Fermare l’ennesimo inutile villaggio turistico

Jumbo Wilde  (Sweetgrass Production) è un film che parla di un’altra Montagna, un film che racconta la lotta di una comunità canadese contro lo sviluppo edilizio che minaccia da 25 anni le loro montagne https://www.youtube.com/watch?v=0XNBqe446uY411x618_TNL-JumboWild_Ogle_a_0232

Siamo nel cuore delle montagne Purcell della British Columbia dove la terra è selvaggia e lo sci di fondo è uno stile di vita. Per la comunità  Ktunaxa First Nation, si tratta di una zona conosciuta come Qat’muk, la casa sacra dello spirito dell’orso grizzly. E, per gli scienziati e gruppi di conservazione come Wildsight, la valle è importante perchè parte di un corridoio della fauna selvatica, uno degli unici due rimasti integri nelle aree del Nord America, dove gli orsi grizzly possono vagare liberamente tra il Canada e gli Stati Uniti. Per decenni, First Nations, ambientalisti e sciatori ostacolano con tutte le loro forze la proposta della realizzazione del Jumbo Glacier Resort.Un inutile ennesimo villaggio turistico, un’ennesima violazione della natura.

La storia di Jumbo Wilde è  emblematica e ci fa capire che forse è giunto il momento di smettere di spremere le risorse del pianeta per interessi economici di pochi. La natura che abbiamo ereditato va preservata e tutelata per il futuro e questo ci costringe  a ripensare modelli di sviluppo anche in montagna dove si concentrano le risorse più pulite del pianeta ma anche tanti fragili habitat da proteggere.

L’Alberone…..storia di una morte annunciata?

091119068-9054fdde-72a2-43ab-927e-d953dbff6802Nelle nostre città, in una giornata di forte vento e pioggia, può succedere che un albero, anche di grandi dimensioni, improvvisamente venga giù. Gli esperti dicono che il 40% di questi crolli  sia dovuto a cedimenti dell’apparato radicale in conseguenza di “ferimenti” che l’albero subisce nella sua vita, come tagli per scavi pubblici, lavori e vandalismi. Così invece di curare gli alberi, soprattutto i centenari, o evitare che vengano danneggiati, le amministrazioni propongono soluzioni estreme, eliminarli togliendo a noi cittadini moltissimo, perché un albero con la sua presenza e la sua storia è un monumento alla vita.

E lo dimostra “ la processione” di centinaia e centinaia di persone che in questo fine settimana ha sfilato davanti al luogo dov’era l’Alberone, il gigantesco leccio abbattuto venerdì dopo che due grossi rami erano crollati  su un’anziana e una ragazzina.

Elimare gli alberi….sembra questa l’unica soluzione; ma questo è un massacro vegetale, giustificato dal fatto che quegli alberi, lasciando cadere le foglie, intasano gli scarichi, sporcano le auto in sosta e le radici sollevano l’asfalto.

Allora è bene ricordare che gli alberi in questo periodo rinnovano le foglie che inevitabilmente cadono, ma queste foglie non “sporcano” e non è minimamente paragonabile alle migliaia di cartacce, mozziconi di sigarette, gomme da masticare che si incontrano sui marciapiedi. Insomma i pericoli e lo sporco che ci stanno attorno, non sono causati dagli alberi, ma dall’uomo, dai suoi mezzi e dai modi in cui vive negli spazi pubblici.

Mi chiedo cosa ne è delle nostre radici contadine, di quella cultura di vivere con gli alberi in quanto parte di un’economia domestica che oggi sembra non esistere più?

Cosa rimarrà e quali ambienti e spazi verdi si potranno godere nelle aree urbane e non dei nostri comuni tra pochi anni, se persiste questa indifferenza?

Ma forse quella fila, quella processione fa sperare che almeno nella coscienza di tante persone sia ancora viva quella fiamma di amore e rispetto per la natura…perché camminare sotto gli alberi, anche in una città come Roma, aiuta a liberare i pensieri come ci ricorda  anche Walt Withman in questo passo di una sua poesia  “vi sono alberi sotto i quali non posso passare senza che vasti e melodiosi pensieri non scendano su di me?”

Rose senza spine…diario di viaggio

 

rosaLasciata Nairobi ci dirigiamo verso Ravine, lungo la Rift Valley. L’aria è frizzante perchè siamo oltre i 2000 metri e la natura è verde e rigogliosa. Il viaggio è un emozione continua e quello che più di tutti colpisce sono gli esseri umani.

L’Africa è un Paese che cammina e gli uomini sembrano semi trasportati dal vento; ondeggiano magri nei loro corpi come lunghi steli a passi lenti lungo il ciglio della strada. Per lo più si dirigono verso mercati e paesi e camminano portando di tutto.

Dopo qualche ora raggiungiamo Nakuru, famosa per il lago dove sostano migliaia e migliaia di fenicotteri e dove è stato girato il film “La mia Africa”; gli ampi spazi, il paesaggio verde e la terra rossa rendono tutto molto affascinante e sembra di provare quel mal d’Africa che colpisce chi ha visitato questi luoghi.

Mentre mi perdo nei miei pensieri, si apre davanti a noi uno spettacolo angosciante; una grande discarica, dilavata da una fossa troppo piena, arriva a lambire la strada. In quell’inferno si aggirano come ombre uomini, donne e bambini poveri, in cerca di cibo o piccoli oggetti da rivendere che si contengono con capre, maiali e avvoltoi. Chiediamo ad Allan – il nostro autista – di fermarsi per osservare con più attenzione, ma lui percepisce il pericolo più di noi e si allontana velocemente. Ho provato compassione ma soprattutto vergogna. Mi vergogno come essere umano di permettere che accada qualcosa del genere, che altri miei simili debbano condurre un’esistenza così gravosa e umiliante. Allora mi sono chiesta che senso abbia la produzione di rose, di un genere voluttuario destinato a soddisfare il mercato occidentale? Spero di trovare una risposta e nel mentre raggiungiamo Karen Roses, a Eldana Ravine, a 2200 metri a nord della linea equatoriale.

Karen Roses è un’azienda dove si producono rose e come a Simbi Roses, la guidano madre e figlia. E’ strano vedere come in un paese africano dove la considerazione della donna è quasi unicamente relegata alla sua capacità proceativa e molto poco al suo ruolo sociale o manageriale, ci siano in questo settore aziende a conduzione femminile, dove gli uomini ricoprono ruoli subordinati ad esse. E’ una piccola rivoluzione femminile, un riscatto sociale che avviene attraverso la delicatezza dei fiori. Non a caso in quest’azienda lavorano soprattutto donne che con mani silenziose ed invisibili si prendono cura dei fiori: sono lavoratrici instancabili e le vere protagoniste di questa storia.

E’ soprendente vedere anche la gentilezza con cui Janice Kotut, figlia della proprietaria dell’azienda, e responsabile marketing, si relazioni ad esse.

Janice ci fa capire che qui in Africa pagare una donna vuol dire sostenere una famiglia, ma lei vuole di più per queste donne e ha iniziato a formare alcune di esse per destinarle a posizioni di responsabilità. E che sia convinta di proseguire su questa strada di emancipazione femminile s’intuisce dal discorso fatto alle studentesse in occasione dell’inaugurazione del laboratorio di chimica e biologia di una scuola di Ravine. A queste ragazze ha dato sostegno, ribadendo che solo impegno e dedizione potranno emanciparle e portarle a ricoprire ruoli di responsabilità.

Il laboratorio scolastico è solo uno dei tanti progetti realizzati con il Fairtrade Premium, cioè il contributo economico di cui beneficiano i lavoratori delle aziende certificate da Faitrade. Qui a Ravine sono state realizzate scuole, un centro ricreativo dotato di biblioteca, internet point e condotta medica; non sono solo i dipendenti dell’azienda a beneficiare dei contributi ma è la comunità intera, ed è questo il grande valore del Fairtrade Premium.

La sera torniamo a dormire a Nakuru passando di nuovo per la discarica, ma questa volta ho girato il viso dall’altra parte, non voglio e non posso guardare quella miseria. A Nakuru regna la confusione, c’è traffico e una moltitudine di persone per strada; ci sono venditori ambulanti con i loro banchetti e i portatori d’acqua con carretti trainati da asinelli. Un brodo di umanità che fa si che ci siano controlli ovunque anche nel nostro albergo, dove siamo sottoposti a metal detector e alla perquisizione delle valigie. Nella hall e nelle camere, nonostante sia giorno, pesanti tendoni oscurano la vista dall’esterno; siamo noi che non dobbiamo essere disturbati dalla vista della miseria o la vista del nostro benessere potrebbe trasformarci in facili obiettivi di chi cerca giustizia su questa terra?

Sappiamo tutti che l’Africa è un continente in movimento, dove ricchezza e miseria convivono nello stesso contesto, ma il Kenya sembra una realtà più variegata e le comunità incontrate, soprattutto donne, sembrano stanche di essere rappresentate attarverso l’immagine stereotipata di degrado e miseria.

Il viaggio continua….Jambo!

 

 

Rose senza spine? diario di viaggio in Kenya con Fairtrade Italia

rosaNessun fiore gode tanto successo a livello mondiale come le rose!  E in Kenya le rose hanno un notevole valore economico, ma come ogni rosa ha la sua spina qui la produzione ha problemi di sostenibilità ambientale, sfruttamento dei lavoratori, forte inquinamento e mancanza delle più basilari norme di sicurezza dei lavoratori.

Ma qualcosa sta cambiando e c’è un Kenya diverso. Sono qui in questi giorni al seguito di Fairtrade Italia l’organizzazione internazionale che attraverso il marchio di certificazione si propone di garantire migliori condizioni di vita per i produttori dei Paesi in via di sviluppo, per visitare alcune aziende produttrici di rose che hanno aderito al sistema Fairtrade.

In Africa  – dice Paolo Pastore direttore di Fairtrade Italia – queste aziende che producono fiori sono private e dipendevano da alcuni grandi importatori mentre ora applicando gli standard Fairtrade hanno potuto accedere a un mercato diverso. Spesso le aziende esistevano già e Fairtrade ha cercato  attraverso degli standard appositi di renderle più sostenibili  dal punto di vista ambientale e sociale.

foto-2Simbi Roses è la prima azienda visitata e si trova a nord di Nairobi, ad appena un’ora di macchina. E’ una zona molto florida con terreni fertili e disponibilità d’acqua. Ad accoglierci  la Signora Grace Nyachae e sua figlia. Sono loro che hanno avviato la produzione di rose aderendo al protocollo di Fairtrade: tutto è iniziato nel 1995, in una zona dove già veniva coltivato il caffè, ma  – come spiega la signora Grace – la coltivazione del caffè è molto complessa ed elaborata e non ultimo c’è un consistente  controllo dello stato, un vero e proprio monopolio.  Dal 1995  qui si coltivano quasi 25 ettari a rose e lavorano nell’azienda circa 100 persone in forma stabile e circa 500 stagionali nei periodi di maggior richiesta.  Sono solo alcuni anni che Simbi Roses ha aderito a Fairtrade, e lo ha fatto inizialmente per aprire nuove possibilità di commercio e nuovi canali di vendita e staccarsi dall’insostenibile oscillazione dei prezzi imposta dalle aste olandesi.

Oggi l’azienda produce dai 38 ai 40 milioni di steli l’anno per 10 differenti varietà di rose. Essere inseriti nel Fairtrade – dice Jefferson Kingi Karue general manager dell’azienda -  vuol dire abbracciare le tematiche etiche che inducono maggiori benefici per i lavoratori e per le famiglie degli stessi. Altro aspetto importante è la gestione delle risorse idriche attraverso l’utilizzo della tecnica idroponica.  Ma qui si investe anche nella produzione bioenergetica attraverso la realizzazione di un sistema di compostaggio del materiale vegetale di scarico.  Grande attenzione è posta sulla sicurezza dei lavoratori, per questo è stato messo a punto un sistema di distribuzione dei prodotti chimici che avviene attraverso una canalizzazione degli stessi in modo da evitare il contatto tra questi e i lavoratori, mentre i prodotti stessi sono stoccati in un magazzino protetto.

gruppoIncontriamo anche i rappresentanti del Joint Body, comitato  di lavoratori che partecipa con la proprietà alla gestione dell’azienda e dei fondi del Fairtrade. Sono in sostanza lavoratori dipendenti che partecipano all’impresa. Il portavoce del comitato ci illustra le attività di sviluppo pianificate grazie all’utilizzo del Fairtrade Premium. Si va dalla ristrutturazione della scuola locale, alla creazione di un asilo nido per permettere alle donne di rientrare dopo pochi mesi dal parto, alle borse di studio per l’istruzione fino all’ acquisto di materiale per il miglioramento delle abitazioni.

Almeno qui a Simbi Roses la sensazione è che le rose abbiano poche spine, ma non può dirsi lo stesso per le rose prodotte nella zona del lago Naivasha. Martoriata dalle guerre civili, Naivasha è il centro più importante dell’Africa nel mercato delle rose da taglio. Qui c’è un lago che garantisce un approvvigionamento d’ acqua per le serre che producono fiori e qui si sono installate delle multinazionali che hanno iniziato una produzione intensiva di rose per poter sfruttare le risorse umane, ecologiche ed ambientali favorevoli, cioè un clima caldo che affrancasse dalla necessità di riscaldare artificialmente le serre di produzione, poi acqua a sufficienza per irrigare, ed una manodopera a costi bassissimi con un risultato disastroso dal punto di vista ecologico e umano.

Il viaggio continua…jambo!

Fagioli, mais e semi possono essere “fuorilegge”?

Immag071Ebbene si una sentenza  del luglio del 2012 della Corte di Giustizia Europea vieta di commercializzare sementi, fagioli e mais che non siano registrati nel catalogo ufficiale europeo e per essere registrati occorre che questi prodotti siano “conformi e uguali tra loro”. Spieghiamo meglio: nella sua sentenza di cui sopra la Corte di Giustizia Europea ritiene che il divieto di commercializzazione di semi non omogenei (ossia appartenenti a popolazioni o a varietà locali non stabili e uniformi) sia conforme agli obiettivi delle direttive UE in materia di materiale di propagazione. Questa è la giurisprudenza che la Corte ha creato a seguito della causa avviata in Francia che ha opposto una ditta sementiera ad un’associazione che da alcuni anni pone in commercio tali sementi.
Da circa 50 anni l’industria delle sementi ha cominciato a standardizzare le sementi per adattarsi a concimi chimici e pesticidi nel corso del processo di modernizzazione industrialista dell’agricoltura. Realtà rurali non risucchiate (interamente o parzialmente) da questo schema, hanno mantenuto una ricca biodiversità di interesse agrario, inclusa la varietà intraspecifica di piante coltivate, adatte a climi, variabilità di suoli, di culture alimentari e diete.
Con la sentenza della Corte, queste varietà non hanno ragione di esistere nel quadro di scambi regolati, in quanto sfuggono ai criteri di registrazione nei cataloghi varietali che prevedono la conformità ai criteri DUS (Distinte, Uniformi e Stabili).

Dunque cosa si fa per salvaguardare la nostra biodiversità? Si diventa “fuorilegge”  come il gruppo Coltivar Condividendo” di cui ho  avuto il piacere di conoscere “il capobanda”, l’agronomo  Tiziano Fantinel.  Giovani contadini bellunesi che amano la propria terra e cercano di costruire dal basso, autofinanziandosi totalmente, progetti, iniziative, idee tese a salvaguardare, incentivare, favorire la biodiversità, le tecniche di coltivazioni biologiche, biodinamiche, naturali e che escludono la chimica di sintesi e i prodotti di derivazione animale.

Con i semi raccolti hanno realizzato una mostra di sementi antiche portandola nelle piazze, fiere, centri pubblici e coinvolto moltissime persone, riuscendo così a trovare, catalogare (e poi riprodurre e donare) circa 35 varietà di fagioli, 12 varietà di mais e poi altri cereali, legumi, orticole. Si tratta di  varietà antiche coltivate da decenni e da secoli nella loro provincia. Sementi che non restano in una vasetto o in una teca ma che coltivano, riproducono e donano a coloro che desiderano diventare “custodi della biodiversità”. Consapevoli della responsabilità che si assumono e dell’importanza del gesto che fanno che consente di moltiplicare le sementi antiche, evitandone l’estinzione e creando consapevolezza in chi coltiva.

Tiziano mi ha spiegato che la differenza sostanziale che c’è tra una semente antica e un ibrido commerciale  moderno, consiste nel fatto che  la prima, se seminata e coltivata in modo corretto (evitando ibridazioni, contaminazioni ecc..) darà un seme “figlio” identico a lei, con lo stesso patrimonio genetico. Quindi di generazione in generazione si può ricoltivare la stessa varietà di pianta per decenni, per secoli. Un ibrido commerciale è fatto per essere riacquistato anno dopo anno (anche perchè soggetto a brevetto). Anche se noi provassimo a raccogliere la semente da questa pianta e la seminassimo, avremmo un “figlio” che non ha lo stesso patrimonio genetico della madre (ma molto più povero) o è addirittura sterile. Inoltre le sementi antiche sono molto più adatte per una coltivazione senza uso di chimica di sintesi e per coltivazioni “familiari”; gli ibridi producono di più ma richiedono più concimazioni  e trattamenti.

Il gruppo “Coltivar Condividendo” sono diventati così i promotori “dell’agricoltura relazionale“, incentrata cioè sulle relazioni tra la persona ma anche su un relazionarsi positivo e sereno con la terra, le piante, la natura….

 

 

 

Trasformare i rifiuti in “buoni spesa”. Un esempio di marketing “non convenzionale”

settore_petE’ indubbio che oggi fare la raccolta differenziata è un dovere di tutti noi, ma non sempre riusciamo a capire il vero valore di questa azione. Invece ci sono riusciti tre giovani imprenditori italiani che hanno inventato un compattatore che trasforma i nostri rifiuti in buoni spesa da utilizzare immediatamente.

L’iniziativa “Fareraccolta” nasce nel giugno 2012 con una prima fase sperimentale a Riccione paese, dove i “nostri tre giovani” hanno proposto ad un gruppo composto da 22 esercizi commerciali una soluzione “non convenzionale” per promuoversi e attrarre nuovi clienti e fidelizzare quelli già esistenti.

Il meccanismo molto semplice è quello di dare un vantaggio nel compiere un gesto intelligente e civile: quello di conferire in maniera corretta i propri rifiuti plastici all’interno di un compattatore il quale rilascia immediatamente un buono spesa valido all’interno delle attività aderenti.

Subito il concetto di tramutare in valore i propri rifiuti è piaciuto a tantissime persone che hanno iniziato ad utilizzare questo nuovo sistema incentivante e soprattutto alle attività commerciali che hanno incrementato il numero delle vendite e accolto nuovi clienti che prima si rivolgevano ad altre realtà.

Nel periodo di sperimentazione di circa 45 giorni sono state raccolte oltre 2 tonnellate di materiale! Quello di cui si sono preoccupati fin da subito, nell’ottica di un circuito virtuoso, è stato di andare a costruire un protocollo di intesa con l’azienda di riferimento incaricata del servizio raccolta rifiuti, che per la regione Emilia Romagna è Hera S.p.a., per accordare il percorso di questo materiale destinato al recupero.

L’azienda in questione ha trovato subito molto interessante il modello di ammortamento delle tecnologie necessarie a risparmiare tempo e denaro.

Inoltre i compattatori  sono intelligenti e in grado di inviare sms nel caso di anomalie e soprattutto nel momento in cui il contenitore posto all’interno, che ha una capienza di circa 450 bottiglie da 1 lt , è pieno e quindi necessita dello “svuotamento”.

Quindi il funzionamento del sistema è: l’utente arriva di fronte al compattatore, conferisce le sue bottiglie separando il tappo, che viene inserito in una apposita fessura del macchinario e raccolto separatamente in quanto non P.e.t.

Finito preme l’unico pulsante presente sulla macchina e riceve un buono spesa tarato del valore di 0,10 € al pezzo conferito (sembra poco… ma una famiglia di 4 persone che consuma acqua in bottiglia, bibite, vaschette per salumi e yogurt insomma Pet, può  portare nel compattatore  10-15 pezzi giornalieri).

Con lo scontrino in mano si reca nell’attività  che ha aderito e lo sconterà sul totale della spesa secondo la proporzione di spesa che l’attività ci indica.  Le attività che aderiscono non pagano una pubblicità, ma aderiscono ad un progetto di Marketing “Non convenzionale”, promuovendo i propri prodotti o servizi.

Il principio di poter valorizzare immediatamente i propri rifiuti è risultato di altissimo gradimento, tanto è che sono stati subito sommersi di richieste per applicare il progetto in tanti altri territori anche fuori da quello Italiano. Con le aziende di raccolta rifiuti con cui stanno dialogando in tante regioni e stringendo accordi hanno avuto modo di constatare che il materiale raccolto è pulito al 98%: molto di più rispetto a quello raccolto con i tradizionali sistemi per la differenziata.

Da parte loro l’unico onere è quello di mettere a disposizione del progetto un contenitore dedicato in cui vengono conferiti i sacchi di materiale raccolto dal sistema, successivamente da loro raccolti e inviati a recupero. Inoltre è stato deciso, responsabilmente, di destinare il 10% del margine commerciale generato da ogni installazione investendolo nell’ambito sociale del comune in cui è installato il comparatore.

In 10 mesi con solo 2 sistemi attivi (Ferrara e Misano adriatico) sono state raccolte 7 tonnellate di materiale già selezionato, e gli imprenditori contano di raggiungere le 30 postazioni entro l’anno. Inoltre stanno portanti avanti un progetto per le spiagge della riviera di Rimini che prevede il posizionamento di 6 sistemi di raccolta anche dell’alluminio (lattine) e la promozione del territorio tramite i settori di ricezione turistica, artigianato, enogastronomia.

Dite voi se questa non è una grande idea!

 

Il Debito: il lato oscuro della ricchezza

Green….green….green…….Alcuni giorni fa si è concluso a Parigi il Festival Internazionale del Cinema Ambientale, una kermesse destinata ad un pubblico attento al destino del nostro pianeta.  123 tra film, documentari e fiction provenienti da tutto il mondo, con storie e immagini che spaziano dal Mar Artico fino al cuore dell’Africa per raccontare il mondo così com’è e come dovrebbe essere.

C’è un film in particolare che ha destato la mia attenzione:  La Dette  di Jennifer Baichwal basato sull’opera letteraria di Margaret Atwood “Payback: il debito e il lato oscuro della ricchezza”.  Il film fornisce uno sguardo affascinante e inquietante sul concetto di debito, mostrando come questo influenzi le relazioni fra gli uomini, la società, i governi e tutto il destino dell’intero pianeta. Concetti che vengono raccontati attraverso storie completamente diverse tra loro e geograficamente distanti. Tutte a presa diretta. Si comincia con l’Albania, dove nei luoghi più remoti e montani,  dell’entroterra di Scutari  vige ancora  il Kanun: un antico codice d’onore e di vendetta basato sulla legge del taglione, secondo il quale un torto subito viene ripagato, prima o poi, con la stessa sorte, con la stessa violenza. Un nemico che affonda le sue radici nella storia di questo popolo e che viene alimentato dall’ignoranza e dalle secolari tradizioni dei clan.  Un avversario invisibile e violento che impedisce all’Albania di aprire le porte dell’Unione Europea.

Dalle faide dell’Albania si passa alle terribili condizioni di lavoro dei raccoglitori di pomodori in Florida, provenienti per lo più dal Guatemala e dal Messico.  Qui si produce il 90% dei pomodori coltivati negli Stati Uniti. Nel 2012  la Coalizione dei Lavoratori di Immokalee (CIW  che lotta da vent’anni per la dignità e la giustizia per i lavoratori agricoli immigrati nei campi di pomodoro della Florida) ha avviato una dura battaglia contro le multinazionali del cibo, al grido “soffriamo la fame oggi perché i nostri figli possano mangiare domani” sono stati chiesti appena un centesimo in più a libbra. Quel centesimo che può sembrare  trascurabile in realtà raddoppierebbe, quasi, i salari dei lavoratori che oggi guadagnano intorno a 50 centesimi per ogni cesto di pomodori da 32 libbre. I braccianti della Florida vivono da sempre la violazione dei diritti umani fondamentali, un debito che si potrà riscattare solo quando gli accordi sul cibo equo saranno concreti e firmati da tutti.

La riflessione sul cibo apre un altro scenario inquietante ma più “facile” da capire per gli spettatori: il disastro ecologico della British Petroleum nel golfo del Messico. Un debito ambientale che non ferma le nostra insaziabile “sete” di petrolio.

Il debito è il prezzo che dobbiamo pagare per la nostra ricchezza. Più è grande più influenza le decisioni e le relazioni.  E noi con le nostre azioni alimentiamo questo debito, quando mangiamo i pomodori alimentiamo il debito dei lavoratori sfruttati, quando andiamo in macchina alimentiamo il debito con l’ambiente, ma chi paga per tutto questo?

C’era una volta il Barone Rampante…e c’è ancora!

Green……Green….Green…..Si tratta dei Tree climbers, gli arrampicatori di alberi, capaci di raggiungere la cima di un albero alto anche 50 metri e di curarlo o di farlo cadere senza danni attorno.  Questa tecnica è nata in America intorno al 1930 ma è solo da alcuni anni che è stata introdotta in Italia. Pioniere è Daniele Zanzi, agronomo di Varese, nonché membro dell’International Society of Arboricolture, associazione che raggruppa i più qualificati operatori nelle tecniche di cura degli alberi. Negli anni ’80 Daniele Zanzi  lo accusavano di essere uno scimmione penzolante dagli alberi  e fu anche portato in Tribunale per giustificare l’uso del climbing sugli alberi.    Oggi le cose sono molto cambiate e il settore del Tree climbing è cresciuto enormemente. E’ un metodo che garantisce massima sicurezza e affidabilità e permette di raggiungere anche i rami più alti della pianta senza l’utilizzo di mezzi meccanici, di scale. In questo modo ogni parte della pianta diventa accessibile, e ciò è importante per la forma stessa degli alberi. Con la tecnica dell’arrampicamento si possono raggiungere anche i rami più sottili,  senza che questi si spezzino e ciò solo grazie a un gioco di corde che sposta tutto il peso sul ramo cui si è ancorati. Il Tree climbing  è una tecnica che permette anche di essere veloci, di lavorare cioè con maggior rapidità rispetto ai mezzi meccanici. Il metodo sembra essere molto sicuro, basta essere dotati di una buona tecnica di arrampicata, grande passione per gli alberi, competenza agronoma e spirito d’avventura. Un tree climber pronto per la scalata sembra veramente in procinto di affrontare una parete: caschetto, imbragatura a seggiolino, moschettoni, carrucole, discensori, metri e metri di corda e poi i “ferri del mestiere” : tute, guanti, segaccio, motosega e cuffie protettive.

All’estero il Tree climbing è molto diffuso anche come pratica di divertimento e viene insegnato ai bambini. Lo spirito d’avventura ne viene valorizzato al massimo come anche l’educazione, l’amore e il rispetto della natura. Italo Calvino ne sarebbe fiero, certo il ciliegio sui cui si arrampicò Cosimo Piovasco di Rondò doveva essere non troppo alto ma ciò convinse lo stesso il nostro Barone che da tale altezza si possa stare lontani dalla volgarità degli uomini ed essere, invece, piacevolmente vicini al cielo, dove l’aria è più respirabile.

A proposito il 16 febbraio è entrata in vigore la nuova legge per lo sviluppo degli spazi verdi urbani, molto discussa, ma è pur sempre un inizio e per dirla con le parole di Anne Frank “è meraviglioso che nessuno debba attendere un istante prima di iniziare a migliorare il mondo “….

 

Inseguendo un raggio verde….

Green….green…..green….Quale sarà il nostro futuro fra 25, 50 o 100mila anni?

Possiamo solo immaginarlo, ma di certo le azioni che faremo nei prossimi decenni saranno vitali per il futuro del nostro pianeta. Prima o poi dovremo prendere coscienza del fatto che viviamo in un mondo in cui ogni cosa è interdipendente: e questo significa imparare a non produrre troppi rifiuti, a riparare quello che si rompe, a consumare meno energia. Il modello tradizionale di crescita non è più quello di un tempo: è come se si fosse inceppato e l’unico modo che oggi abbiamo per farlo ripartire, sono le nostre azioni di ogni giorno: una rivoluzione che parte dal basso, da ognuno di noi e da quanto siamo disposti a fare per cambiare il nostro stile di vita.

Il sogno delle città senza automobili. Oggi i quartieri “car free”, letteralmente liberi dalle auto, sono in continuo aumento, ma l’Italia è ancora in ritardo, perché si limita ad aree pedonali e non a interi quartieri. Poco più di 30 anni di isole pedonali (era il 1980 e la prima riguardava il Colosseo), impallidiscono davanti ai quasi 60 dell’Olanda, apripista con la chiusura al traffico nel 1953. Gli esempi da considerare sono molti: a Vienna centinaia di famiglie al momento della firma del contratto per l’acquisto di una casa, si impegnano a non possedere un’auto propria. E così la Scozia, la Germania, la Svezia…

E se si riuscisse a convincere quanta più gente possibile ad andare al lavoro in bicicletta? Quali sarebbero le principali obiezioni? A quanto pare non si tratta né della pioggia né della mancanza di allenamento, ma della difficoltà di lavarsi e cambiarsi dopo la faticosa pedalata. Avranno molto da pianificare i mobility manager.

Ma  sempre in tema di bici c’è chi va oltre ogni immaginazione; in Germania  sta per attuarsi la prima autostrada per biciclette del mondo! Probabilmente si chiamerà Radler B-1 e correrà parallela all’autostrada del Nord Reno Westphalia, il tratto stradale tra i più trafficati della Germania, che collega Dortmund a Duisburg, i due centri industriali più importanti e popolati della federazione.

Parlando di bici non posso non ricordare la  testimonianza di Sebastiano Audisio, davvero fuori dall’ordinario:  un personaggio poliedrico che da anni gira il mondo in bicicletta per studiare le minoranze etniche e portare la propria testimonianza culturale e linguistica. Audisio infatti, è originario di una zona del Piemonte dove sopravvive la cultura occitana, diffusa in realtà fino ai Pirenei. Si è spinto nelle regioni più impervie e inospitali del pianeta (Passo Khardung La in India, ad esempio, la strada carrozzabile più alta del mondo, a 5600 metri), dimostrando che quella su due ruote è la più autentica rivoluzione della nostra epoca.

Gli eco-wedding? Spesso solo ambientalismo di facciata!

Green…green…green…..Organizzare un evento in un’ottica green è diventato una buona leva di marketing, ma c’è poi il rischio che questo rimanga solo di facciata. Un esempio può essere quello degli eco-wedding, cioè i matrimoni verdi, a basso-impatto ambientale, dove l’amore fra due persone si paragona all’amore per la Terra, alla quale si deve il “massimo rispetto”e quindi deve essere pianificato in un’ottica sostenibile. Per le partecipazioni si consigliano “carte riciclate e fiori essiccati per l’occasione” – che trovo personalmente molto “tristi” – ma eco-trend è eliminare del tutto la carta, disegnare un invito elettronico o aprire una pagina su facebook dedicata e procedere con gli inviti. Poi la stagione e l’orario del matrimonio: meglio l’autunno o la primavera per evitare il riscaldamento o l’aria condizionata; che sia rigorosamente diurno, per limitare al massimo il consumo di elettricità. Per l’abito si va dalle proposte vintage, rimodernando quello della mamma o della nonna, o un abito realizzato con tessuti rigorosamente bio e italiani come il lino, la canapa, o ultra moderni come quelli realizzati con il tessuto ricavato dal mais (ma ci immaginiamo una giovane sposina andare a chiedere 3 metri di tessuto di mais per il proprio abito?).

Per le bomboniere c’è l’imbarazzo della scelta; da quelle acquistabili sui siti di diverse onlus umanitarie, al riciclo di bomboniere vintage collezionate sempre dalle nostre nonne, a quelle puramente simboliche come semplici piantine. Il pranzo deve essere rigorosamente bio e con cibi provenienti da filiera corta, quindi privilegiati al massimo gli agriturismi certificati bio. Manca il viaggio di nozze: no alle crociere sulle maxi navi, no ai resort super lussuosi nei mari del sud, dove non sai nemmeno che faccia hanno gli abitanti del posto perché non puoi incontrarli, si ai viaggi avventurosi con tour operator specializzati, alle destinazioni del turismo solidale, al viaggio fai da te con lo zaino e in treno; un po’ azzardate le proposte di località vicino a oasi protette del noto fondo mondiale per la natura, tanto per unire allo svago un po’ di volontariato ambientale.

Ma fra tutte le proposte quella veramente più incredibile è il wedding pic-nic; offerta alla “modica” cifra di una quarantina di euro a persona contro i 130 del matrimonio più tradizionale sempre nell’ottica ecologista, ma assicurano i promotori “che il wedding-pic nic se ben organizzato è davvero un momento di classe e indimenticabile”.

La verità è che l’industria del matrimonio è sempre florida (lo dimostrano le fiere dedicate; chissà se queste saranno sostenibili?) e attenta ai cambiamenti. Adesso il green, la sostenibilità ambientale tira.  Non solo nel settore dei matrimoni, ma in tanti comparti della nostra vita. Crescono così gli standard di eco sostenibilità all’edilizia, nell’industria, in molti settori del design. Si codificano norme per la buona riuscita dell’efficienza energetica, si creano certificazioni specifiche. Insomma si fa seriamente.

Ma nel campo degli eventi? Spesso, in questo caso, ci si limita a dei consigli, a proporre delle buone pratiche, che poco hanno a che fare con la sostenibilità, ma molto con la moda. Il matrimonio è uno di questi.

Il “momento più bello della vita”  in Italia ha attraversato fortune diverse, legate alle situazioni economiche. Fino agli anni ‘50 i preparativi erano ridotti “all’osso” perché di soldi ce n’erano pochi. Non mancava nulla, dall’abito bianco, al ricco pranzo – rigorosamente in casa – alle foto, all’orchestrina. Si faceva con quello che si aveva.
Poi arrivò il boom economico e tutto è cambiato. Sono nate le “sale” e i ristoranti specializzati nei banchetti: c’erano più soldi, molti gli invitati, nasce il servizio fotografico, la macchina degli sposi, e il viaggio di nozze “da sogno”.
A rompere questo schema furono gli anni ’70, periodo di contrasti ma anche di forte espressività e voglia di cambiamento. I matrimoni dovevano “rompere” lo schema tradizionale e diventare un evento anticonvenzionale, ispirarsi al motto “peace and love” (a proposito andavano di moda i pic-nic, quelli veri però). Si può dire che dagli anni ’80 a oggi si è tornati al classico, allo sfarzo della tradizione, dove tutte le fanciulle  (forse) sognano l’abito bianco, la fede “firmata”, il banchetto in una location chic, il viaggio esotico: si tratta comunque di matrimoni sobri ma raffinati, dove tutto è pianificato alla perfezione, ma sempre molto costosi.

Arriviamo ai giorni nostri. La crisi che morde l’Occidente ci ricorda che abbiamo vissuto troppo sopra i nostri livelli. Bisogna ridurre e soprattutto limitare gli sprechi.

La nostra società riscopre l’ambientalismo, più per necessità che per scelta. Credo che l’eco-wedding sia solo una delle tante risposte fantasiose alla crisi. Che dire: meglio così!