successo e cosa siete riusciti a fare, ma allo stesso tempo ricordate che avete una terra da difendere, e la Basilicata ha bisogno di essere difesa”.

Il primo evento di Tienilammente si è tenuto martedì 27 novembre, la data della vittoria del popolo lucano, la data del ritiro di Scanzano dal decreto.

Scanzano ha dialogato con la band locale, Krikka Reggae, famosa per il suo impegno sociale e politico espresso nei testi delle sue canzoni rigorosamente in dialetto bernaldese (Bernalda è il paese dove vivono quasi tutti i componenti della band). Quasi ogni brano della band lucana esprime l’attaccamento alla Basilicata e per questo l’associazione Scanziamo le scorie ha deciso di celebrare i nove anni con lei.

I ragazzi della Krikka (non confondeteli con altre cricche) sono stati intervistati dalla giornalista Angela Mauro, anche lei lucana, dell’Huffington Post Italy, e con lei hanno parlato della loro esperienza in quelle quindici giornate di protesta e dello stato attuale del territorio lucano. Dalla piacevole chiacchierata sono emersi in ognuno di loro emozione e stupore nel ripensare a quelle giornate; emozione per i sentimenti che rievoca il ricordo della protesta e stupore nel ripensare alla naturalezza che il popolo lucano ha avuto nel dimostrare l’attaccamento alla propria terra e nel mettere in piedi una protesta senza organizzarsi prima, senza un organico che ha detto “da oggi si protesta”; il collettivo è nato dopo che la gente si è riunita per manifestare.

Quello che ha stupito tutti, come ha fatto notare la stessa Angela Mauro, è stata la solidarietà tra manifestanti e forze dell’ordine e i fatti di cronaca degli ultimi periodi non vanno  in questo senso. Quella era la battaglia di tutti, anche delle forze dell’ordine e poi, come ha sottolineato Manuel Tataranno, uno dei cantanti del gruppo, un poliziotto forse non se la sentiva di attaccare una vecchietta o un bambino che manifestavano.

Il messaggio dato in quei giorni è che il popolo lucano non vuole che la propria terra venga usurpata, privata smisuratamente delle proprie risorse.

Il dialogo con la Krikka Reggae non poteva non toccare anche il tema del petrolio. Quando si pensa al petrolio si pensa alla ricchezza e al benessere – ha affermato ancora Manuel- ma trivellare il 65% del territorio di una regione così piccola come la Basilicata è salutare? Qualcuno ha chiesto alla popolazione un parere? e soprattutto qualcuno ha studiato gli impatti che le trivellazioni hanno sul territorio? Anche l’Ilva 40 anni fa è stata accolta a Taranto come portatrice di lavoro e di progresso, ed ora? Tra 40 anni si parlerà delle conseguenze dell trivellazioni in Basilicata? e sarà necessario – aggiungo io – un decreto d’urgenza per risanare l’area e garantire il lavoro, smentendo quanto affermato dalla magistratura?

Scanzano è il simbolo della necessità di dialogo tra cittadini e potere pubblico; la protesta di Scanzano avrà insegnato che se non si dialoga con il proprio territorio il risultato non è scontato. Non era scontato, come molti hanno sperato, che il silenzio tenuto sulla decisione di ubicare il deposito nazionale delle scorie nucleari a Scanzano non avrebbe provocato nessuna reazione. Il popolo lucano si è svegliato e ha combattuto per difendere la terra ottenuta con tanta fatica dai suoi nonni ai tempi della riforma agraria. E guai a parlare di sindrome NIMBY! Non si tratta di non volere nel proprio giardino le scorie nucleari, ma di non voler rinunciare all’unica fonte di ricchezza di una terra troppo spesso ignorata e depauperata. La terra per un lucano è allo stesso tempo ricchezza, cultura e vita. Il rispetto per il territorio è stato dimostrato anche nella pulizia ritrovata nei siti occupati dopo la fine della protesta: non una carta, una bottiglia o una cicca di sigarette.

Ma dove sono tutte quelle persone presenti nelle quindici giornate?

I protagonisti di Tienilammente sono unanimi nel pensare che la partecipazione non è più la stessa ed i motivi sono tanti e diversi: siamo in generale più reattivi solo nelle situazioni di emergenza, molta gente se n’è andata dalla Basilicata (in generale dall’Italia) per motivi immaginabili e comprensibili, la crisi distrae tutti ma soprattutto l’informazione mediatica tende a rattrappire la cultura e il senso critico di ognuno. Per questo i ragazzi della band lucana in ogni concerto cercano di tenere vivo il ricordo di Scanzano (attraverso un brano scritto dopo la protesta, Eskoriazioni) e di far capire alle giovani generazioni che non bisogna ignorare la storia per imparare dai propri errori e che i diritti non sono favori che le istituzioni ci fanno e per questo vanno pretesi. La musica è un ottimo strumento di diffusione delle idee e se compresa, diventa una potente forma di educazione soprattutto per i giovanissimi che la ascoltano. E’ nella natura del genere reggae la propensione verso l’impegno sociale e la denuncia; come ha ricordato Big Simon, altro cantante del gruppo, reggae music is the voice of the people, e la Krikka Reggae è stata ed è la voce del popolo lucano.

La prima tappa di Tienilammente è stata un’occasione per riapprezzare la bellezza del territorio lucano, ricordando la paura sentita quando qualcuno ha provato appropriarsene.