MICROPLASTICHE: VECCHIE FONTI DI INQUINAMENTO

MICROPLASTICHEPochi giorni fa ho trovato l’articolo scientifico che riporta la prima evidenza di microplastiche in mare. Si tratta di una nota datata 1972 e pubblicata sul n° 175 della prestigiosa rivista Science. Gli autori sono due oceanografi americani che si sono ritrovati pezzetti di plastica fra i campioni di origine biologica prelevati nel Mar dei Sargassi. Corpi estranei al biota marino: frammenti e pellets di plastiche aventi dimensioni inferiori a 0.5 cm.

Oggetti di plastica così piccoli secondo le linee guida, oggi riconosciute, sono definiti “microplastiche”.  Gli autori dell’articolo ne hanno stimato anche la densità media (3.500 pezzi/km2, min 47 max 12.080 pezzi/km2) ed il peso medio (286,8 g/km2). Oggi in alcuni oceani si stimano oltre 100.000 pezzi/km2 ovvero 30 volte il valore medio del 1972.

I due ricercatori non si sono limitati a riportare i dati ma, consapevolmente, hanno evidenziato i rischi di tali presenze “aliene” ed infatti concludono la nota scientifica dicendo: L’incremento nella produzione di plastiche associato alle attuali pratiche di smaltimento, probabilmente determinerà grandi concentrazioni (di  microplastiche) sulla superficie del mare.

I due oceanografi hanno messo in relazione lo smaltimento a terra e la presenza di plastiche in mare. Ancora oggi questo è un fatto che molti amministratori si ostinano a non accettare. Non esiste una sirena dispettosa che sparge plastiche in mare per farcele recapitare perfidamente sulle spiagge, le plastiche infatti arrivano perlopiù da terra e quindi il danno è attribuibile solo ed esclusivamente alla nostra cattiva abitudine di produrre rifiuti e spargerli nell’ambiente.

I due ricercatori hanno, inoltre, notato la considerevole presenza, nelle plastiche trovate, di inquinanti organici, PCB in particolare. Gli stessi composti osservati (allora) in alcune specie oceaniche. Oggi la letteratura scientifica riporta una serie innumerevole di composti organici e/o metalli pesanti trasportati dalle microplastiche, soprattutto quando sono già in atto i fenomeni di degradazione superficiale. Insomma abbiamo a che fare con piccole bombe chimiche che vagano nel mare in attesa di entrare nella nostra catena alimentare.

Già fin dagli albori dell’industria della plastica qualcuno, quindi, ha fatto notare i rischi associati al marine litter. Ci son voluti circa 50 anni per cominciare solo a prendere coscienza del problema. La maggior parte della plastica utilizzata quotidianamente può essere riciclata per produrre nuovi oggetti, basta saper gestire correttamente il ciclo dei rifiuti.

COTTON FIOC? Bleah

foto.JPG-2L’anno passato, durante la campagna Goletta verde di Legambiente, sono stati raccolti, per la prima volta, rifiuti di plastica sia in mare sia sulle spiagge italiane. La caratterizzazione, anche chimica, di questi rifiuti (svolta in laboratorio presso l’ENEA) ha mostrato una situazione preoccupante ed in particolare per la quantità e la tipologia del materiale rinvenuto. Fra i tanti oggetti di plastica recuperati, il numero medio di “cotton fioc” è stato pari a 4.2/m2.  Considerando i nostri 3300 km di litorali sabbiosi, ricaveremmo oltre 100 milioni di bastoncelli pari a circa 270 tonnellate di plastica. In altre parole se oggi Superman decidesse di raccogliere tutti i bastoncelli “plasticosi” giacenti sulle nostre spiagge ne raccoglierebbe così tanti che, messi in fila, formerebbero un enorme ago in grado di raggiungere il centro del nostro pianeta. Una overdose di insipienza e arroganza del genere umano.

Un dato sorprendente, un fenomeno che fa arrabbiare perché quello dei cotton fioc rappresenta un inquinamento gratuito. Tutti sanno, o dovrebbero sapere, che non si gettano nel wc perché oltre ad intasare le tubature, attraversano la sezione di grigliatura degli impianti di trattamento dei reflui urbani e quindi, attraverso gli scarichi, ce li ritroviamo nelle acque dei nostri laghi, fiumi ed infine nel mare e sulle spiagge. I bastoncini di cotton fioc sono fatti prevalentemente di polipropilene, ricordate il Moplen? Ricordate il ritornello “.. è leggero, è resistente, è fatto di moplen”?  Ecco, il bastoncello è talmente resistente che non è biodegradabile, si degrada dopo innumerevoli anni soprattutto sotto l’effetto dei raggi UV del sole.  A questo punto diventa ancora più pericoloso perché degradandosi si frantuma diventando microplastica e poi nanoplastica, in grado, quindi, di entrare nelle catene trofiche fino a raggiungere il nostro stomaco.

Quello dei cotton fioc è un classico esempio di come non funziona la nostra macchina amministrativa. I bastoncini per la pulizia delle orecchie non biodegradabili sono stati prima banditi per legge, art. 19 della legge 93/2001, e poi riabilitati: il riordino della normativa ambientale, testo unico 152/06, non disponendone l’esplicito divieto, ne ha consentito la ricollocazione sul mercato. Il risultato è oggi evidente: sono ampiamente diffusi lungo le spiagge ed il fenomeno è riconducibile al mancato funzionamento dei depuratori.

BOICOTTAGGIO!

Torno dove ho trovato un nido di Fratino, tre uova esposte al sole, piccole, indifese, una speranza di sopravvivenza per una specie in forte declino. Cerco i segnali che identificano la posizione del nido, ma al posto della buchetta con le uova trovo una spianata: qualcuno ha pulito la spiaggia con una setacciatrice meccanica.

hp photosmart 72016maggio08 040Coccia di Morto pullo di Fratino II° nido 15 05 07-001Ecco fatto! L’ennesimo tentativo andato a vuoto, un passo in più verso il silenzio dell’estinzione. Dopo oltre venti anni di delusioni ancora riesco a manifestare gesti di stizza. Se le uova fossero state predate da una volpe, da un gabbiano o da una cornacchia sarei stato più sereno perchè il fatto rientrerebbe nella normalità. M’irrita, invece, costatare ogni volta che il fratino deve il suo declino al tributo offerto ai bagnanti infastiditi da un po’ di legnetti spiaggiati.

Ormai, sulle spiagge, ognuno fa ciò che vuole e per quanto riguarda il fratino, solo il monitoraggio continuo e paziente dei volontari permette la schiusa delle uova (esempio1)(esempio2). Ruspe, rifiuti di ogni genere, serre “plasticose”, casaletti, casotti costruiti a tempo di record e recinzioni posticce rappresentano sempre più il paesaggio dunale. Anche chi gestisce un chiosco e cento metri quadrati di arenile, si sente autorizzato a setacciare la sabbia con vagliatrici meccaniche: macchine entrate a far parte dell’attrezzatura necessaria a servizio dei gestori. Le profonde alterazioni arrecate dalla pulizia meccanica ledono un bene pubblico (la duna) alterandone oltre l’as

_DSC0291petto, la funzionalità. Ogni traccia di vita, animale o vegetale, viene eliminata con i rifiuti. Si tratta di una prassi che andrebbe disciplinata, limitandone l’applicazione a quei tratti di arenile che hanno perso ogni traccia di naturalità. A cosa serve studiare e capire l’importanza degli ecosistemi se poi chi dovrebbe garantirne l’integrità latita? Sarebbe auspicabile che le Regioni ampliassero i loro piani di gestione indicando anche le modalità con cui gestire tratti di spiaggia affidati a terzi.

Non si può cedere alle pressioni di chi vede la spiaggia solo come un luogo di svago e di gioco. Chi ha bisogno di una spiaggia liscia e setacciata dovrebbe frequentare le spiagge attrezzate delle più famose e frequentate località costiere e non lembi isolati di duna e macchia mediterranea.

Mappare le località dove sono impiegate setacciatrici meccaniche, con lo scopo di boicottarle, può essere una soluzione?

22 miliardi

22 miliardi sono i polli che, secondo alcuni ricercatori vivono sulla terra (New Scientist: Clucking hell: The nightmare world without chickens). Niente male, tre polli per abitante. Meglio della statistica di Trilussa. Se a causa di uno sciopero planetario smettessero di fare uova o, peggio, a causa di un’epidemia o di un suicidio di massa morissero tutte, il nostro sistema, economico e sociale, crollerebbe. In particolare verrebbe a mancare un terzo delle risorse proteiche da carne oltre ai più di mille miliardi di uova prodotte e consumate quotidianamente. È duro ammetterlo, ma la civiltà che abbiamo messo in piedi è fortemente dipendente da una singola specie: il pollo.

La carne di questo volatile è un elemento centrale della nostra dieta, se la sostituissimo con altro (manzo, agnello, suino, etc) avremmo un incremento spropositato di gas serra (3-400%) e di superficie dedicata al pascolo. È stato stimato che la sostituzione con carne di manzo porterebbe ad un aumento di pascoli pari a due volte la superficie della Cina.

Nei paesi più ricchi, soia e legumi potrebbero garantire l’apporto proteico diminuendo anche i gas serra emessi, ma nei paesi più poveri, dove il pollo viene comunemente allevato, rappresenta un cibo a basso costo  che garantisce il principale apporto proteico.

22 miliardi di polli che ogni giorno producono elevate quantità di rifiuti, feci povere di sostanze organiche e ricche di azoto, fosforo e, in misura minore, potassio. Feci che poco si prestano a reintegrare terreni poveri. Feci che contengono inevitabilmente residui dei farmaci che, visti gli spazi ridotti in cui sono allevati, vengono regolarmente somministrati ai polli (vedi Report di domenica 29 maggio).

Poiché accade raramente che siano gestite ed eliminate correttamente dagli allevatori, le deiezioni di questi animali, in genere smaltite per spandimento sul terreno, finiscono per inquinare suolo, vegetali, acque e, di conseguenza, possono contaminare alimenti di cui si ciba l’uomo.

Lo scorso febbraio, con il DM 25/2/16, finalmente il Ministero delle politiche agricole ha individuato i criteri per stabilire quando gli effluenti di allevamento, insieme a digestati e acque reflue, possano essere esclusi dalla disciplina dei rifiuti. In altre parole sono state stabilite le norme tecniche che disciplinano l’uso agronomico (o energetico) dei reflui provenienti da allevamenti più o meno intensivi.

Considerata la confusione che ha caratterizzato il passato, vedi il caso del siero di latte, il Decreto rappresenta un importante passo in avanti verso l’aggiornamento della normativa riguardante l’uso di reflui zootecnici.

Ovviamente il problema sollevato con le prime righe di questo post rimane: siamo consapevoli di dipendere dai polli? Le galline, ritenute poco intelligenti da Napoleon e Palla di Neve (Fattoria degli animali di Orwell) sono state comunque capaci di ribellarsi contro una richiesta eccessiva di uova. Volarono su un trespolo e fecero in modo di infrangere sul suolo le uova deposte: annegheremo tutti in una frittata universale?

NATI CON LA CAMICIA

Eccolo li, sulla sabbia, sembra ferito con quell’ala distesa, incapace di volare e, soprattutto, indifeso e rassegnato. Tu, semplice curioso, predatore e comunque un intruso, sei attratto quindi, qualsiasi cosa tu stessi facendo, cambi traiettoria dirigendoti verso il “poveretto”. Lui, spaventato prova a volare ma ahimè non si alza da terra, si allontana solo di qualche metro e tu, ancora più determinato, lo segui. Assisti ad altri miseri tentativi di spiccare il volo salvifico ma l’ala sembra proprio rotta! Più che saltellare, qualche metro più in la, il misero non può, continui a seguirlo. Quale migliore occasione per un predatore? Ma quando il triste destino sembra ormai compiersi lui, miracolato, si alza in volo lasciandoti perplesso ma soprattutto beffato e con il naso in aria.

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Ho appena descritto l’unica strategia difensiva adottata dal Fratino, Charadrius alexandrinus, per contrastare i sui predatori naturali. Una strategia geniale, ma inutile per ostacolare ruspe, trattori e maleducati di ogni genere. Purtroppo per riprodursi, il Fratino ha scelto un ambiente fra i più colpiti dalle trasformazioni e dall’incuria: depone le uova, senza alcuna protezione, sulla spiaggia, a pochi metri dall’acqua. Questo ne fa una specie vulnerabile e, come già più volte sottolineato (vedi qui e qui), sulla via dell’estinzione. Un evento a cui stiamo assistendo nell’assoluta indifferenza di istituzioni, operatori turistici ed amministrazioni locali. Se ancora oggi possiamo goderci le sue corse sulla battigia, fra qualche anno per vederlo saremo costretti a frequentare le due-tre grosse aree protette nazionali che ancora ospitano un certo numero d’individui. Eppure basterebbe poco! Ad esempio evitare la pulizia dell’arenile con i vagli almeno dove è confermata la presenza della specie, oppure sanzionare pesantemente gli sbancamenti primaverili eseguiti per fare spazio ai bagnanti. Ogni anno, a Marina di Ardea, in un comprensorio privato, i nidi sono distrutti dalle ruspe. Basterebbe il dialogo fra chi gestisce le attività turistiche e chi cerca di tutelare la specie. Basterebbe un po’ più di senso civico e di rispetto delle regole, anche non scritte. Basterebbe una maggiore consapevolezza dell’importanza e della bellezza di ogni forma d’espressione della vita, siano esse immobili piante, minuscoli insetti o cieli colorati dal volo dei fenicotteri rosa.

Nel Lazio ancora qualche coppia (una decina) nidifica in un delicato equilibrio, ma sono davvero troppe le minacce che ne determinano lo scarso successo riproduttivo. La femmina del Fratino comincia a deporre le sue prime uova a marzo e, se va tutto bene, esse si schiudono dopo circa 25 giorni. Una volta nati, la femmina lascia al maschio le cure parentali e, spesso, va a cercarsi un altro compagno per deporre una seconda covata. Insomma in condizioni normali il nostro piccolo eroe dovrebbe portare a involarsi sei piccoli ogni anno: le cose però non stanno così. La prima covata viene spesso distrutta a causa dei preparativi necessari all’apertura della stagione balneare e la seconda, a stagione avviata, ormai è quasi sparita dalla casistica.

Durante questa primavera, dopo anni di tentativi falliti, finalmente a Torre Flavia, un’area protetta a nord di Roma, una coppia è riuscita a far schiudere la sua prima covata. Non è stato per niente facile. L’evento è stato reso possibile solo grazie alla determinazione di decine di volontari, reclutati, fra scuole locali, università e associazionismo, dal vulcanico Corrado. Per 26 lunghi giorni il nido è stato presidiato allontanando mezzi meccanici, cavallerizzi, fotografi troppo invadenti e cani tenuti liberi.

Siamo ancora lontani dall’involo perché sono necessari altri giorni di ansia, però la schiusa rappresenta già un notevole risultato cui ha contribuito anche il maltempo che ha caratterizzato gli ultimi fine settimana. Insomma una sinergia fra eventi meteorici e volontariato ha permesso questo evento quasi miracoloso. È il caso di dire che questi tre nuovi nati hanno avuto un gran culo!

A questo punto è lecito chiedersi se la nostra Civiltà possa permettersi di lasciare, distrattamente, che una questione così importante, come la tutela di una specie, possa essere determinata dal caso.

MARINE DEBRIS

Il termine “Rifiuto marino” (marine debris) si riferisce a qualsiasi materiale durevole fabbricato o trasformato scartato, smaltito o abbandonato in ambiente marino e costiero.

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I detriti di origine antropica sparsi negli oceani oramai si possono avvistare ovunque, dai poli all’equatore, lungo le coste, alle foci dei fiumi, sulla superficie e sul fondo del mare. Mentre la tipologia e le quantità assolute variano, è risaputo che i materiali polimerici, volgarmente plastica, rappresentano i principali elementi costitutivi dei detriti, e non vi è alcun dubbio circa l’ubiquità di tali detriti su scala globale. Possiamo ormai affermare con certezza che nel pianeta non esistono più spiagge esenti da rifiuti di plastica.

Tali detriti possono essere dannosi e la loro pericolosità può manifestarsi in termini sociali (riduzione del valore estetico e quindi di attrattiva turistica e di sicurezza pubblica legata alla navigazione), economici (turismo, danni alle attrezzature per la pesca, costi di pulizia) ed ecologici (effetti, anche letali, su piante e animali attraverso danni fisici, facilitano l’invasione di specie aliene che alterano la struttura delle comunità).

Per la fauna selvatica e per la salute umana, rappresentano potenziali trasportatori di contaminanti organici e inorganici e infine possono costituire un pericolo per la navigazione. Oltre ad avere conseguenze per la biodiversità e potenziali effetti indiretti sui beni e servizi legati al turismo ed alla pesca, i rifiuti marini hanno impatti economici negativi diretti su molti paesi costieri e piccoli Stati con economie in transizione.

In un recente studio, condotto da ENEA, Università Roma 3 e Provincia di Roma utilizzando un campione raccolto su una spiaggia laziale, sono stati individuati 14 diversi tipi di materiali polimerici (perlopiù termoplastici) ed inoltre, nell’ambito del progetto “Spiagge responsabili”, nella riserva naturale di  Torre Flavia sono state raccolte, sul tratto antistante la Riserva, quantità rilevanti di materiali. Un problema grosso e spesso sottovalutato.

I materiali giacenti sulla spiaggia sono considerati “rifiuto urbano” e come tale dovrebbero essere gestiti. La raccolta di tali rifiuti però richiede molta attenzione poiché, ad esempio, la raccolta con mezzi meccanici crea non pochi problemi in termini di conservazione della biodiversità (Chradriidae sull’orlo dell’estinzione in quasi tutti i litorali italiani). E’ necessario considerare, pertanto, che il sistema costiero è costituito di un insieme complesso e come tale andrebbe gestito. Sono tante le professionalità che sarebbe necessario coinvolgere nella stesura di programmi di gestione delle spiagge: non è sufficiente andare con ramazza e bidone.

Per chi volesse approfondire:

Galgani, et al. 2010 Marine Strategy Framework Directive, Task Group 10 Report: Marine Litter. In JRC Scientific and Technical Reports (ed. N. Zampoukas). Ispra: European Commission Joint Research Centre.

L’ECONOMIA DEL MAIALE

maiali_foto di loris pietrelliMio nonno, buonanima, è vissuto in campagna e quando si uccideva il maiale nell’aia della casa, diceva: “il maiale viene utilizzato interamente: non si butta niente”. Si faceva una gran festa perché la sua carne contribuiva all’alimentazione della sua numerosa famiglia: non è un caso, infatti, che il suino sia uno degli animali più diffusi e utilizzati dall’uomo.

Dopo lo sviluppo sostenibile e la green economy arriva l’economia circolare, in tanti ne parlano, ne esaltano l’originalità e ne reclamano l’applicazione. Aumentare il riciclaggio e facilitare la transizione verso un modello che pone al centro la sostenibilità del sistema, in cui non ci sono residui e in cui le materie sono costantemente riutilizzate: nonostante quell’inezia del secondo principio della termodinamica.  Il maiale di mio nonno cresceva utilizzando tutti gli scarti alimentari e così il rifiuto diventava risorsa: applicava l’economia circolare?

QUESTO NON E’ UN PAESE ADATTO PER FARE IMPRESA

Qualcuno, forse W. Churchill, ha detto che i pessimisti vedono difficoltà in ogni opportunità, mentre gli ottimisti vedono opportunità in ogni difficoltà. Attualmente, l’unico vantaggio di una situazione economica e sociale senza eguali dal dopoguerra, forse è quello di riappropriarci di vecchie consuetudini, cadute in disuso sotto la spinta del “benessere”, oppure il beneficio di ridare il giusto valore alle cose che possediamo.

Nel nostro vecchio e caro continente la crescente pressione su materie prime ed energia pone, sfide inimmaginabili fino a pochi anni fa: cambiare e rivedere i sistemi produttivi, intercettare nuova domanda di beni e servizi ma, soprattutto, creare lavoro. Insomma, una nuova rivoluzione industriale per competere con i paesi emergenti, non con impianti e processi obsoleti bensì con l’innovazione tecnologica: è risaputo, infatti, che per competere devi collocarti sempre un gradino più in alto nella scala tecnologica. Un’industria più pulita, più efficiente e competitiva, un ambiente imprenditoriale e un’imprenditorialità favorevoli alle PMI (la base del sistema produttivo nazionale) soprattutto in termini di accesso ai finanziamenti e al mondo della ricerca. Migliorare, inoltre, il mercato facilitando l’accesso a internet ed ai servizi in genere, semplificando la burocrazia, etc.. Molti collocano l’inizio di questa crisi economica nell’anno 2007 e tante sarebbero dovute essere le tematiche da affrontare con urgenza per una politica integrata adatta all’era della globalizzazione e della sostenibilità.

Questa lunga introduzione per permettervi di immaginare con quale stato d’animo sono uscito dalla porta della terza agenzia di banca dopo l’ennesimo rifiuto ottenuto a seguito della richiesta di un fido di 5000 (cinquemila) euro per una società d’ingegneria appena costituita. Per non parlare, poi, dei venti giorni per avere, a Roma, una linea telefonica per accedere a internet, oppure della necessità-obbligo di dover ricorrere a un consulente del lavoro oltre che a un commercialista. Cosa dire, inoltre, dei fornitori che vogliono i soldi subito (non si fidano dei nuovi arrivati) e dei clienti che pretendono di pagarti a 120 giorni? Quando riesci ad essere operativo, poi, ti devi scontrare con i tempi biblici delle autorizzazioni a costruire ed esercire un impianto: quello che oggi è innovativo domani è già superato.

Questo è un paese dove è difficile iniziare nuove attività imprenditoriali, soprattutto se tecnologicamente qualificate, a meno di non impegnarsi la casa: aprire una pizzeria presenta meno rischi per il sistema bancario. Un paese che vuole uscire dalla crisi dovrebbe facilitare, e non ostacolare la creazione di nuove imprese innovative.

RAEE: il rifiuto non sempre è gratis

RAEE loris pietrelli-001Le fasi canoniche da svolgere per un corretto riciclo dei rifiuti elettronici (RAEE) sono: raccolta (differenziata), messa in sicurezza, trattamento e recupero seguito da riciclaggio e valorizzazione. Fin qui tutti d’accordo e motivati anche perché la normativa europea parla chiaro: prevenire la produzione di rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche e promuoverne il reimpiego, il riciclaggio ed il recupero. In Italia si produce circa  un milione di tonnellate/anno di RAEE, da dividere per categorie, ma siamo ancora lontani dai recuperi previsti. Nel 2014, ad esempio, il consorzio Ecodom ha raccolto in Italia 75.900 tonnellate di RAEE e di queste solo 500 (0.65%) di R4, la frazione più appetitosa in termini economici. In pratica, se una volta si pagava per smaltire RAEE, oggi si paga per comprare RAEE e, in particolare, le schede elettroniche nelle quali è contenuto quasi tutto il valore economico, derivante dai metalli preziosi. Tutti sono a conoscenza del valore economico delle schede e ogni persona che, per qualche motivo, si vede transitare per le mani un PC o un cellulare, è pronta a cannibalizzare le schede elettroniche. Oggi si possono comprare schede elettroniche o CPU addirittura divise per categorie, i costi? In base al contenuto di oro si va dalle 10-12.000 €/tonnellata per CPU, schede di cellulari o schede madri fino a 2-3.000 €/tonnellata per schede di piccoli elettrodomestici. In queste condizioni, pertanto, è necessario rivedere l’intera strategia di un eventuale recupero di metalli da RAEE e da schede elettroniche in particolare. Dietro il mito dell’oro facile, molti sono tentati di avviare un’attività di recupero immaginando di trovare facilmente grosse quantità di schede. Avendo sviluppato, presso l’ENEA e con l’aiuto di alcuni studenti, un processo per il recupero di metalli, mi capita di interloquire con imprenditori intenzionati a costruire un impianto dedicato al recupero di metalli di valore da RAEE. L’ultimo, pochi giorni fa e, come sempre, le domande ricorrenti riguardano il costo dell’impianto e la taglia minima per ottenere un rapido ammortamento. Sapendo che è difficile trovare, oggi, il materiale necessario ad alimentare un processo in continuo, sconsiglio vivamente l’investimento su un impianto di tipo chimico (lisciviazione con acido, separazione selettiva e raffinazione dei singoli metalli, trattamento reflui, etc). Ci abbiamo provato, i costi generati da smaltimento reflui, reagenti, abbattimento delle emissioni, etc., sono insostenibili, ma è soprattutto il costo delle schede a penalizzare il processo di recupero. Le schede elettroniche, inoltre, contengono sempre meno oro a causa del miglioramento continuo delle tecniche di deposizione del metallo. Negli ultimi anni, infatti, lo strato di metallo giallo depositato sui pin è sceso da 2-2.5 a 0.3-0.6 micron ed è ragionevole ipotizzare ulteriori riduzioni.

La caratterizzazione ha evidenziato che le schede, anche quelle prive di metalli preziosi, contengono circa 300 kg/tonnellata di rame e 70 kg/tonnellata di stagno, oltre a discrete quantità di piombo e nichel. Il trattamento deve quindi iniziare recuperando il metallo rosso e non quello giallo! È necessario ribaltare completamente l’approccio, ossia concentrarsi sul recupero, per via termica, del rame e successivamente, destinandovi i residui e non più l’intera quantità di materiale, al recupero del metallo prezioso con sistemi semplici e consolidati. In questo modo si risparmia notevolmente sul dimensionamento dell’impianto e quindi sui reagenti. Il bilancio economico ha dimostrato che è conveniente cominciare il processo con il recupero dell’oro solo trattando le CPU dove il contenuto del metallo è ancora elevato. Il fatto poi che sul mercato si possano trovare schede e CPU già suddivise per tipologia rende tutto più facile.

Il bel processo sviluppato in laboratorio rimarrà sulla carta, ed è stato già soppiantato da uno meno elegante ma sicuramente più sostenibile economicamente e, forse, anche a livello ambientale, perché l’idea di smaltire metri cubi di acido esausto non mi rendeva felice.

SERVE UN PIANO NAZIONALE DI GESTIONE DEI RIFIUTI

abbandono rifiutiLa corretta gestione dei rifiuti non può essere considerata una buona azione utile per esibire il proprio impegno a favore dell’ambiente. Questo è un impegno che, come ogni altra attività, va valutato in base al rapporto costi-benefici dove fra i costi è necessario considerare anche quelli ambientali e sociali associati alla produzione di rifiuti, siano essi di origine urbana o industriale. Fra i benefici possono essere annoverati la sensibilizzazione di noi consumatori e la crescente (si spera) responsabilizzazione di chi governa il territorio. Non è corretto, però, fare affidamento sulla singola volontà di cambiare il proprio stile di vita e sulla responsabilità della politica. Vi siete mai chiesti perché nell’ambito del “ciclo dei rifiuti” è stata avviata, anche grazie a fondi pubblici, solo la raccolta differenziata? Il politico, pur di non scegliere azioni impopolari, si è affidato ai comportamenti individuali scaricandone i costi sulla collettività e convogliando i guadagni sul privato che gestisce gli impianti di selezione!

La raccolta differenziata risolve solo una parte del problema perché per chiudere il ciclo dei rifiuti, è necessario recuperare sia materia che energia destinando la frazione non riciclabile alla discarica. E’ difficile, pertanto, sostenere l’approccio “rifiuti zero” e non a caso, quello che era considerato l’unico modello perseguibile, l’unico esempio virtuoso della strategia rifiuti zero, l’impianto di Vedelago, è fallito con un buco di bilancio milionario, almeno secondo la stampa. La paura del recupero energetico da rifiuti e la difficoltà di costruire impianti di trattamento, hanno bloccato qualsiasi piano di gestione realistico: nessun politico ha il coraggio di proporre qualcosa di sensato. Ci lasciamo influenzare, siamo talmente condizionati da smettere di ragionare. Un esempio? A lezione mi diverto a provocare gli studenti (chimica e chimica industriale) confessando che nel camino brucio polietilene e polipropilene, plastiche molto comuni fra i rifiuti solidi urbani. Al dissenso subentra lo stupore quando i ragazzi comprendono che, a meno di alcuni additivi specifici, si tratta di composti contenenti solo carbonio e idrogeno, come il metano. Forse dovremmo cominciare a fidarci della tecnologia anche perché le battaglie ambientaliste hanno consentito l’applicazione di normative molto restrittive. Liberiamoci da pregiudizi, cominciamo a programmare, dimensionare e localizzare correttamente gli interventi. Usiamo gli strumenti normativi per controllare il sistema produttivo e per monitorare l’ambiente. Investiamo in ricerca per trasformare il rifiuto in risorsa.