Jatropha curcas, quando zone aride non rappresentano un ostacolo

2di Camilla Di Marcantonio

Partenza alle 4:30 da Antigua, bus, alba, direzione Chiquimulilla. Attesi dall’Ingegnere agronomo Luis Montes a Città del Guatemala.
Dopo due ore e mezza di viaggio sul retro del suo pick-up, l’arrivo è sorprendente: una distesa di verde vivo, cavalli e la mitica Jatropha curcas, per gli amici “Piňon”.
Siamo in una tenuta di circa 40 ettari coltivati tutti a Jatropha. Il progetto portato avanti dall’ing. Montes e dai suoi cinque lavoratori di campo, che lo assistono nelle varie fasi di monitoraggio, valuta come la pianta reagisca a diversi stimoli e condizioni.
Il fine ultimo dell’azienda “Biocombustibles de Guatemala” è quello di produrre olio vegetale da immettere sul mercato delle materie prime, al fine di essere comprato e raffinato in biodiesel. L’obiettivo a lungo termine del progetto è quello di installare un proprio impianto per tale processo industriale.
Il preparatissimo e campestre Montes ci mostra i differenti “materiales” di Piñon e le caratteristiche che li distinguono. Ci spiega che la produttività della pianta non è sempre legata a fattori fisici, per esempio non sempre l’arbusto più alto da un raccolto maggiore.  L’età degli esemplari della piantagione oscilla tra i 2 e i 5 anni e la loro produzione è stata utilizzata solo per scopi di ricerca: per ora niente olio.
Questione molto interessante è il duplice utilizzo del frutto:
dal seme, tramite un processo di pressatura, si estrae l’olio, che poi subirà un processo di transesterificazione per produrre biodiesel.
1La polpa del frutto, invece, è commestibile, se non fosse per la presenza di due tossine, la prima eliminabile per via termica quindi cuocendo il frutto, la seconda, l’estere di fenolo, è estraibile solo per via chimica, operazione che va ad abbassare il contenuto proteico dal 60% al 10%, vanificando il grande potenziale nutritivo della polpa. Quindi la specie che si cerca di selezionare dovrà garantire la massima produttività di frutti e l’assenza della tossina estere di fenolo.
La grande rivoluzione di tale coltura risiede nell’essere adattabile a condizioni ambientali (caratteristiche del suolo, temperatura, umidità, etc.) non idonee per fini agroalimentari, diventando una fonte di potenziale sviluppo per comunità rurali in zone disagiate. Come dimostra questo progetto, nato sulle ceneri di una “finca” abbandonata e semidesertica che ora risplende di vita e da lavoro ai 5 operai fissi e ad altri 20 nei periodi di maggior necessità. L’altro utilizzo, come alimento, può rappresentare un valido aiuto al sostentamento anche economico delle comunità.
Ripartiamo carichi di energie per la sensazione che posti come questo possano essere una concreta chiave per aprire nuove strade verso il cambiamento.

Camilla Di Marcantonio

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Jatropha curcas: la pianta sostenibile

1di Luca Famooss Paolini
1 Agosto 2013 – Guatemala - La mattina del primo Agosto 2013, il gruppo di giovani ingegneri composto dal sottoscritto, Edoardo Piccitto, Mirko Di Ciocco e Camilla Di Marcantonio, si è incontrato con il gentile signor Luis Vinicio Aguilar nel suo studio a Ciudad de Guatemala per discutere del progetto “Generazione di Biodiesel a partire dalla coltivazione della pianta oleoginosa Jatropha Curcas, come fonte di materia prima, in Zacapa, Guatemala Centro America” (“progetto 4.37″), di cui lui stesso è il principale coordinatore. Il fine non è solo quello di avere a disposizione una materia prima dalla quale estrarre in ultima istanza il biodiesel, per una sua successiva vendita ad acquirenti esterni, ma dimostrare che può essere messa in pratica un’attività concreta, volta ad una produzione sostenibile, che salvaguardi l’ambiente; in particolare in questi paesi ‘’difficili’’, dove i governi raramente sono attenti a tematiche di questo genere. Spetta quindi ai singoli crederci e provare a far qualcosa; e questa è la storia di un gruppo di 44 amici universitari tra agronomi, ambientalisti, naturalisti, botanici, apicoltori, acquacoltori che, diversi anni fa, si sono laureati insieme e, sospinti dal vigore giovanile, hanno deciso di costituire la PE71S.A. (Promoccion Empresarial 71 Sociedad Anonima, dove 71 sta per l’anno di nascita dell’azienda).

Proprio questa società è una delle finanziatrici del progetto 4.37 (con circa 19.000 euro), insieme alla AEA – Alianza en Energia y Ambiente (che ha finanziato la coltivazione della Jatropha con 40.000 euro) e a diversi altri azionisti (con finanziamenti di 25.000 euro) per un totale di 84.000 euro.
Fin da subito l’agronomo Aguilar si è dimostrato una persona energica, accogliente e fiduciosa nel proprio lavoro. L’incontro si è sviluppato su una lunga chiacchierata sopra le buone pratiche tenute in considerazione durante tutte le fasi di sviluppo del progetto. D’altronde avere come obiettivo l’affermazione e il mantenimento di un modello agricolo organico, senza l’uso di agenti chimici, richiede azioni specifiche e attente, che fanno capo ad una conoscenza eterogenea che spazia in molti ambiti scientifici.
Il campo di Jatropha curcas si trova nel dipartimento di Rivadavia, località Morillo, nella parte occidentale del Guatemala, in una zona di 7500 ettari, arida e impossibile da utilizzare per scopi agro-alimentari (bosque seco espinoso), con il nome di “Finca El Quebrachal”.
Per addurre acqua al campo è stata necessaria una prima fase2 d’implementazione di un sistema di presa dalla sorgente Manantial Juan Frio (portata 50 l/s), non molto vicina e a circa 470 mslm. Una volta captata nella condotta, l’acqua scende fino a 425 m a causa di una piccola valle, dove scorre un torrente. Per far risalire l’acqua all’altimetria necessaria per irrigare i campi di Jatropha (503 mslm), è stata utilizzata una pompa azionata da una turbina Francis. Attraverso una piccola ramificazione del fiume, è stata estratta una portata di 1 m3/s, successivamente convogliata alla turbina attraverso la condotta ben visibile nella foto a fianco. Grazie un salto idraulico di 7 m dal punto di presa alla turbina, si è creata l’energia necessaria per azionare la turbina stessa e quindi la pompa ad essa collegata. In questo modo è stato possibile creare un sistema completamente autonomo e funzionante senza alcuna quantità di energia elettrica esterna.
Il campo si compone di 16 particelle separate da ‘’corredores biologicos’’, cioè corridoi naturali formati da massi e vegetazione autoctona per evitare la erosione del suolo e della stessa piantagione e preservare la biodiversità. In questo modo si è creata una barriera difensiva ‘’viva e morta’’, che negli anni successivi al 2010 ha consentito di creare un microclima ottimale alla proliferazione della pianta. In più non si può non parlare di altre due interessanti pratiche adottate in sito: l’apicoltura e la pescicoltura, entrambe molto benefiche per la salute e la crescita delle piante.
La coltivazione di api comporta un’accelerazione del processo di pollinizzazione e fruttificazione della Jatropha curcas; la pescicoltura permette di avere una quantità di acqua molto ricca di nutrienti per l’irrigazione. Difatti i pesci Tilapia rilasciano all’interno delle vasche adibite al loro allevamento molte sostanze organiche nutritive che possono essere utilizzate per una buona crescita delle piante.
3Tutto questo compone solo la prima tappa, oramai finalizzata, dell’intero progetto e alla quale ne seguirà una seconda, volta all’implementazione di un impianto idroelettrico. Questo sarà in grado di produrre circa 400 MWh/anno grazie ad una portata pari a circa 25 l/s, ricavabile dalla metà della portata estratta alla sorgente Manantial Juan Frio e da un salto idrico di circa 290 metri. Il terreno dove si trova la sorgente è di proprietà di una signora del luogo che ha concesso l’uso dell’acqua a patto di poter usufruire di quella in uscita dalla turbina idroelettrica, successivamente venduta ad acquirenti esterni. L’energia elettrica prodotta sarà venduta agli abitanti delle zone limitrofe a 0,21 $/KW e alla INDE (Instituto Nacional por el Desarollo Energetico) a 0,09 $/KW.

Se quindi si ricompone il quadro complessivo e si considerano i seguenti aspetti:

    • - risalita dell’acqua di sorgente senza uso di energia elettrica;
    • - coltivazione di campi non adibiti alla coltivazione per fini alimentari;
    • - produzione di biocombustibile;
    • - irrigazione a mezzo della sola forza di gravità;
    • - nuovi posti di lavoro per il mantenimento dei campi, di cui un’altissima percentuale è ricoperta da donne;
    • - coltivazione di api per l’impollinazione;
    • - uso dell’acqua di allevamento dei pesci per coprire una parte del fabbisogno idrico della coltivazione;
    • - vendita dei pesci al mercato (ad un prezzo di 7,65 Quetzales/libbra invece che 8 Quetzales/libbra);
    • - produzione futura di energia elettrica grazie all’impianto idroelettrico;
    • - assenza dell’uso di agenti chimici.

 

Sulla base di quanto elencato e delle concrete potenzialità del progetto, sia in termini di efficacia nel caso specifico, sia in termini di riproducibilità in contesti simili (largamente diffusi in Centroamerica), si possono ben comprendere le motivazioni per le quali ci sentiamo di definirlo un’ottimo esempio di “buone pratiche di sostenibilità sociale e ambientale”.

Luca Famooss Paolini

Idee e sviluppi di rinnovabili in Guatemala

1di Edoardo Piccitto (19/07/2013 – Jalapa)

Jalapa è situata a Sud-Est del Guatemala, è il capoluogo del dipartimento omonimo ed è sede di rappresentanza del Governatore. A sua volta il Distretto di Jalapa è costituito da sette municipi per un totale di 122.483 abitanti, e nella cittadina capoluogo abbiamo incontrato il Governatore Mario Cantora per discutere delle necessità energetiche delle comunità del Dipartimento.
Il team dell’odierna missione è composto dal prof. Andrea Micangeli (“Sapienza”), Luca Famooss (Ingegnere per l’Ambiente e il Territorio), il sottoscritto e l’indispensabile accompagnatore Juan Ramón Donado Vivar (Asesor Viceministerio de Desarrollo Sostenible, Ministerio de Energia y Minas, Guatemala).
Dopo una breve introduzione esplicativa sulla legge che regola l’approvvigionamento energetico del Paese (che prevede la libera generazione di energia da qualsiasi fonte, da affidare poi al controllo e alla vendita da parte dell’INDE – Instituto Nacional De Electrificacion), il Governatore ha parlato della situazione di San Pedro Pinula, municipio nelle vicinanze del quale, nel 2011, si è tentato di portare avanti un progetto di costruzione di una centrale idroelettrica, chiamata a servire il fabbisogno delle comunità limitrofe con una potenza di 2 MW. Come riporta il “Resumen de Projecto”, però, dopo un finanziamento di circa 2.000.000 di Quetzales (equivalente a circa € 200.000), non è stato possibile portare avanti i lavori perchè la taglia dell’impianto ed il conseguente investimento richiesto sono risultati maggiori di quanto inizialmente valutato. Questo particolare scenario apre la strada ad una possibile futura collaborazione.2
Si è allora giunti a definire possibili prospettive energetiche per rendere più efficiente e pulito l’accesso all’energia, la cui deficienza è una delle cause fondamentali di forti disagi e povertà imperante.
In questa direzione si sono sviluppate delle ipotesi di progettazione fotovoltaica a beneficio dei municipi di Jalapa e San Pedro Pinula che, in funzione della loro estensione, prevedrebbero due installazioni rispettivamente di 4 MW e 1 MW, con piccoli progetti di contorno dell’ordine di pochi KW.
Il Governatore Cantora si è mostrato entusiasta di queste idee, in quanto molto sensibile alle tematiche legate all’energia rinnovabile ed allo sviluppo sostenibile (basti pensare che da tempo utilizza dei generatori eolici in una sua proprietà), ed ha condiviso con noi una sua proposta relativa ad un piccolo progetto fotovoltaico avente come beneficiarie 30 famiglie, appena fuori Jalapa.
Per poter concretizzare ciò, bisogna disporre di informazioni dettagliate riguardanti due fattori fondamentali: il prezzo per MWh che attualmente paga la popolazione e la società di distribuzione municipale, gli attuali consumi, e un’ubicazione “morfologicamente dolce” e sufficientemente estesa (in funzione della potenza installata), quanto più possibile improduttiva (al fine di non intaccare la filiera alimentare). Riguardo al secondo punto, il Governatore va sul sicuro: “nei dintorni del Dipartimento diversi campi potrebbero essere utili al caso specifico”.
I dati relativi alla bolletta dell’INDE, invece, non sono di immediata reperibilità ed è pertanto necessaria una telefonata al sindaco della città Elmer Guerra, che abbiamo raggiunto dopo una decina di minuti allo stadio municipale “Mario Estrada”.
Appena arrivati, il Governatore è stato immediatamente sommerso da un gruppo di giornalisti a cui già era arrivata la notizia di questo incontro e della importante tematica trattata.
3Dopo qualche minuto di intervista, che ha visto gli obiettivi dei fotoreporter e soprattutto le domande dei giornalisti incentrarsi sull’impellente richiesta energetica degli abitanti. del Paese
Anche il prof. Micangeli si è trovato coinvolto in questa raffica di domande e richieste di intervento, abbiamo avuto quindi l’occasione di esporre al Sindaco, Presidente della Società distributrice locale, i requisiti necessari allo sviluppo di collaborazioni e magari degli stessi impianti.
Anche lui ha espresso un notevole interesse per la questione, rendendosi disponibile a recuperare il più presto possibile tutti i dati relativi a prezzi e consumi , per poi avviarsi ad una valutazione più specifica.
Inoltre, il Governatore Cantora si è reso disponibile per realizzare un’eventuale visita al sito idroelettrico e a quello da lui ritenuto idoneo per la possibile futura installazione fotovoltaica, al fine di verificarne i requisiti.
La conclusione di questa nostra visita è stata “exitosa” e soddisfacente, grazie all’incontro di persone motivate e interessate affinché si possa concreatamene migliorare la qualità di vita, garantita dall’indipendenza energetica, nella direzione della sostenibilità.

Edoardo Piccitto

Disinfezione di Acqua (e non solo!) in Honduras: l’esperienza di Aurora

di Aurora Egea Ramirez

 

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Dal giorno in cui Oriana mi ha parlato del CIRPS e della missione che ha fatto con loro in Chiapas, ho saputo che prima o poi avrei partecipato anch’io ad una di esse. Una delle motivazioni principali che mi ha spinta a studiare ingegneria è stata la possibilità di poter contribuire in posti dove sia realmente necessario. Riuscire a creare alternative rispetto allo sviluppo presente nei paesi occidentali, con le informazioni che abbiamo ora. Questo è ciò che ho capito che realizza il CIRPS, portando avanti progetti di energia rinnovabile, e ciò che mi ha spinta a partecipare ad una sua missione.

 

Quando mi hanno parlato dell’OSEC sono rimasta piacevolmente colpita, produrre cloro con acqua, sale e sole. Come con una buona e semplice idea si possa soddisfare un bisogno sfruttando numerosi vantaggi sia sul piano ecologico, sia economico e politico. E poi, quando mi è stato riferito che l’idea era portare l’osec a un gruppo di donne ex combattenti in El Salvador, ho quasi comprato il volo per la settimana successiva. La missione terminava con il passare per l’Honduras, dove dovevamo collaborare con le Nazioni Unite e con Carlo Tacconelli su alcuni progetti.

 

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I primi di ottobre del 2012, io e la mia amica Maria siamo arrivate in Honduras, dove siamo rimaste un mese e mezzo tra la capitale e le comunità realizzando il progetto di un piccolo impianto di rifornimento idroelettrico nella Moskitia e una licenza ambientale per un progetto di urbanizzazione in Choluteca. L’Honduras se mi ha messo molto dentro, la sua natura, la gente, la energia che si respira lí… So per certo che è una cosa che si può capire solo andando lì e sentendolo. Inoltre, in El Salvador abbiamo portato l’OSEC e abbiamo formato dei gruppi affinché imparassero ad utilizzarlo. Andare in El Salvador, con la sua storia recente di rivoluzione, raccontata dagli/lle  ex combattenti/e nelle comunità e conoscere SERCOBA, un’associazione che lavora con 54 comunità e che lavora per generare un cambiamento dalla base, è stata una grande lezione ed esperienza di vita.

 

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La missione col CIRPS mi ha dato la possibilità di rimanere in Honduras per 3 mesi in più, questa volta all’interno di una comunità per fare tra altre cose progetti di costruzione di case. Questa esperienza mi ha permesso di conoscere in modo più approfondito la realtà di una comunità del paese, sia dal lato migliore: l’assoluta bellezza del caribe, gli alimenti della pachamama, la gioia e l’intensità con cui si vive lì ogni momento… sia dal lato peggiore: la violenza e la povertà cui si è soggetti.

 

Per concludere, è stata un’esperienza molto intensa e è valsa la pena viverla a molti livelli. Un modo di conoscere Centro América davvero interessante, conoscendo la realtá del paese e provando a offrire qualcosa allo stesso tempo, noi che veniamo di occidente e di avere molte piú opportunitá e possibilitá che la maggior parte di gente che sta lá.

 

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CIRPS – Sapienza e MACRO presentano StArt

07/06/2013 - Promozione, conoscenza e fruizione dell’arte contemporanea: CIRPS – Sapienza e MACRO presentano StArt (Roma, 7-8 giugno 2013)

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Oggi e domani, venerdì 7 e sabato 8 giugno, il CIRPS sarà al MACRO di Roma (Via Nizza, 138) per presentare StArt – Sustainable Art, un progetto finalizzato alla conoscenza dell’arte contemporanea in rapporto alle persone con disabilità e alla sperimentazione di metodologie comunicative per avvicinarsi all’arte con un approccio polisensoriale, che permetta di indagare l’opera d’arte da nuove prospettive.

 

L’iniziativa, nata dall’interazione tra Museo e Università, propone una serie di incontri, giornate di studio e workshop con artisti, promuovendo l’integrazione sociale e la crescita culturale necessarie all’abbattimento delle barriere fisiche e mentali e alla costruzione di una società aperta ad ogni forma di diversità.

 

Domani, sabato 8 giugno, alle ore 17.30 presso la Hall di Via Reggio Emilia 54ci sarà lo StArtING Party con la presentazione progetto e un aperitivo.

 

L’idea è quella di rendere i laboratori didattici del MACRO uno spazio di creazione partecipata in cui gli artisti possano guidare i partecipanti alla comprensione del processo creativo che caratterizza la concezione di un’opera d’arte; gli utenti saranno chiamati a intervenire con il “loro processo creativo”, per dare al laboratorio una forte connotazione esperienziale che faccia sentire gli utenti partecipi, attivi, coinvolti.
Per maggiori informazioni:

Andrea MICANGELI – responsabile progetto StArt-Sustainable Art
Erica ASTOLFI, Elena DROVANDINI, Luisa NOCITO

cirps.StArt@gmail.com

 

Simonetta BARONI – Didattica MACRO
progettispeciali.macro@gmail.com

+ 39 06 671070423

Elettrolisi per autoproduzione di Cloro in El Salvador e Honduras: una missione tra CIRPS e PNUD

di Maria Cholvi e Aurora Egea (testo originale in Spagnolo)

Il viaggio che per quindici giorni ci ha portato tra le varie comunità della regione denominata “Gracias a Dios”, il cui territorio è per lo più conosciuto con il nome di Mosquitia (estremo oriente dell’Honduras),ci ha avvicinate a persone che portano avanti le loro vite in una realtà di impressionante durezza e al contempo di speranza. Siamo state lì per portare avanti progetti di Sviluppo Sostenibile (collaborazione CIRPS-UNDP). Abbiamo imparato da loro la determinazione nel combattere per una migliore condizione di vita: una frase tipica di Heráclito de la comunidad de Guapinol (Costa Pacífica de Honduras) è: “seguimos en la lucha”, ossia “continuiamo con la lotta”.

Il supporto e l’aiuto, diretto alle comunità, viene svolto attraverso lo sviluppo di progetti ai quali si aggiunge il lavoro volto a preservare flora e fauna locali, spesso minacciate dai loro stessi abitanti. A volte, al contrario, come ad esempio avviene in Mavita, anch’essa situata in Mosquitia la cura per l’ambiente li fa rinunciare a tutti i frutti degli alberi e limita la loro alimentazione a fagioli, riso, manioca, uova e agli animali che allevano.

Questa missione è stata per noi una travolgente esperienza nella natura, con la quale molti degli abitanti delle comunità hanno un rapporto di grande rispetto e intimità, legame che il mondo occidentale ha dimenticato e rimpiazzato con le sue grandi metropoli.

Loro vivono dal sorgere del sole fino al tramonto; chiedono il permesso prima di entrare nella rigogliosa foresta; donano offerte agli alberi e ne ne chiedono cure. Mai dimenticheremo le passeggiate, di svariati chilometri, con i figli del villaggio di Mocorón, attraverso la foresta pluviale di Mosquitia, risalendo il fiume Mocorón verso monte, per poi nuotare alla deriva, trasportati dalla corrente ed uscire dal fiume assieme alla gente della comunità.

Presto, questo incredibile viaggio attraverso il fiume, non sarà più possibile a causa della futura realizzazione di una diga prevista lungo lo stesso fiume. In cambio, gli abitanti del villaggio avranno l’elettricità, sarà infatti per tutti possibile usufruire dell’illuminazione notturna, ad oggi generata tramite grandi gruppi elettrogeni ad uso e privilegio di pochi ricchi. Come dice Sebastião Salgado: “costruiamo il mondo distruggendo il paesaggio, tuttavia molto ancora rimane intatto”.

In Salvador, ci siamo occupate della formazione a persone di tutte le età riguardo la produzione di ipoclorito di sodio (cloro) tramite la macchina OSEC sviluppata dal CIRPS. Lì è stato molto interessante conoscere la realtà attuale del paese, la sua gente, la sua vita. Ancora di più ci ha sorpreso ed arricchito conoscere il loro passato di guerriglia armata: la loro collaborazione ed il vicendevole sostegno sono aspetti di grande potenza ed impatto sociale.

Maria Cholvi e Aurora Egea (traduzione di Alessandro Raffi)

VENEZUELA: PANNELLI SOLARI E FRAGOLE ANDINE.

di Carlo Tacconelli
Ramon il taxista: Come ti chiami ?
Io: Carlo, seňor.
Ramon: Sei cristiano, Carlos?
Io: Ehm… non saprei… credo di si.
Ramon: Cattolico o evangelico?
Io: Mah, penso cattolico.
Ramon: Bravo, fratello, allora sei davvero un brav’uomo.
 
Così è iniziato il mio soggiorno in Venezuela, il 7 dicembre 2008.
Appena atterrato, dopo aver passato una notte di scalo in giro per Parigi, non prima di aver cambiato diversi euro sottobanco con qualche inserviente dell’Aeropuerto “Simon Bolivar” mi sono trovato subito di fronte ad una forte componente insita nella natura delle popolazioni dell’America Latina: l’attaccamento religioso.
 
Il primo dialogo in questa terra per me ancora sconosciuta è stato di difficile impatto:
 
Ramon: Il mondo è pieno di credenti ma ci sono troppe religioni.
Io: E’ vero Ramon, al mondo ci sono più religioni che bambini felici….
 
Avevo preso il taxi per recarmi alla stazione degli autobus per prendere una corriera che in 12 ore di viaggio(!) mi avrebbe dovuto portare a Merida, ridente cittadina sulle Ande Venezuelane (ma poi ho scoperto che questa cittadina non ha molto da ridere).
 
Non è stato facile districarmi dal radicale conservatorismo cattolico di Ramon, e per comprensibili motivi di cautela ho dovuto tirare fuori tutta la mia retorica, anche un po’ vigliaccamente. Ovviamente mi sono scontrato subito con una situazione non facile, che mi ha colpito e mi ha dato immediatamente diversi spunti di riflessione.
 
Mentre Ramon pigiava sul gas tra le sopraelevate di Caracas, lasciando spazio in lontananza al paesaggio di baracche e capanne dei sobborghi (altro che i peggiori bar…) qualcosa dentro di me non riusciva a placarsi: lungi da me fare revisionismo cattolico, però in effetti, è impossibile non notare ripetitivamente come la religione riesca ad attecchire laddove la povertà e l’instabilità sociale la fanno da padroni.
 
È triste riscontrare realmente ciò di cui si è sempre discusso solo a parole, di come la religione sia il cibo dei poveri, di come riesca ad instillare la necessità di fede quando la realtà non concede nessuno spazio alla speranza, di come speculi promettendo un aldilà migliore quando, effettivamente, l’aldiqua non potrebbe essere peggiore. Forse sono soltanto riflessioni estemporanee e demagogiche, ma lo scenario a cui mi sono trovato davanti non ha potuto fare a meno di evocare in me tali pensieri.
 
Ma mi sono messo l’anima momentaneamente in pace e ho continuato per la mia rotta. Il perché io mi trovassi in Venezuela è presto detto: come un anno fa, mi sono trovato a collaborare con il CIRPS (Centro Interuniversitario di Ricerca per lo Sviluppo Sostenibile dell’Università La Sapienza) in un progetto di cooperazione internazionale sull’energia solare. In particolare, in questa missione, dovevo tenere un corso di Autocostruzione di pannelli solari-termici ad una comunità andina situata a 4.000 metri di altitudine.
 
Detta così sembra facile, e infatti lo sarebbe se non intervenisse il destino beffardo a complicare le cose (ma ammetto che devo ringraziarlo per avermi insaporito la vita più e più volte). Prima di arrivare sul posto oggetto del nostro progetto dovevo incontrarmi con un professore che stava ripartendo per l’Italia affinché mi aggiornasse sullo svolgimento del lavoro. Con molta professionalità si è deciso di incontrarci l’8 dicembre su una spiaggia dei Carabi per definire i dettagli dell’operazione.
 
L’autostazione di Caracas è tremenda, piena di aguzzini che vogliono appiopparti biglietti per le destinazioni più disparate, ce n’era addirittura uno che mi ha supplicato per una buona mezz’ora perconvincermi ad andare a Maracàibo (attenzione l’accento è sulla à, la canzone ci ha plagiato la mente), io continuavo a dirgli che dovevo per forza di cosa andare da un’altra parte e lui non voleva arrendersi… è stata una scenetta invadentemente simpatica.
 
Breve descrizione degli autobus: poiché la temperatura a Caracas a dicembre è di circa 40° gli autisti guidano scalzi, si viaggia con finestrini e porte(!) aperte e radio con musica afrocubana ad altissimo volume. Con l’aiuto di qualche Dio degli Studenti riesco ad arrivare a destinazione cambiando casualmente 3 autobus nel giro di 4 ore. Trovo la prima branda e buonanotte.
 
La mattina dopo vengo svegliato dal professore che, arrivando da un viaggio di 10 ore in macchina, riesce anche a trovarmi nonostante non ci fossimo tenuti in contatto perché i cellulari italiani, prevedibilmente, non funzionano bene in Venezuela. Andiamo al porto, chiamiamo un ragazzo che con una barchetta ci porta su un isoletta dell’atollo di Chichiriviche. Passeggiata, bagno e raccolta di noci di cocco, mentre eravamo in riunione permanente e discutevamo sull’esito del progetto.
 
Il giorno dopo il professore riparte per Roma e io mi metto in viaggio per Merida. Ma al mio arrivo non trovo nessuno dei partner locali ad aspettarmi. C’è un’altra sfaccettatura del modo di fare dei sudamericani che mi affascina e mi spaventa, come un improvviso bacio sul collo da dietro: la dilatazione dei tempi.
 
Il sudamericano è il testimonial supremo della filosofia LAVORARE CON LENTEZZA. Tutto procede a rilento, lavoretti o faccende che noi italiani ci sbrigheremmo in un’ora, loro ci mettono una settimana, perché tutto va fatto con calma. Appuntamenti ritardati, orari fittizi. In sostanza nelle mie due settimane di permanenza ho fatto dei lavori che in Italia avrei completato in tre giorni.
 
Però, forse una parte di me si è ritrovata abbastanza comoda in questo spirito, in questa voglia di rallentare e guardarsi attorno, di fermarsi un attimo a pensare. In Italia non mi capita spesso di fermarmi a chiedermi il perché di quello che sto facendo, di ogni piccolo impercettibile movimento della mia vita, la motivazione che mi spinge ad eseguire ogni inutile azione : “Perché ho mangiato questo oggi? Perché ho questa maglia addosso? Verso dove sto correndo?”.
 
Vi confesso che in Venezuela ho ritrovato il gusto di lasciarmi pensare, rilassarmi, gabbare lo stress senza incappare nella noia, per riscoprire che in fondo quello che conta non è il punto di arrivo ma il viaggio stesso; e allora preferisco viaggiare a 10 km all’ora e godermi il panorama piuttosto che accelerare per arrivare prima senza aver rivolto mai lo sguardo fuori.
 
E questa volta devo dire che addirittura ho tirato fuori la testa dal finestrino (e quasi avrei preferito cadere…). Ma ho imparato tante cose. Ho capito che lo sviluppo deve essere visto come un  processo di espansione delle libertà reali godute dagli esseri umani e quindi deve avere delle caratteristiche precise: tendere alla soddisfazione dei bisogni primari, ossia garantire a ciascun individuo nutrizione, casa, salute, ma anche libertà, identità e giustizia. Essere endogeno, basato cioè sull’autosufficienza, sul “contare sulle proprie forze”, essere in armonia con la natura, cioè sostenibile; ed infine essere partecipato attraverso il coinvolgimento della società civile.
 
In Venezuela la divaricazione sociale non è, come in altri paesi del Mondo, tra Nord e Sud, bensì tra centro e periferia, tra una minoranza di globalizzati e una maggioranza di esclusi. Strumenti come il denaro o la tecnologia non devono essere trattati come strumenti di potere, ma come strumenti di diritto per tutti. Questo vuol dire dare la possibilità ad ognuno di poter esprimere il proprio sé, il proprio essere persona, e per far questo gli strumenti sono indispensabili.
 
In Venezuela la mancata affermazione del diritto all’accesso agli strumenti rende palese la situazione di emergenza in alcune aree. Cavolo non devo fermarmi più a pensare… forse è meglio spingere sull’acceleratore…
 
L’anima viola il tratta di pace che avevo firmato con lei il giorno prima e ritorna a tormentarmi Ma troppe situazioni sono surrealmente irrazionali. Non è razionale l’abitudine di bruciare aree forestali per ricavarne, nel breve periodo, terreni coltivabili. Non è razionale la deforestazione realizzata per ricavarne legname da ardere, cioè una fonte di energia.
 
Occorre imparare di nuovo l’ABC del rapporto con la natura. Per questo siamo partiti dai pannelli solari: aule all’aperto dove apprendere un modo di stare al mondo per cui, anziché semplici consumatori, diventiamo creatori di vita, e nella pratica di una possibile autosufficienza apprendiamo il respiro della libertà interiore. Un giardino, un bosco, un orto trasformano l’abitazione in qualcosa di vivo di cui prendersi cura.
 
Non ho fatto in tempo a mettere piede in Venezuela che gia mi trovavo immerso nel suo fango vitale.
 
Tuttavia il progetto è andato a buon fine, grazie anche all’aiuto di chi mi ha preceduto, sono riuscito a costruire 2 impianti solari che forniscono acqua calda per 2 famiglie disagiate. Ho tenuto un corso sia teorico che pratico di autocostruzione a cui la comunità ha risposto in maniera eccezionale: ricordo che eravamo a casa della signora DulceMaria, una donna che abita in un paesino a 3.300m sulle Ande e che vive allevando una simpaticissima quanto aggressiva pecorella e coltivando patate e fragole. Da quelle parti l’acqua arriva direttamente dalle sorgenti montane tramite un tubo non interrato (quindi chiunque può andare li e sabotare) che attraversa tutto il versante delle montagne. Ovviamente l’acqua calda non esiste, a meno che qualche fortunato all’interno del villaggio possieda una caldaia a legna o uno scaldabagno elettrico, ma tanto l’elettricità non c’è tutti i giorni.
 
La sua famiglia era stata scelta come destinataria del nostro progetto, quindi abbiamo invitato tutte le persone del villaggio, adescandole con una buonissima zuppa “campesina”, abbiamo mostrato loro dei filmati sulle applicazioni dell’energia solare e poi ci siamo messi tutti insieme a lavorare come carpentieri per costruire questo pannello che alla fine è stato regalato alla famiglia della signora DulceMaria.
 
L’aspetto più interessante è stato la comprensione del fatto che la tecnologia non è una proprietà delle macchine, ma un prodotto della conoscenza umana. Gli effetti dell’uso delle macchine, e a maggior ragione la capacità di creare innovazioni tecnologiche, non dipendono tanto dal capitale fisico quanto dal capitale umano. Nel nostro caso la spinta ad effettuare una proposta di autodeterminazione tecnologica è nata dall’esigenza di trovare una soluzione ambientalmente etecnologicamente sostenibile per migliorare le condizioni igienico-sanitarie dei beneficiari di tali interventi.
 
Affinché l’innovazione tecnologica si trasferisca facilmente nel bagaglio culturale del destinatario si è pensato di utilizzare l’autocostruzione in quanto strumento di libera divulgazione e condivisione verso cui una comunità è in grado di prendere direttamente coscienza. E’ chiaro che in questo processo di “tecnologizzazione” dello sviluppo un ruolo inevitabilmente molto importante è giocato dalla popolazione, che , attraverso diverse forme di identificazione e organizzazione, si pone come attore principale all’interno di questo processo. Ed è stato stupendo vedere come i partecipanti al laboratorio di autocostruzione cercassero di imparare questa nuova tecnologia per poterla riprodurre ognuno nella propria abitazione, è stato stupendo vedere come la loro collaborazione sia stata motivata dalla voglia di aiutarsi a vicenda.
 
Questo testimonia che l’uomo si incontra nel suo bisogno e che la risposta al bisogno mobilita positivamente le persone e mette in gioco libertà e creatività. Così ci piace.
 
Vogliamo operare mossi da un ideale, sia esso religioso o umanitario, che è sempre caratterizzato da una passione per l’uomo capace di far camminare assieme per lunghi tratti uomini diversi per formazione, per cultura, per appartenenza ideologica.
 
Per molti studiosi una tecnologia sarebbe appropriata solo quando risolve i grandi problemi dell’uomo, della società e dell’ambiente, quali si presentano nelle società industriali avanzate. Questa definizione però non mi piace, in quanto la tecnologia è un mezzo, uno strumento perraggiungere certi obiettivi, con i quali non si identifica e che non sono necessariamente quelli che si propone una società industriale avanzata.
 
Viceversa, dobbiamo ritenere che una tecnologia sia appropriata quando, per effetto della sua struttura e dei rapporti che riesce a stabilire con la cultura, l’ideologia, la struttura sociale del paese in cui viene adottata, dà origine a processi che si autosostengono e riescono a far crescere le attività del sistema e la sua autonomia.
 
Appropriate a quale scopo? Senza dubbio a soddisfare i bisogni delle persone, senza ricorrere per forza a strumenti di ultima generazione, ma semplicemente attraverso diverse combinazioni di lavoro umano e attrezzature, tenendo conto della configurazione organizzativa e dell’ambiente in cui avviene l’intero processo. Una definizione che si addice anche a una radio a manovella, a un forno solare o a una tecnica di costruzione biologica. In altre parole, si tratta di far aumentare la capacità di sopravvivenza e di sviluppo della popolazione che la adotta.
 
Tiratina d’orecchie: c’è da dire che il concetto di appropriatezza non è necessariamente riferito a paesi a livello di sviluppo molto basso: una tecnologia può essere  appropriata anche rispetto a una popolazione altamente progredita. Quest’alternativa non deve essere pensata solo per il “Sud del Mondo” ma può essere applicata anche alle società più pigre suggerendo di andare più adagio per adeguare il proprio ritmo di vita all’utilizzo di energie rinnovabili, come appunto quella del sole. Un cambiamento che impone non solo la sostituzione di tecnologie, ma una rivoluzione culturale che ci spinga a rimontare in sella alle biciclette e a coltivare il nostro orticello famigliare.
 
Dopo quest’ennesima digressione non mi rimane da dire che sono tornato a casa il 23 dicembre sano e salvo, ma devo sottolineare, egoisticamente, che dopo ogni viaggio che ho fatto o missione a cui ho partecipato chi ne è uscito maggiormente arricchito sono stato proprio io.
 
Ancora oggi, dopo tre mesi dalla fine di questa esperienza di viaggio la memoria è ormai affollata da ricordi di esperienze uniche e il cuore non dimentica il sapore della terra, di questo Venezuela, che come uno “specchio” si riflette ancora nei miei occhi, spesso troppo distratti o indaffarati, a ricordarmi che a causa del progresso ci siamo separati dalla natura, dai suoi ritmi, colori e suoni; ma il benessere non deve trasformarsi nel taglio delle radici dell’uomo, nell’incapacità di percepire il fragile miracolo di essere vivi, ma nella riscoperta del legame che perdura da millenni tra tutti gli esseri umani.
 
Per questo voglio ringraziare gli abitanti di Mucuchies, Mocao, Mitivivò, Mixteque, Gavidia per l’accoglienza datami ad addolcire l’amaro retrogusto della povertà; per aver condiviso con me la nostalgia di un passato meno tecnologico e inquinato (anche a livello mentale e morale), dove tutto accadeva con un ritmo naturale e questo dava la possibilità all’uomo di “vedere” e di “sentire” la vita che pulsa intorno (e dentro) di noi, di vivere in armonia con la terra.
 
Anche quando la città (ormai frenetica) incombe con i suoi alti muri e rumori e insieme al territorio rischia di soffocare la gioia di vivere. Sicuramente in modo inadeguato, ma sincero, con questa sorta di diario di viaggio voglio anche esprimere un ringraziamento a chiunque abbia scelto di stare dalla parte dei poveri del mondo: coloro con i quali tentiamo ogni giorno di condividere quello che ci è stato dato ed ai quali, lo speriamo, possa in fin dei conti servire anche questo lavoro.
 
“Pobre no es qui no tiene dinero
Pobre es qui no tiene sueňo”
 
26 marzo 2009

Il caffè: molto più “energetico” di quanto si possa credere…

di Alessandro Raffi

Il processo produttivo del caffè, come è facile immaginare, genera in primo luogo i semi i quali, entrando nel ciclo economico-produttivo, rappresentano un cospicuo guadagno per i paesi esportatori. La polpa residuale (+ acqua di lavaggio) viene considerata uno scarto di processo e smaltita il più delle volte tal quale, provocando notevoli danni ambientali ed economici.
La digestione anaerobica mira ad inserirsi proprio a valle di tale separazione, trasformando la “polpa senza valore” in una fonte di energia alternativa.
Ma cosa si intende per digestione anaerobica, con la conseguente produzione di biogas?
La degradazione biologica della sostanza organica in condizione di anaerobiosi (assenza di ossigeno), comporta la formazione di diversi prodotti di cui i più abbondanti sono rappresentati da due gas: il metano (CH4) ed il biossido di carbonio (CO2).
La produzione e valorizzazione energetica del biogas prodotto (tenore medio di metano > 75%), costituisce un notevole risparmio energetico così come riduzione della polpa da smaltire un grande risparmio economico. Inoltre, alla fine del processo, il composto residuale (“digestato”) può essere utilizzato come fertilizzante garantendo un ulteriore guadagno, sia economico che ambientale.
Parte del biogas prodotto è utilizzato per gli autoconsumi dell’impianto, mentre la restante parte può essere utilizzata per la produzione di energia da cedere all’esterno.
La finalità maggiormente perseguita, in merito all’utilizzo del metano prodotto, è la produzione combinata di calore e di elettricità (cogenerazione) con un ottimo rendimento medio pari a circa 85% (50% per calore e 35% per elettricità).
Sono moltissimi i residui “valorizzabili” per mezzo di questo processo: scarti agroindustriali, deiezioni animali, colture specifiche, ecc.
Gli scarti provenienti dalla lavorazione del caffè non sono esclusi da questa lista.
Tuttavia il problema da subito evidenziato e di ostacolo alla produzione di biogas da scarti di caffè, è l’alto tenore di materiale “refrattario” alla digestione anaerobica (materiale lignocellulosico) presente nelle “bucce” delle bacche ed il basso pH iniziale della miscela.
Per la sperimentazione, di cui mi sono occupato personalmente, si è utilizzato un digestore in scala pilota, fornito di sonde interne per il monitoraggio “in continuo” di parametri (T e pH) ed di un agitatore interno al “mini-reattore”. Tale ricerca si è sviluppata preso l’Università della Costa Rica (UCR), in virtù dell’ottimo rapporto con il Centro di Ricerca Agronomica (CIA) e i suoi docenti. Costruito in Italia e messo in funzione in Costa Rica, il digestore ha condotto ad ottimi risultati in termini di produzione di biogas. La ricerca in questo campo è in pieno sviluppo, mirando all’ottimizzazione di un processo a fasi separate.

Alessandro Raffi

Sistema di monitoraggio MFC in Costa Rica

di Alessandro Raffi
In merito alla collaborazione tra l’unità SET e l’Universidad de Costa Rica, descriverò una delle attività di ricerca che stiamo sviluppando con crescente interesse e promettenti risultati. Nello specifico si tratta di stazioni di monitoraggio ambientale che possano svolgere il loro compito prescindendo da un collegamento alla rete elettrica o da batterie tradizionali. Tale necessità scaturisce dalle intrinseche condizioni dei siti da monitorare (distanza da rete elettrica), ma anche dall’esigenza di abbattere i costi di gestione e installazione relativi ai sistemi, senza pregiudicarne la funzionalità. La ricerca in questione si è rivolta alle “Microbial Fuell Cells” (MFCs) ovvero delle celle a combustibile operanti a mezzo di specifici microrganismi. Le MFCs sono dei bioreattori in cui l’energia immagazzinata nei legami chimici dei composti organici, presenti nella “matrice terreno”, viene convertita in energia elettrica attraverso reazioni catalizzate dagli stessi microrganismi. I vincoli di una MFC sono la presenza di microrganismi e la necessità di un flusso di nutrienti per il sostentamento del biofilm. Tali microorganismi elettrogeni (elettrochimicamente attivi) sono capaci, anche in assenza di mediatori, di degradare la materia organica producendo energia. Tra i principali batteri elettrogeni conosciuti (nel terreno) si riportano alcuni ceppi appartenenti alla famiglia delle Geobacteraceae e alla famiglia delle Shewanella, come lo Shewanella putrefaciens.

Per maggiori informazioni e approfondimenti vi rimando a due interessanti articoli, pubblicati proprio su questo portale. Il primo riguarda uno studio della Lebônê Solutions, una start-up di Cambridge, con un’applicazione operativa in Tanzania; il secondo è un riassunto dello stato dell’arte inerente le MFCs, presentato a Bruxelles da ENEA.

Nel nostro caso la sperimentazione delle MFCs è stata effettuata presso il “Centro de Investigacion Agronomica” (CIA) con il supporto del dipartimento di Microbiologia dell’Universidad de Costa Rica (UCR). A tal proposito vorrei sentitamente ringraziare, per il fondamentale aiuto, la Prof. Lidieth Uribe e la Prof. Lorena Uribe; senza dimenticare l’apporto degli ingegneri Italiani che per otto mesi hanno condotto la sperimentazione verso gli ottimi risultati riscontrati: Andrea Pietrelli ed Alessandro Veloce.

L’obiettivo della ricerca è sia quello di creare le migliori condizioni possibili al fine di ottimizzare la produzione di energia all’interno della cella, sia quello di implementare un sistema di gestione dell’energia prodotta attraverso un opportuno protocollo di comunicazione che limiti gli sprechi e massimizzi l’utilità del sistema. I materiali utilizzati sono il feltro di grafite (per gli elettrodi), cavo di titanio (per le connessioni elettriche all’interno della cella) e PVC (per isolare la cella dall’esterno). Questa tipologia di elementi, oltre ad essere relativamente economici, dimostrano ottime caratteristiche funzionali. I parametri monitorati sono stati differenti: biologici, chimici e fisici. Si è infatti evidenziato quale fosse il ceppo batterico che maggiormente si sviluppava all’interno della cella nel corso del suoi funzionamento e si è altresì studiata, in modo approfondito, l’influenza del pH/umidità/temperatura/tessitura del terreno rispetto alla produzione specifica di energia elettrica.

L’attività, attualmente in corso di svolgimento presso i laboratori dell’Università, proseguirà e condurrà al più presto all’installazione di un array di celle con annesso un sistema di monitoraggio e comunicazione in un campo agricolo nella periferia di San Josè. Il sistema permetterà il controllo del potenziale redox (ORP) fornendo dati a cadenza giornaliera e senza necessità di connessioni elettriche per la comunicazione degli stessi.

Alessandro Raffi

Dottorando CIRPS

di Emanuele Michelangeli

Se la missione di un dottorando è quella di seguire la ricerca della sua unità in particolare e del suo dipartimento universitario in generale, ed inoltre di fare da assistente al suo professore di riferimento, tenendo conto dell’indirizzo concordato con il collegio dei docenti del corso di dottorato per il proprio percorso di ricerca,

cosa devo fare se la mia unita si chiama SET Sustainable Energy Technologies, che è parte del CIRPS Centro Interuniversitario di Ricerca per lo Sviluppo Sostenibile, il mio tutor è il Professor Andrea Micangeli, e l’indirizzo del mio dottorato è Cooperazione   Internazionale e Sviluppo Sostenibile: Ottimizzazione di tecnologie ad Energia Rinnovabile?

Più semplicemente, volevo scrivere sul blog della mia unità quale è stato il mio lavoro quotidiano nel mio primo anno di esperienza, considerando che non riesco mai a rispondere in modo chiaro e coinciso alle persone che mi domandano amichevolmente: – tu di cosa ti occupi?

L’attività di ricerca svolta finora mi ha portato ad occuparmi di eolico ed idroelettrico, solare fotovoltaico e termico, Smart Grids e OSEC. E’ intorno allo studio di queste tecnologie che si è sviluppato il mio primo anno, ed è in funzione della loro ottimizzazione che organizzerò il lavoro dei prossimi due.

Ho cercato di dare il mio apporto alla scrittura di progetti di cooperazione al di qua, al di là e a cavallo dell’oceano Atlantico; tra questi la percentuale di quelli che verranno approvati la scopriremo tra qualche tempo…

ho provato ad aiutare tesisti di ingegneria Meccanica Energetica e Gestionale nelle loro attività di tirocinio tesi e laboratorio in Italia e non,

ho seguito da dietro le quinte le missioni in Centro America di 15 ragazzi che per svolgere le proprie attività di tirocinio per la tesi di laurea o di master,

ho preso parte ai primi passi della scrittura di progetti sviluppati da CIRPS e PNUD Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo interessanti al punto che 5 ragazzi si sono offerti per seguire le nostre attività come volontari e sono partiti a razzo per l’Honduras (paese più vulnerabile del mondo agli effetti del CC),

ho seguito l’iter di approvazione di due “accordi interuniversitari” con la UCR in Costa Rica e con la UNAH in Honduras,

ho tentato di aiutare il processo di pubblicazione di due articoli scientifici riguardanti il progetto di solarizzazione di alcune tendopoli dell’Abruzzo post-earthquake (progetto grazie al quale nel 2009 mi sono avvicinato al CIRPS) e la valutazione di sostenibilità del macchinario OSEC,

ho partecipato ad una conferenza sulle Rinnovabili a Miami ed a molte altre a Roma e Valmontone (seppur avrei preferito farne una a Roma e molte altre a Miami!!!)

ho provato ad avvicinare il mondo dell’ingegneria gestionale (ottimizzazione non economia!) a quello delle Rinnovabili, con risultati vari…

ho tremato di fronte all’opportunità di dover parlare come assistente del professore in aule insolite per un ingegnere: nella classe di student* di psicologia, nella scuola della remotissima comunità di Kruta (dept. Gracias a Dios, Honduras)  e nella sezione didattica della Casa Circondariale di Rebibbia,

sono stato due volte in Centro America tra Costa Rica Nicaragua Panama e Honduras per seguire progetti di elettrificazione rurale, di trasferimento di tecnologie sostenibili varie ed altri per la diffusione della macchina OSEC per la produzione di ipoclorito di sodio per la disinfezione in comunità remote,

ho trasportato dispositivi vari attraverso le frontiere di diversi Paesi “per favorire la Ricerca Scientifica” (prova tu a spiegare il concetto di cooperazione interuniversitaria in spagnolo, di notte, in mezzo alla giungla,  al militare con cicatrice in faccia e mitraglia in mano che ti guarda strano…),

ho avuto l’occasione di affiancare nei diversi laboratori di circa 5 università, professori dediti da anni allo studio delle Energie Rinnovabili (tra loro ringrazio molto il Prof Shyam Nandwani guru del Solare in Costa Rica),

ho visitato impianti ER innovativi (e non) in giro per il mondo,

 ho visitato fiere di impianti ER in giro per il mondo (alla fine solo a San José de CR, Roma e Milano, potevo fare di più)

ho fatto da scout per l’identificazione di siti idonei alla produzione di grandi impianti in zone talvolta assolatissime, spesso ventosissime e stagionalmente piovosissime,

ho seguito un dottorando Center for Sustainable Development dell’uni di Cambridge nel suo viaggio alla scoperta dell’attitudine dei governanti nel trattare temi di adattamento al Cambio Climatico nella regione centroamericana (grande Daniel!)

ho avuto l’opportunità di conoscere persone dalle quali spero di imparare ancora tanto: Shyam (il professore-guru del solare in Costa Rica), Marco (l’ingegnere che testimonia quotidianamente il concetto di “partecipazione attiva”), Jurgen (il Professore tedesco che insegna ER in Nicaragua da 21 anni nonostante guerriglia e malaria), Stefan (l’uomo del solare termico in tutto il centro america), Carlo (il giovane ingegnere che si è trasferito nella città più pericolosa del mondo per la causa del desarrollo sostenible)

La prima cosa che mi viene da dire rileggendo la lista è: e mo’ basta!!! La seconda è: sono il solito megalomane. La terza: che fortuna ho avuto ad entrare nel CIRPS! La quarta: la tesi di dottorato si avvicina…

Chiosa finale un po’ sensazionalistica: lo spirito che anima l’unità Set ha ormai contagiato anche me… penso proprio che la lista delle attività si allungherà parecchio nei prossimi due anni!

di Emanuele Michelangeli