Elettrolisi per autoproduzione di Cloro in El Salvador e Honduras: una missione tra CIRPS e PNUD

di Maria Cholvi e Aurora Egea (testo originale in Spagnolo)

Il viaggio che per quindici giorni ci ha portato tra le varie comunità della regione denominata “Gracias a Dios”, il cui territorio è per lo più conosciuto con il nome di Mosquitia (estremo oriente dell’Honduras),ci ha avvicinate a persone che portano avanti le loro vite in una realtà di impressionante durezza e al contempo di speranza. Siamo state lì per portare avanti progetti di Sviluppo Sostenibile (collaborazione CIRPS-UNDP). Abbiamo imparato da loro la determinazione nel combattere per una migliore condizione di vita: una frase tipica di Heráclito de la comunidad de Guapinol (Costa Pacífica de Honduras) è: “seguimos en la lucha”, ossia “continuiamo con la lotta”.

Il supporto e l’aiuto, diretto alle comunità, viene svolto attraverso lo sviluppo di progetti ai quali si aggiunge il lavoro volto a preservare flora e fauna locali, spesso minacciate dai loro stessi abitanti. A volte, al contrario, come ad esempio avviene in Mavita, anch’essa situata in Mosquitia la cura per l’ambiente li fa rinunciare a tutti i frutti degli alberi e limita la loro alimentazione a fagioli, riso, manioca, uova e agli animali che allevano.

Questa missione è stata per noi una travolgente esperienza nella natura, con la quale molti degli abitanti delle comunità hanno un rapporto di grande rispetto e intimità, legame che il mondo occidentale ha dimenticato e rimpiazzato con le sue grandi metropoli.

Loro vivono dal sorgere del sole fino al tramonto; chiedono il permesso prima di entrare nella rigogliosa foresta; donano offerte agli alberi e ne ne chiedono cure. Mai dimenticheremo le passeggiate, di svariati chilometri, con i figli del villaggio di Mocorón, attraverso la foresta pluviale di Mosquitia, risalendo il fiume Mocorón verso monte, per poi nuotare alla deriva, trasportati dalla corrente ed uscire dal fiume assieme alla gente della comunità.

Presto, questo incredibile viaggio attraverso il fiume, non sarà più possibile a causa della futura realizzazione di una diga prevista lungo lo stesso fiume. In cambio, gli abitanti del villaggio avranno l’elettricità, sarà infatti per tutti possibile usufruire dell’illuminazione notturna, ad oggi generata tramite grandi gruppi elettrogeni ad uso e privilegio di pochi ricchi. Come dice Sebastião Salgado: “costruiamo il mondo distruggendo il paesaggio, tuttavia molto ancora rimane intatto”.

In Salvador, ci siamo occupate della formazione a persone di tutte le età riguardo la produzione di ipoclorito di sodio (cloro) tramite la macchina OSEC sviluppata dal CIRPS. Lì è stato molto interessante conoscere la realtà attuale del paese, la sua gente, la sua vita. Ancora di più ci ha sorpreso ed arricchito conoscere il loro passato di guerriglia armata: la loro collaborazione ed il vicendevole sostegno sono aspetti di grande potenza ed impatto sociale.

Maria Cholvi e Aurora Egea (traduzione di Alessandro Raffi)

VENEZUELA: PANNELLI SOLARI E FRAGOLE ANDINE.

di Carlo Tacconelli
Ramon il taxista: Come ti chiami ?
Io: Carlo, seňor.
Ramon: Sei cristiano, Carlos?
Io: Ehm… non saprei… credo di si.
Ramon: Cattolico o evangelico?
Io: Mah, penso cattolico.
Ramon: Bravo, fratello, allora sei davvero un brav’uomo.
 
Così è iniziato il mio soggiorno in Venezuela, il 7 dicembre 2008.
Appena atterrato, dopo aver passato una notte di scalo in giro per Parigi, non prima di aver cambiato diversi euro sottobanco con qualche inserviente dell’Aeropuerto “Simon Bolivar” mi sono trovato subito di fronte ad una forte componente insita nella natura delle popolazioni dell’America Latina: l’attaccamento religioso.
 
Il primo dialogo in questa terra per me ancora sconosciuta è stato di difficile impatto:
 
Ramon: Il mondo è pieno di credenti ma ci sono troppe religioni.
Io: E’ vero Ramon, al mondo ci sono più religioni che bambini felici….
 
Avevo preso il taxi per recarmi alla stazione degli autobus per prendere una corriera che in 12 ore di viaggio(!) mi avrebbe dovuto portare a Merida, ridente cittadina sulle Ande Venezuelane (ma poi ho scoperto che questa cittadina non ha molto da ridere).
 
Non è stato facile districarmi dal radicale conservatorismo cattolico di Ramon, e per comprensibili motivi di cautela ho dovuto tirare fuori tutta la mia retorica, anche un po’ vigliaccamente. Ovviamente mi sono scontrato subito con una situazione non facile, che mi ha colpito e mi ha dato immediatamente diversi spunti di riflessione.
 
Mentre Ramon pigiava sul gas tra le sopraelevate di Caracas, lasciando spazio in lontananza al paesaggio di baracche e capanne dei sobborghi (altro che i peggiori bar…) qualcosa dentro di me non riusciva a placarsi: lungi da me fare revisionismo cattolico, però in effetti, è impossibile non notare ripetitivamente come la religione riesca ad attecchire laddove la povertà e l’instabilità sociale la fanno da padroni.
 
È triste riscontrare realmente ciò di cui si è sempre discusso solo a parole, di come la religione sia il cibo dei poveri, di come riesca ad instillare la necessità di fede quando la realtà non concede nessuno spazio alla speranza, di come speculi promettendo un aldilà migliore quando, effettivamente, l’aldiqua non potrebbe essere peggiore. Forse sono soltanto riflessioni estemporanee e demagogiche, ma lo scenario a cui mi sono trovato davanti non ha potuto fare a meno di evocare in me tali pensieri.
 
Ma mi sono messo l’anima momentaneamente in pace e ho continuato per la mia rotta. Il perché io mi trovassi in Venezuela è presto detto: come un anno fa, mi sono trovato a collaborare con il CIRPS (Centro Interuniversitario di Ricerca per lo Sviluppo Sostenibile dell’Università La Sapienza) in un progetto di cooperazione internazionale sull’energia solare. In particolare, in questa missione, dovevo tenere un corso di Autocostruzione di pannelli solari-termici ad una comunità andina situata a 4.000 metri di altitudine.
 
Detta così sembra facile, e infatti lo sarebbe se non intervenisse il destino beffardo a complicare le cose (ma ammetto che devo ringraziarlo per avermi insaporito la vita più e più volte). Prima di arrivare sul posto oggetto del nostro progetto dovevo incontrarmi con un professore che stava ripartendo per l’Italia affinché mi aggiornasse sullo svolgimento del lavoro. Con molta professionalità si è deciso di incontrarci l’8 dicembre su una spiaggia dei Carabi per definire i dettagli dell’operazione.
 
L’autostazione di Caracas è tremenda, piena di aguzzini che vogliono appiopparti biglietti per le destinazioni più disparate, ce n’era addirittura uno che mi ha supplicato per una buona mezz’ora perconvincermi ad andare a Maracàibo (attenzione l’accento è sulla à, la canzone ci ha plagiato la mente), io continuavo a dirgli che dovevo per forza di cosa andare da un’altra parte e lui non voleva arrendersi… è stata una scenetta invadentemente simpatica.
 
Breve descrizione degli autobus: poiché la temperatura a Caracas a dicembre è di circa 40° gli autisti guidano scalzi, si viaggia con finestrini e porte(!) aperte e radio con musica afrocubana ad altissimo volume. Con l’aiuto di qualche Dio degli Studenti riesco ad arrivare a destinazione cambiando casualmente 3 autobus nel giro di 4 ore. Trovo la prima branda e buonanotte.
 
La mattina dopo vengo svegliato dal professore che, arrivando da un viaggio di 10 ore in macchina, riesce anche a trovarmi nonostante non ci fossimo tenuti in contatto perché i cellulari italiani, prevedibilmente, non funzionano bene in Venezuela. Andiamo al porto, chiamiamo un ragazzo che con una barchetta ci porta su un isoletta dell’atollo di Chichiriviche. Passeggiata, bagno e raccolta di noci di cocco, mentre eravamo in riunione permanente e discutevamo sull’esito del progetto.
 
Il giorno dopo il professore riparte per Roma e io mi metto in viaggio per Merida. Ma al mio arrivo non trovo nessuno dei partner locali ad aspettarmi. C’è un’altra sfaccettatura del modo di fare dei sudamericani che mi affascina e mi spaventa, come un improvviso bacio sul collo da dietro: la dilatazione dei tempi.
 
Il sudamericano è il testimonial supremo della filosofia LAVORARE CON LENTEZZA. Tutto procede a rilento, lavoretti o faccende che noi italiani ci sbrigheremmo in un’ora, loro ci mettono una settimana, perché tutto va fatto con calma. Appuntamenti ritardati, orari fittizi. In sostanza nelle mie due settimane di permanenza ho fatto dei lavori che in Italia avrei completato in tre giorni.
 
Però, forse una parte di me si è ritrovata abbastanza comoda in questo spirito, in questa voglia di rallentare e guardarsi attorno, di fermarsi un attimo a pensare. In Italia non mi capita spesso di fermarmi a chiedermi il perché di quello che sto facendo, di ogni piccolo impercettibile movimento della mia vita, la motivazione che mi spinge ad eseguire ogni inutile azione : “Perché ho mangiato questo oggi? Perché ho questa maglia addosso? Verso dove sto correndo?”.
 
Vi confesso che in Venezuela ho ritrovato il gusto di lasciarmi pensare, rilassarmi, gabbare lo stress senza incappare nella noia, per riscoprire che in fondo quello che conta non è il punto di arrivo ma il viaggio stesso; e allora preferisco viaggiare a 10 km all’ora e godermi il panorama piuttosto che accelerare per arrivare prima senza aver rivolto mai lo sguardo fuori.
 
E questa volta devo dire che addirittura ho tirato fuori la testa dal finestrino (e quasi avrei preferito cadere…). Ma ho imparato tante cose. Ho capito che lo sviluppo deve essere visto come un  processo di espansione delle libertà reali godute dagli esseri umani e quindi deve avere delle caratteristiche precise: tendere alla soddisfazione dei bisogni primari, ossia garantire a ciascun individuo nutrizione, casa, salute, ma anche libertà, identità e giustizia. Essere endogeno, basato cioè sull’autosufficienza, sul “contare sulle proprie forze”, essere in armonia con la natura, cioè sostenibile; ed infine essere partecipato attraverso il coinvolgimento della società civile.
 
In Venezuela la divaricazione sociale non è, come in altri paesi del Mondo, tra Nord e Sud, bensì tra centro e periferia, tra una minoranza di globalizzati e una maggioranza di esclusi. Strumenti come il denaro o la tecnologia non devono essere trattati come strumenti di potere, ma come strumenti di diritto per tutti. Questo vuol dire dare la possibilità ad ognuno di poter esprimere il proprio sé, il proprio essere persona, e per far questo gli strumenti sono indispensabili.
 
In Venezuela la mancata affermazione del diritto all’accesso agli strumenti rende palese la situazione di emergenza in alcune aree. Cavolo non devo fermarmi più a pensare… forse è meglio spingere sull’acceleratore…
 
L’anima viola il tratta di pace che avevo firmato con lei il giorno prima e ritorna a tormentarmi Ma troppe situazioni sono surrealmente irrazionali. Non è razionale l’abitudine di bruciare aree forestali per ricavarne, nel breve periodo, terreni coltivabili. Non è razionale la deforestazione realizzata per ricavarne legname da ardere, cioè una fonte di energia.
 
Occorre imparare di nuovo l’ABC del rapporto con la natura. Per questo siamo partiti dai pannelli solari: aule all’aperto dove apprendere un modo di stare al mondo per cui, anziché semplici consumatori, diventiamo creatori di vita, e nella pratica di una possibile autosufficienza apprendiamo il respiro della libertà interiore. Un giardino, un bosco, un orto trasformano l’abitazione in qualcosa di vivo di cui prendersi cura.
 
Non ho fatto in tempo a mettere piede in Venezuela che gia mi trovavo immerso nel suo fango vitale.
 
Tuttavia il progetto è andato a buon fine, grazie anche all’aiuto di chi mi ha preceduto, sono riuscito a costruire 2 impianti solari che forniscono acqua calda per 2 famiglie disagiate. Ho tenuto un corso sia teorico che pratico di autocostruzione a cui la comunità ha risposto in maniera eccezionale: ricordo che eravamo a casa della signora DulceMaria, una donna che abita in un paesino a 3.300m sulle Ande e che vive allevando una simpaticissima quanto aggressiva pecorella e coltivando patate e fragole. Da quelle parti l’acqua arriva direttamente dalle sorgenti montane tramite un tubo non interrato (quindi chiunque può andare li e sabotare) che attraversa tutto il versante delle montagne. Ovviamente l’acqua calda non esiste, a meno che qualche fortunato all’interno del villaggio possieda una caldaia a legna o uno scaldabagno elettrico, ma tanto l’elettricità non c’è tutti i giorni.
 
La sua famiglia era stata scelta come destinataria del nostro progetto, quindi abbiamo invitato tutte le persone del villaggio, adescandole con una buonissima zuppa “campesina”, abbiamo mostrato loro dei filmati sulle applicazioni dell’energia solare e poi ci siamo messi tutti insieme a lavorare come carpentieri per costruire questo pannello che alla fine è stato regalato alla famiglia della signora DulceMaria.
 
L’aspetto più interessante è stato la comprensione del fatto che la tecnologia non è una proprietà delle macchine, ma un prodotto della conoscenza umana. Gli effetti dell’uso delle macchine, e a maggior ragione la capacità di creare innovazioni tecnologiche, non dipendono tanto dal capitale fisico quanto dal capitale umano. Nel nostro caso la spinta ad effettuare una proposta di autodeterminazione tecnologica è nata dall’esigenza di trovare una soluzione ambientalmente etecnologicamente sostenibile per migliorare le condizioni igienico-sanitarie dei beneficiari di tali interventi.
 
Affinché l’innovazione tecnologica si trasferisca facilmente nel bagaglio culturale del destinatario si è pensato di utilizzare l’autocostruzione in quanto strumento di libera divulgazione e condivisione verso cui una comunità è in grado di prendere direttamente coscienza. E’ chiaro che in questo processo di “tecnologizzazione” dello sviluppo un ruolo inevitabilmente molto importante è giocato dalla popolazione, che , attraverso diverse forme di identificazione e organizzazione, si pone come attore principale all’interno di questo processo. Ed è stato stupendo vedere come i partecipanti al laboratorio di autocostruzione cercassero di imparare questa nuova tecnologia per poterla riprodurre ognuno nella propria abitazione, è stato stupendo vedere come la loro collaborazione sia stata motivata dalla voglia di aiutarsi a vicenda.
 
Questo testimonia che l’uomo si incontra nel suo bisogno e che la risposta al bisogno mobilita positivamente le persone e mette in gioco libertà e creatività. Così ci piace.
 
Vogliamo operare mossi da un ideale, sia esso religioso o umanitario, che è sempre caratterizzato da una passione per l’uomo capace di far camminare assieme per lunghi tratti uomini diversi per formazione, per cultura, per appartenenza ideologica.
 
Per molti studiosi una tecnologia sarebbe appropriata solo quando risolve i grandi problemi dell’uomo, della società e dell’ambiente, quali si presentano nelle società industriali avanzate. Questa definizione però non mi piace, in quanto la tecnologia è un mezzo, uno strumento perraggiungere certi obiettivi, con i quali non si identifica e che non sono necessariamente quelli che si propone una società industriale avanzata.
 
Viceversa, dobbiamo ritenere che una tecnologia sia appropriata quando, per effetto della sua struttura e dei rapporti che riesce a stabilire con la cultura, l’ideologia, la struttura sociale del paese in cui viene adottata, dà origine a processi che si autosostengono e riescono a far crescere le attività del sistema e la sua autonomia.
 
Appropriate a quale scopo? Senza dubbio a soddisfare i bisogni delle persone, senza ricorrere per forza a strumenti di ultima generazione, ma semplicemente attraverso diverse combinazioni di lavoro umano e attrezzature, tenendo conto della configurazione organizzativa e dell’ambiente in cui avviene l’intero processo. Una definizione che si addice anche a una radio a manovella, a un forno solare o a una tecnica di costruzione biologica. In altre parole, si tratta di far aumentare la capacità di sopravvivenza e di sviluppo della popolazione che la adotta.
 
Tiratina d’orecchie: c’è da dire che il concetto di appropriatezza non è necessariamente riferito a paesi a livello di sviluppo molto basso: una tecnologia può essere  appropriata anche rispetto a una popolazione altamente progredita. Quest’alternativa non deve essere pensata solo per il “Sud del Mondo” ma può essere applicata anche alle società più pigre suggerendo di andare più adagio per adeguare il proprio ritmo di vita all’utilizzo di energie rinnovabili, come appunto quella del sole. Un cambiamento che impone non solo la sostituzione di tecnologie, ma una rivoluzione culturale che ci spinga a rimontare in sella alle biciclette e a coltivare il nostro orticello famigliare.
 
Dopo quest’ennesima digressione non mi rimane da dire che sono tornato a casa il 23 dicembre sano e salvo, ma devo sottolineare, egoisticamente, che dopo ogni viaggio che ho fatto o missione a cui ho partecipato chi ne è uscito maggiormente arricchito sono stato proprio io.
 
Ancora oggi, dopo tre mesi dalla fine di questa esperienza di viaggio la memoria è ormai affollata da ricordi di esperienze uniche e il cuore non dimentica il sapore della terra, di questo Venezuela, che come uno “specchio” si riflette ancora nei miei occhi, spesso troppo distratti o indaffarati, a ricordarmi che a causa del progresso ci siamo separati dalla natura, dai suoi ritmi, colori e suoni; ma il benessere non deve trasformarsi nel taglio delle radici dell’uomo, nell’incapacità di percepire il fragile miracolo di essere vivi, ma nella riscoperta del legame che perdura da millenni tra tutti gli esseri umani.
 
Per questo voglio ringraziare gli abitanti di Mucuchies, Mocao, Mitivivò, Mixteque, Gavidia per l’accoglienza datami ad addolcire l’amaro retrogusto della povertà; per aver condiviso con me la nostalgia di un passato meno tecnologico e inquinato (anche a livello mentale e morale), dove tutto accadeva con un ritmo naturale e questo dava la possibilità all’uomo di “vedere” e di “sentire” la vita che pulsa intorno (e dentro) di noi, di vivere in armonia con la terra.
 
Anche quando la città (ormai frenetica) incombe con i suoi alti muri e rumori e insieme al territorio rischia di soffocare la gioia di vivere. Sicuramente in modo inadeguato, ma sincero, con questa sorta di diario di viaggio voglio anche esprimere un ringraziamento a chiunque abbia scelto di stare dalla parte dei poveri del mondo: coloro con i quali tentiamo ogni giorno di condividere quello che ci è stato dato ed ai quali, lo speriamo, possa in fin dei conti servire anche questo lavoro.
 
“Pobre no es qui no tiene dinero
Pobre es qui no tiene sueňo”
 
26 marzo 2009

Il caffè: molto più “energetico” di quanto si possa credere…

di Alessandro Raffi

Il processo produttivo del caffè, come è facile immaginare, genera in primo luogo i semi i quali, entrando nel ciclo economico-produttivo, rappresentano un cospicuo guadagno per i paesi esportatori. La polpa residuale (+ acqua di lavaggio) viene considerata uno scarto di processo e smaltita il più delle volte tal quale, provocando notevoli danni ambientali ed economici.
La digestione anaerobica mira ad inserirsi proprio a valle di tale separazione, trasformando la “polpa senza valore” in una fonte di energia alternativa.
Ma cosa si intende per digestione anaerobica, con la conseguente produzione di biogas?
La degradazione biologica della sostanza organica in condizione di anaerobiosi (assenza di ossigeno), comporta la formazione di diversi prodotti di cui i più abbondanti sono rappresentati da due gas: il metano (CH4) ed il biossido di carbonio (CO2).
La produzione e valorizzazione energetica del biogas prodotto (tenore medio di metano > 75%), costituisce un notevole risparmio energetico così come riduzione della polpa da smaltire un grande risparmio economico. Inoltre, alla fine del processo, il composto residuale (“digestato”) può essere utilizzato come fertilizzante garantendo un ulteriore guadagno, sia economico che ambientale.
Parte del biogas prodotto è utilizzato per gli autoconsumi dell’impianto, mentre la restante parte può essere utilizzata per la produzione di energia da cedere all’esterno.
La finalità maggiormente perseguita, in merito all’utilizzo del metano prodotto, è la produzione combinata di calore e di elettricità (cogenerazione) con un ottimo rendimento medio pari a circa 85% (50% per calore e 35% per elettricità).
Sono moltissimi i residui “valorizzabili” per mezzo di questo processo: scarti agroindustriali, deiezioni animali, colture specifiche, ecc.
Gli scarti provenienti dalla lavorazione del caffè non sono esclusi da questa lista.
Tuttavia il problema da subito evidenziato e di ostacolo alla produzione di biogas da scarti di caffè, è l’alto tenore di materiale “refrattario” alla digestione anaerobica (materiale lignocellulosico) presente nelle “bucce” delle bacche ed il basso pH iniziale della miscela.
Per la sperimentazione, di cui mi sono occupato personalmente, si è utilizzato un digestore in scala pilota, fornito di sonde interne per il monitoraggio “in continuo” di parametri (T e pH) ed di un agitatore interno al “mini-reattore”. Tale ricerca si è sviluppata preso l’Università della Costa Rica (UCR), in virtù dell’ottimo rapporto con il Centro di Ricerca Agronomica (CIA) e i suoi docenti. Costruito in Italia e messo in funzione in Costa Rica, il digestore ha condotto ad ottimi risultati in termini di produzione di biogas. La ricerca in questo campo è in pieno sviluppo, mirando all’ottimizzazione di un processo a fasi separate.

Alessandro Raffi

Sistema di monitoraggio MFC in Costa Rica

di Alessandro Raffi
In merito alla collaborazione tra l’unità SET e l’Universidad de Costa Rica, descriverò una delle attività di ricerca che stiamo sviluppando con crescente interesse e promettenti risultati. Nello specifico si tratta di stazioni di monitoraggio ambientale che possano svolgere il loro compito prescindendo da un collegamento alla rete elettrica o da batterie tradizionali. Tale necessità scaturisce dalle intrinseche condizioni dei siti da monitorare (distanza da rete elettrica), ma anche dall’esigenza di abbattere i costi di gestione e installazione relativi ai sistemi, senza pregiudicarne la funzionalità. La ricerca in questione si è rivolta alle “Microbial Fuell Cells” (MFCs) ovvero delle celle a combustibile operanti a mezzo di specifici microrganismi. Le MFCs sono dei bioreattori in cui l’energia immagazzinata nei legami chimici dei composti organici, presenti nella “matrice terreno”, viene convertita in energia elettrica attraverso reazioni catalizzate dagli stessi microrganismi. I vincoli di una MFC sono la presenza di microrganismi e la necessità di un flusso di nutrienti per il sostentamento del biofilm. Tali microorganismi elettrogeni (elettrochimicamente attivi) sono capaci, anche in assenza di mediatori, di degradare la materia organica producendo energia. Tra i principali batteri elettrogeni conosciuti (nel terreno) si riportano alcuni ceppi appartenenti alla famiglia delle Geobacteraceae e alla famiglia delle Shewanella, come lo Shewanella putrefaciens.

Per maggiori informazioni e approfondimenti vi rimando a due interessanti articoli, pubblicati proprio su questo portale. Il primo riguarda uno studio della Lebônê Solutions, una start-up di Cambridge, con un’applicazione operativa in Tanzania; il secondo è un riassunto dello stato dell’arte inerente le MFCs, presentato a Bruxelles da ENEA.

Nel nostro caso la sperimentazione delle MFCs è stata effettuata presso il “Centro de Investigacion Agronomica” (CIA) con il supporto del dipartimento di Microbiologia dell’Universidad de Costa Rica (UCR). A tal proposito vorrei sentitamente ringraziare, per il fondamentale aiuto, la Prof. Lidieth Uribe e la Prof. Lorena Uribe; senza dimenticare l’apporto degli ingegneri Italiani che per otto mesi hanno condotto la sperimentazione verso gli ottimi risultati riscontrati: Andrea Pietrelli ed Alessandro Veloce.

L’obiettivo della ricerca è sia quello di creare le migliori condizioni possibili al fine di ottimizzare la produzione di energia all’interno della cella, sia quello di implementare un sistema di gestione dell’energia prodotta attraverso un opportuno protocollo di comunicazione che limiti gli sprechi e massimizzi l’utilità del sistema. I materiali utilizzati sono il feltro di grafite (per gli elettrodi), cavo di titanio (per le connessioni elettriche all’interno della cella) e PVC (per isolare la cella dall’esterno). Questa tipologia di elementi, oltre ad essere relativamente economici, dimostrano ottime caratteristiche funzionali. I parametri monitorati sono stati differenti: biologici, chimici e fisici. Si è infatti evidenziato quale fosse il ceppo batterico che maggiormente si sviluppava all’interno della cella nel corso del suoi funzionamento e si è altresì studiata, in modo approfondito, l’influenza del pH/umidità/temperatura/tessitura del terreno rispetto alla produzione specifica di energia elettrica.

L’attività, attualmente in corso di svolgimento presso i laboratori dell’Università, proseguirà e condurrà al più presto all’installazione di un array di celle con annesso un sistema di monitoraggio e comunicazione in un campo agricolo nella periferia di San Josè. Il sistema permetterà il controllo del potenziale redox (ORP) fornendo dati a cadenza giornaliera e senza necessità di connessioni elettriche per la comunicazione degli stessi.

Alessandro Raffi

Dottorando CIRPS

di Emanuele Michelangeli

Se la missione di un dottorando è quella di seguire la ricerca della sua unità in particolare e del suo dipartimento universitario in generale, ed inoltre di fare da assistente al suo professore di riferimento, tenendo conto dell’indirizzo concordato con il collegio dei docenti del corso di dottorato per il proprio percorso di ricerca,

cosa devo fare se la mia unita si chiama SET Sustainable Energy Technologies, che è parte del CIRPS Centro Interuniversitario di Ricerca per lo Sviluppo Sostenibile, il mio tutor è il Professor Andrea Micangeli, e l’indirizzo del mio dottorato è Cooperazione   Internazionale e Sviluppo Sostenibile: Ottimizzazione di tecnologie ad Energia Rinnovabile?

Più semplicemente, volevo scrivere sul blog della mia unità quale è stato il mio lavoro quotidiano nel mio primo anno di esperienza, considerando che non riesco mai a rispondere in modo chiaro e coinciso alle persone che mi domandano amichevolmente: – tu di cosa ti occupi?

L’attività di ricerca svolta finora mi ha portato ad occuparmi di eolico ed idroelettrico, solare fotovoltaico e termico, Smart Grids e OSEC. E’ intorno allo studio di queste tecnologie che si è sviluppato il mio primo anno, ed è in funzione della loro ottimizzazione che organizzerò il lavoro dei prossimi due.

Ho cercato di dare il mio apporto alla scrittura di progetti di cooperazione al di qua, al di là e a cavallo dell’oceano Atlantico; tra questi la percentuale di quelli che verranno approvati la scopriremo tra qualche tempo…

ho provato ad aiutare tesisti di ingegneria Meccanica Energetica e Gestionale nelle loro attività di tirocinio tesi e laboratorio in Italia e non,

ho seguito da dietro le quinte le missioni in Centro America di 15 ragazzi che per svolgere le proprie attività di tirocinio per la tesi di laurea o di master,

ho preso parte ai primi passi della scrittura di progetti sviluppati da CIRPS e PNUD Programa de las Naciones Unidas para el Desarrollo interessanti al punto che 5 ragazzi si sono offerti per seguire le nostre attività come volontari e sono partiti a razzo per l’Honduras (paese più vulnerabile del mondo agli effetti del CC),

ho seguito l’iter di approvazione di due “accordi interuniversitari” con la UCR in Costa Rica e con la UNAH in Honduras,

ho tentato di aiutare il processo di pubblicazione di due articoli scientifici riguardanti il progetto di solarizzazione di alcune tendopoli dell’Abruzzo post-earthquake (progetto grazie al quale nel 2009 mi sono avvicinato al CIRPS) e la valutazione di sostenibilità del macchinario OSEC,

ho partecipato ad una conferenza sulle Rinnovabili a Miami ed a molte altre a Roma e Valmontone (seppur avrei preferito farne una a Roma e molte altre a Miami!!!)

ho provato ad avvicinare il mondo dell’ingegneria gestionale (ottimizzazione non economia!) a quello delle Rinnovabili, con risultati vari…

ho tremato di fronte all’opportunità di dover parlare come assistente del professore in aule insolite per un ingegnere: nella classe di student* di psicologia, nella scuola della remotissima comunità di Kruta (dept. Gracias a Dios, Honduras)  e nella sezione didattica della Casa Circondariale di Rebibbia,

sono stato due volte in Centro America tra Costa Rica Nicaragua Panama e Honduras per seguire progetti di elettrificazione rurale, di trasferimento di tecnologie sostenibili varie ed altri per la diffusione della macchina OSEC per la produzione di ipoclorito di sodio per la disinfezione in comunità remote,

ho trasportato dispositivi vari attraverso le frontiere di diversi Paesi “per favorire la Ricerca Scientifica” (prova tu a spiegare il concetto di cooperazione interuniversitaria in spagnolo, di notte, in mezzo alla giungla,  al militare con cicatrice in faccia e mitraglia in mano che ti guarda strano…),

ho avuto l’occasione di affiancare nei diversi laboratori di circa 5 università, professori dediti da anni allo studio delle Energie Rinnovabili (tra loro ringrazio molto il Prof Shyam Nandwani guru del Solare in Costa Rica),

ho visitato impianti ER innovativi (e non) in giro per il mondo,

 ho visitato fiere di impianti ER in giro per il mondo (alla fine solo a San José de CR, Roma e Milano, potevo fare di più)

ho fatto da scout per l’identificazione di siti idonei alla produzione di grandi impianti in zone talvolta assolatissime, spesso ventosissime e stagionalmente piovosissime,

ho seguito un dottorando Center for Sustainable Development dell’uni di Cambridge nel suo viaggio alla scoperta dell’attitudine dei governanti nel trattare temi di adattamento al Cambio Climatico nella regione centroamericana (grande Daniel!)

ho avuto l’opportunità di conoscere persone dalle quali spero di imparare ancora tanto: Shyam (il professore-guru del solare in Costa Rica), Marco (l’ingegnere che testimonia quotidianamente il concetto di “partecipazione attiva”), Jurgen (il Professore tedesco che insegna ER in Nicaragua da 21 anni nonostante guerriglia e malaria), Stefan (l’uomo del solare termico in tutto il centro america), Carlo (il giovane ingegnere che si è trasferito nella città più pericolosa del mondo per la causa del desarrollo sostenible)

La prima cosa che mi viene da dire rileggendo la lista è: e mo’ basta!!! La seconda è: sono il solito megalomane. La terza: che fortuna ho avuto ad entrare nel CIRPS! La quarta: la tesi di dottorato si avvicina…

Chiosa finale un po’ sensazionalistica: lo spirito che anima l’unità Set ha ormai contagiato anche me… penso proprio che la lista delle attività si allungherà parecchio nei prossimi due anni!

di Emanuele Michelangeli

RinnovABILI in Nicaragua!

di Daniele Di Pietro

Grazie al Prof. Ing. Andrea Micangeli ho trascorso ben due mesi in una terra così lontana come il Nicaragua. La domanda che tutti si sono posti di fronte alla mia scelta di partire è stata: cosa ci vai a fare in Nicaragua? Effettivamente di dubbi ne avevo anch’io ma, di fronte all’esperienza del Prof. Micangeli nell’ambito delle energie rinnovabili in Paesi in via di sviluppo, il mio spirito viaggiatore ha preso il controllo e mi ha spinto a comprare il biglietto aereo, tra l’altro il primo verso un Paese fuori dall’Europa! Sinceramente non conoscevo bene il CIRPS (Centro Interuniversitario di Ricerca per lo Sviluppo sostenibile), ma in poco tempo ne sono rimasto affascinato: anch’io volevo dare il mio contributo. Sono quindi partito perché attraverso questo progetto avrei potuto arricchire la mia formazione (soprattutto pratica) e allo stesso tempo aiutare popolazioni in gravi condizioni di povertà.
In Nicaragua ho lavorato alla guida del Prof. Ing. Jurgen Kulke, capo dell’azienda Altertec che si occupa di energie rinnovabili.

Seguendo e partecipando ai progetti di Altertec ho avuto la possibilità di migliorare la mia conoscenza nell’ambito del fotovoltaico e del solare termico.
Inoltre mi sono dedicato anche alle micro smart grid rurali riferite in particolare a due casi studio: Selva Negra e Bastilla. Tramite questa esperienza ho scritto la mia tesi di primo livello “Casi studio di energie rinnovabili in Nicaragua” ma non solo: ho avuto la possibilità di entrare in contatto con il mondo lavorativo, di imparare bene una nuova lingua, di conoscere una cultura, cibo e stili di vita diversi. E’ stata un’esperienza indimenticabile che mi ha fatto crescere sia dal punto di vista personale che professionale.

Daniele Di Pietro

Visita al Centro per l’Autonomia (CPA)

di Luzzi Teresa, Sorbara Flavia, Meta Alessia, Vuono Giulia, studentesse di Psicologia del corso Tecnologie per l’Autonomia e l’Ambiente.

 

 

Grazie al corso “Tecnologie per l’Autonomia” del Prof. Micangeli, venerdì 30 novembre, noi studentesse di Psicologia della Sapienza di Roma abbiamo avuto l’opportunità di visitare il CPA, Centro per l’Autonomia di via Giuseppe Cerbara, 20. All’incontro erano presenti la dottoressa Maura Benedetti e l’ingegnere Emanuele Michelangeli.

Abbiamo avuto l’occasione di ascoltare l’ingegnere Stefano Rossi, collaboratore del CPA, il quale ha raccontato di come vive la sua quotidianità di persona con disabilità, convivendo con le difficoltà legate alle barriere architettoniche ed allo stesso tempo sapendo di poter far affidamento sulle proprie risorse per ottenere una vita di buona qualità.

Stefano Rossi ci ha illustrato il funzionamento del Centro per l’Autonomia, mostrando come una persona disabile che decide di recarsi al CPA viene affiancato da un set di figure professionali molto interessante: psicologi che si occupano dell’aspetto emotivo; fisioterapisti che si interessano della riabilitazione; terapisti occupazionali che curano l’apprendimento del corretto utilizzo di ausili in grado di favorire le risorse residue della persona;  ingegneri esperti in tecnologie assistive; consulenti alla pari ovvero persone con disabilità, che disponendo di esperienze e conoscenze derivanti dall’avere vissuto personalmente la disabilità offrono supporto psicologico, consulenza e orientamento; e, infine, assistenti sociali che danno sostegno alle persone e alle loro famiglie.

L’ingegnere Rossi ci ha poi condotti in una breve visita della “Casa del CPA”, ovvero in una serie di stanze del centro che simulano un’ abitazione, nelle quali sono installate tecnologie assistive di ogni tipo: ausili per rendere accessibile a tutti la cucina, porte telecomandate, strumenti che rendono il bagno facilmente utilizzabile e più in generale tutti gli strumenti che possano favorire l’autonomia delle persone che si rivolgono al CPA che qui possono trovare supporto per l’apprendimento al corretto utilizzo delle tecnologie. Con i saluti finali si è conclusa la nostra interessante e piacevole visita al centro CPA.

La giornata è stata per noi fonte di crescita personale in quanto ci siamo approcciate ad una realtà che ad un impatto superficiale potrebbe sembrare differente e lontana dalla nostra, ma che tuttavia non risulta tale da ciò che abbiamo potuto osservare e dai racconti che ci sono stati offerti.

Quando consideriamo una persona con una disabilità o con un particolare deficit dobbiamo focalizzare la nostra attenzione sulla PERSONA e non sulla sua presunta incapacità di svolgere o portare a termine una determinata operazione; dunque, ogni qual volta ci capita di osservare qualcuno e ci sentiamo in dovere di aiutarlo poiché ci appare in difficoltà, dobbiamo mettere da parte l’istinto di agire. È infatti necessario chiedere al diretto interessato se effettivamente necessita di aiuto o se è in grado di farcela autonomamente. Per noi studentesse di psicologia è fondamentale avere esperienze di questo tipo che, oltre ad arricchirci da un punto di vista professionale, ci arricchiscono anche da un punto di vista umano, ci sensibilizzano e ci consentono di comprendere e guardare con altri occhi la realtà che ci circonda.

Vorremmo concludere la nostra breve relazione citando una frase dal libro “Appoggiati a me” di Gladys Rovini:

“La vera disabilità è quella dell’anima che non comprende…

Quella dell’occhio che non vede i sentimenti…

Quella dell’orecchio che non sente le richieste d’aiuto …”.

 

 

Ulteriori info sul CPA:

http://www.centroperlautonomia.it/

Il Centro per l’Autonomia opera da 13 anni presso l’Azienda Usl Roma C, al fine di favorire l’abilitazione e la riabilitazione delle persone con disabilità grave e gravissima e di facilitare percorsi di autonomia ed autodeterminazione. 

E’ sorto per fornire servizi per una vita indipendente, e si ispira a principi di libertà ed uguaglianza, spesso negati alle persone con disabilità.

Opera nel rispetto dei diritti fondamentali e della dignità di ogni persona e della sua famiglia. I servizi svolgono funzione dipromozione delle pari opportunità e della non discriminazione per le persone con disabilità in ogni loro attività di vita quotidiana.
L’obiettivo è il rafforzamento delle capacità individuali e l’autodeterminazione di ogni persona che generi effettiva inclusione sociale.

StART – Sustainable Art – incontriamo al MACRO la sostenibilità dell’Opera d’Arte

di Elena Drovandini

La Sostenibilità intesa come stretta unione di aspetti ambientali e sociali si riflette nei giorni 6, 7 e 11 dicembre, dalle 16.30 alle 19.00, al MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma, nella seconda edizione del ciclo di conferenze Arte al Tatto sulla tematica Arte contemporanea e multisensorialità: tra fruibilità e interazione.

Verranno analizzate le diverse modalità di lettura dell’opera d’arte con una particolare attenzione ai processi sinestetici e alle tematiche legate alla fruibilità del bene culturale spesso non accessibile alle persone con disabilità.

Su questa linea si inserisce pienamente il progetto StART –Sustainable Art, ideato dal CIRPS, che sarà presentato l’11 dicembre dal prof. Andrea Micangeli nell’ultima giornata di studi.

L’idea progettuale nasce da una riflessione sul rapporto tra disabilità e arte contemporanea.

L’obiettivo è quello di porre l’accento sul processo creativo, osservando sia come esso viene affrontato dall’artista sia come il pubblico si rapporta all’opera d’arte in corso di realizzazione e ultimata.

Artisti e pubblico delle sperimentazioni saranno sia persone con disabilità che non e in tal senso il progetto intende mettere in luce le eventuali differenze di approccio all’opera e al suo processo realizzativo da parte di queste due tipologie di creatori/fruitori.

L’idea è quella di realizzare uno spazio di creazione partecipata, documentando l’intero processo attraverso filmati e interviste che testimonino i passaggi salienti del processo creativo.

E’ intenzione del progetto quella di avviare una riflessione sulla produzione artistica, non solo sulla sua fruizione, e di aprire un confronto sull’arte contemporanea e la sua diffusione a partire da quanto espresso nell’articolo 9 (tutela del patrimonio culturale) e nell’articolo 3 (rimuovere gli ostacoli per la piena partecipazione di tutti) della Costituzione Italiana.

Elena Drovandini

Piu’ bici e meno macchine: i progetti dell’Unione Europea per il turismo sostenibile

di Benedetta Michelangeli

Nonostante le ripide salite e discese a Bruxelles si va in bici e al Parlamento europeo si discute su come incrementarne l’uso. Allora una settimana per conto dell’unità SET Sustainable Energy Technologies ho assistito alla presentazione da parte di Richard Weston -dell’Institute of Transport and Tourism- dello studio ” The European Cycle Route Network EuroVelo”. Obiettivo: valutare i vantaggi ambientali, economici e sociali del mercato del ciclo turismo in Europa. Lo studio, richiesto dalla Commissione europarlamentare Trasporti e Turismo, realizzato dall’University of Central Lancashire in cooperazione con la NHTV Breda University, si riferisce all’ EuroVelo, l’European cycle route network. Si tratta di 14 percorsi ciclabili che si estendono in tutta Europa per un totale di 45 mila km, gestiti dalla European Cyclist´ Federation. Un sogno, già parzialmente realizzatto, per gli amanti del ciclismo, che potranno disporre di 70 mila km di piste, alcune costruite ex novo, altre nate dalla riqualificazione di quelle esistenti, ma tutte realizzare con criteri qualitativi come la continuità e la segnaletica stradale adatta.

 La tratta13, l´Iron Curtain Trail è la più entusiasmante: tutto nasce dal progetto dell’eurodeputato tedesco dei Verdi Michael Cramer, che impegnato in campagne per ridurre le emissioni di Co2, dal 1979 vive senza automobile. La cortina di ferro che ha diviso negli ultimi cinquant’anni l’Europa dell’Est e dell’Ovest dà oggi  il nome ad un percorso ciclabile che una volta completato si estenderà per oltre 10 mila km dal Mare di Barents al Mar Nero, attraversando 20 paesi, 14 dei quali dell’Unione europea. L’Iron Curtain Trail offre una varietà incredibile di paesaggi e la possibilità di incrementare un turismo sostenibile in aree particolari, come nella European Green belt. Un corridoio che si snoda per più di 12 mila km collegando 24 paesi lungo l’ex cortina di ferro. Si tratta di una zona in cui non essendoci stata attività umana per molti anni, hanno trovato rifugio specie animali e vegetali minacciate di estinzione. L’Iron Curtain Trail garantisce quindi uno sviluppo regionale sostenibile, promuove la tutela del patrimonio naturale europeo, e stimola un turismo “verde” che non incide negativamente su ecosistemi e habitat importanti per la biodiversità. Il progetto è ambizioso: non solo esempio di soft mobility, ma anche simbolo della riunificazione e dell’identità europea. Una volta completato l’Iron Curtain Trail dovrebbe portare un milione di vacanze in bici e 5.3 milioni di daytrips, per un totale di 521 milioni di euro.

 Con uno sviluppo non omogeneo in Europa, il ciclo turismo cresce in Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Svizzera e Paesi Bassi. Ad aumentare non sono soltanto i percorsi, ma anche il numero di agenzie che offrono questo tipo di vacanze: si calcola che ogni anno sono circa 20 milioni le vacanze in bici, per un costo totale di 9 milioni di euro. Un turismo più che sostenibile sì, ma costoso. In media un cicloturista genera il 66% di Co2 in meno rispetto al turista classico, ma ci si sta muovendo affinché un numero maggiore di Paesi europei permetta il trasporto di bicilette nei treni, autobus e traghetti. L’obiettivo è quello di incoraggiare ad utilizzare trasporti pubblici per raggiungere le ciclo destinazioni, con un impatto ambientale minore rispetto a quello che si avrebbe usando automobili private o il trasporto aereo. Proprio grazie alle conseguenze estremamente positive a livello ambientale ma anche sociale ed economico l’EuroVelo può portare, nel 2011 il Parlamento Europeo e la Commissione Trasporti e Turismio ha votato affinché venisse inserito nel TEN  Trans-European transport network.

di Benedetta Michelangeli

 

 

Per sapere quali sono le tratte dell’EuroVelo che già esistono:

http://www.ironcurtaintrail.eu

http://www.eurovelo.org/

 

Attività: valutazione delle potenzialità idroelettriche in Costa Rica

di Andrea Micangeli

Il lavoro in Costa Rica si fa sempre più interessante e “avventuroso”. I candidati ingegneri Riccardo Di Gennaro e Alessandro Veloce, assieme al Sottoscritto e all’ing. Josè Corrales, si sono immersi nella fitta vegetazione di una collina a nord ovest rispetto alla capitale costaricana, per studiare e applicare nuove tecniche di valutazione delle potenzialità idroelettriche nell’ottica della progettazione di possibili futuri impianti. Queste tecniche uniscono la “fotogrammetria terrestre” e l’applicazione di modelli di “downscaling” che permettono di analizzare le relazioni tra le proprietà statistiche di eventi di precipitazione misurate su larghe scale di aggregazione (sinottiche) e quelle osservate su scale inferiori (convettive). La rilevazione dei dati bruti però necessita dei metodi più “tradizionali” che spesso si traducono in: “braghe-in-acqua”.
In queste foto è documentata la prima esplorazione. E’ stata eseguita una campagna di misure GPS per georefenziare i punti in cui sorgeranno: l’opera di presa, la casa macchine e l’invaso per l’accumulo dell’acqua durante la stagione umida. Di fondamentale importanza è stata l’ubicazione del punto di captazione, necessaria per delimitare la porzione di bacino idrografico che contribuisce ai deflussi. Grazie ai colleghi dell’Universidad Nacional (UNA) è stato possibile, in seguito, ottenere la delimitazione del bacino attraverso elaborazione grafica in ArcGis. Inoltre, avendo a disposizione le curve di livello del “Proyecto Planeta Tierra”, siamo stati in grado di elaborare il modello digitale di elevazione del terreno (DEM). Con queste valutazioni e l’attento studio del miglior possibile percorso del canale/galleria si è riusciti, quasi, a raddoppiare la potenzialità di generazione precedentemente studiata con tecniche tradizionali e largamente diffuse in Costa Rica (le quali si basano sullo studio della cartografia 1:10.000 aggiornata al 1978). Questo ha reso sicuramente più “appetibile” ed accettabile sia dal un punto di vista economico e sociale sia rispetto al suo impatto ambientale la realizzazione dell’impianto idroelettrico oggetto dello studio. Questa metodologia e questa tecnica d’analisi potrà essere facilmente riproposta in molti altri bacini idrografici non strumentati (dove non si dispone di stazioni idrometriche) per il calcolo dei deflussi idrici superficiali.

Andrea Micangeli