L’ECONOMIA DEL MAIALE

maiali_foto di loris pietrelliMio nonno, buonanima, è vissuto in campagna e quando si uccideva il maiale nell’aia della casa, diceva: “il maiale viene utilizzato interamente: non si butta niente”. Si faceva una gran festa perché la sua carne contribuiva all’alimentazione della sua numerosa famiglia: non è un caso, infatti, che il suino sia uno degli animali più diffusi e utilizzati dall’uomo.

Dopo lo sviluppo sostenibile e la green economy arriva l’economia circolare, in tanti ne parlano, ne esaltano l’originalità e ne reclamano l’applicazione. Aumentare il riciclaggio e facilitare la transizione verso un modello che pone al centro la sostenibilità del sistema, in cui non ci sono residui e in cui le materie sono costantemente riutilizzate: nonostante quell’inezia del secondo principio della termodinamica.  Il maiale di mio nonno cresceva utilizzando tutti gli scarti alimentari e così il rifiuto diventava risorsa: applicava l’economia circolare?

QUESTO NON E’ UN PAESE ADATTO PER FARE IMPRESA

Qualcuno, forse W. Churchill, ha detto che i pessimisti vedono difficoltà in ogni opportunità, mentre gli ottimisti vedono opportunità in ogni difficoltà. Attualmente, l’unico vantaggio di una situazione economica e sociale senza eguali dal dopoguerra, forse è quello di riappropriarci di vecchie consuetudini, cadute in disuso sotto la spinta del “benessere”, oppure il beneficio di ridare il giusto valore alle cose che possediamo.

Nel nostro vecchio e caro continente la crescente pressione su materie prime ed energia pone, sfide inimmaginabili fino a pochi anni fa: cambiare e rivedere i sistemi produttivi, intercettare nuova domanda di beni e servizi ma, soprattutto, creare lavoro. Insomma, una nuova rivoluzione industriale per competere con i paesi emergenti, non con impianti e processi obsoleti bensì con l’innovazione tecnologica: è risaputo, infatti, che per competere devi collocarti sempre un gradino più in alto nella scala tecnologica. Un’industria più pulita, più efficiente e competitiva, un ambiente imprenditoriale e un’imprenditorialità favorevoli alle PMI (la base del sistema produttivo nazionale) soprattutto in termini di accesso ai finanziamenti e al mondo della ricerca. Migliorare, inoltre, il mercato facilitando l’accesso a internet ed ai servizi in genere, semplificando la burocrazia, etc.. Molti collocano l’inizio di questa crisi economica nell’anno 2007 e tante sarebbero dovute essere le tematiche da affrontare con urgenza per una politica integrata adatta all’era della globalizzazione e della sostenibilità.

Questa lunga introduzione per permettervi di immaginare con quale stato d’animo sono uscito dalla porta della terza agenzia di banca dopo l’ennesimo rifiuto ottenuto a seguito della richiesta di un fido di 5000 (cinquemila) euro per una società d’ingegneria appena costituita. Per non parlare, poi, dei venti giorni per avere, a Roma, una linea telefonica per accedere a internet, oppure della necessità-obbligo di dover ricorrere a un consulente del lavoro oltre che a un commercialista. Cosa dire, inoltre, dei fornitori che vogliono i soldi subito (non si fidano dei nuovi arrivati) e dei clienti che pretendono di pagarti a 120 giorni? Quando riesci ad essere operativo, poi, ti devi scontrare con i tempi biblici delle autorizzazioni a costruire ed esercire un impianto: quello che oggi è innovativo domani è già superato.

Questo è un paese dove è difficile iniziare nuove attività imprenditoriali, soprattutto se tecnologicamente qualificate, a meno di non impegnarsi la casa: aprire una pizzeria presenta meno rischi per il sistema bancario. Un paese che vuole uscire dalla crisi dovrebbe facilitare, e non ostacolare la creazione di nuove imprese innovative.

RAEE: il rifiuto non sempre è gratis

RAEE loris pietrelli-001Le fasi canoniche da svolgere per un corretto riciclo dei rifiuti elettronici (RAEE) sono: raccolta (differenziata), messa in sicurezza, trattamento e recupero seguito da riciclaggio e valorizzazione. Fin qui tutti d’accordo e motivati anche perché la normativa europea parla chiaro: prevenire la produzione di rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche e promuoverne il reimpiego, il riciclaggio ed il recupero. In Italia si produce circa  un milione di tonnellate/anno di RAEE, da dividere per categorie, ma siamo ancora lontani dai recuperi previsti. Nel 2014, ad esempio, il consorzio Ecodom ha raccolto in Italia 75.900 tonnellate di RAEE e di queste solo 500 (0.65%) di R4, la frazione più appetitosa in termini economici. In pratica, se una volta si pagava per smaltire RAEE, oggi si paga per comprare RAEE e, in particolare, le schede elettroniche nelle quali è contenuto quasi tutto il valore economico, derivante dai metalli preziosi. Tutti sono a conoscenza del valore economico delle schede e ogni persona che, per qualche motivo, si vede transitare per le mani un PC o un cellulare, è pronta a cannibalizzare le schede elettroniche. Oggi si possono comprare schede elettroniche o CPU addirittura divise per categorie, i costi? In base al contenuto di oro si va dalle 10-12.000 €/tonnellata per CPU, schede di cellulari o schede madri fino a 2-3.000 €/tonnellata per schede di piccoli elettrodomestici. In queste condizioni, pertanto, è necessario rivedere l’intera strategia di un eventuale recupero di metalli da RAEE e da schede elettroniche in particolare. Dietro il mito dell’oro facile, molti sono tentati di avviare un’attività di recupero immaginando di trovare facilmente grosse quantità di schede. Avendo sviluppato, presso l’ENEA e con l’aiuto di alcuni studenti, un processo per il recupero di metalli, mi capita di interloquire con imprenditori intenzionati a costruire un impianto dedicato al recupero di metalli di valore da RAEE. L’ultimo, pochi giorni fa e, come sempre, le domande ricorrenti riguardano il costo dell’impianto e la taglia minima per ottenere un rapido ammortamento. Sapendo che è difficile trovare, oggi, il materiale necessario ad alimentare un processo in continuo, sconsiglio vivamente l’investimento su un impianto di tipo chimico (lisciviazione con acido, separazione selettiva e raffinazione dei singoli metalli, trattamento reflui, etc). Ci abbiamo provato, i costi generati da smaltimento reflui, reagenti, abbattimento delle emissioni, etc., sono insostenibili, ma è soprattutto il costo delle schede a penalizzare il processo di recupero. Le schede elettroniche, inoltre, contengono sempre meno oro a causa del miglioramento continuo delle tecniche di deposizione del metallo. Negli ultimi anni, infatti, lo strato di metallo giallo depositato sui pin è sceso da 2-2.5 a 0.3-0.6 micron ed è ragionevole ipotizzare ulteriori riduzioni.

La caratterizzazione ha evidenziato che le schede, anche quelle prive di metalli preziosi, contengono circa 300 kg/tonnellata di rame e 70 kg/tonnellata di stagno, oltre a discrete quantità di piombo e nichel. Il trattamento deve quindi iniziare recuperando il metallo rosso e non quello giallo! È necessario ribaltare completamente l’approccio, ossia concentrarsi sul recupero, per via termica, del rame e successivamente, destinandovi i residui e non più l’intera quantità di materiale, al recupero del metallo prezioso con sistemi semplici e consolidati. In questo modo si risparmia notevolmente sul dimensionamento dell’impianto e quindi sui reagenti. Il bilancio economico ha dimostrato che è conveniente cominciare il processo con il recupero dell’oro solo trattando le CPU dove il contenuto del metallo è ancora elevato. Il fatto poi che sul mercato si possano trovare schede e CPU già suddivise per tipologia rende tutto più facile.

Il bel processo sviluppato in laboratorio rimarrà sulla carta, ed è stato già soppiantato da uno meno elegante ma sicuramente più sostenibile economicamente e, forse, anche a livello ambientale, perché l’idea di smaltire metri cubi di acido esausto non mi rendeva felice.

SERVE UN PIANO NAZIONALE DI GESTIONE DEI RIFIUTI

abbandono rifiutiLa corretta gestione dei rifiuti non può essere considerata una buona azione utile per esibire il proprio impegno a favore dell’ambiente. Questo è un impegno che, come ogni altra attività, va valutato in base al rapporto costi-benefici dove fra i costi è necessario considerare anche quelli ambientali e sociali associati alla produzione di rifiuti, siano essi di origine urbana o industriale. Fra i benefici possono essere annoverati la sensibilizzazione di noi consumatori e la crescente (si spera) responsabilizzazione di chi governa il territorio. Non è corretto, però, fare affidamento sulla singola volontà di cambiare il proprio stile di vita e sulla responsabilità della politica. Vi siete mai chiesti perché nell’ambito del “ciclo dei rifiuti” è stata avviata, anche grazie a fondi pubblici, solo la raccolta differenziata? Il politico, pur di non scegliere azioni impopolari, si è affidato ai comportamenti individuali scaricandone i costi sulla collettività e convogliando i guadagni sul privato che gestisce gli impianti di selezione!

La raccolta differenziata risolve solo una parte del problema perché per chiudere il ciclo dei rifiuti, è necessario recuperare sia materia che energia destinando la frazione non riciclabile alla discarica. E’ difficile, pertanto, sostenere l’approccio “rifiuti zero” e non a caso, quello che era considerato l’unico modello perseguibile, l’unico esempio virtuoso della strategia rifiuti zero, l’impianto di Vedelago, è fallito con un buco di bilancio milionario, almeno secondo la stampa. La paura del recupero energetico da rifiuti e la difficoltà di costruire impianti di trattamento, hanno bloccato qualsiasi piano di gestione realistico: nessun politico ha il coraggio di proporre qualcosa di sensato. Ci lasciamo influenzare, siamo talmente condizionati da smettere di ragionare. Un esempio? A lezione mi diverto a provocare gli studenti (chimica e chimica industriale) confessando che nel camino brucio polietilene e polipropilene, plastiche molto comuni fra i rifiuti solidi urbani. Al dissenso subentra lo stupore quando i ragazzi comprendono che, a meno di alcuni additivi specifici, si tratta di composti contenenti solo carbonio e idrogeno, come il metano. Forse dovremmo cominciare a fidarci della tecnologia anche perché le battaglie ambientaliste hanno consentito l’applicazione di normative molto restrittive. Liberiamoci da pregiudizi, cominciamo a programmare, dimensionare e localizzare correttamente gli interventi. Usiamo gli strumenti normativi per controllare il sistema produttivo e per monitorare l’ambiente. Investiamo in ricerca per trasformare il rifiuto in risorsa.

AMORI BOTANICI: un viaggio emozionale con le piante nello spazio e nel tempo

foto loris pietrelli

Nonostante le piante siano parte della nostra vita quotidiana e dei luoghi dove viviamo, spesso vengono “ignorate” nelle loro complessità morfologica, strutturale e funzionale, ridotte troppo spesso ad una funzione estetica: espressione di colori e forme. Utili per approfondire le conoscenze del “regno vegetale”, gli Orti Botanici ed i Giardini storici possono essere considerati musei viventi ed intriganti laboratori multidisciplinari. Questi luoghi, poco frequentati purtroppo, rappresentano strumenti d’indiscusso valore per la promozione e la diffusione della cultura scientifica, ma sono anche luoghi privilegiati per conoscere la Flora d’Italia (circa 8.000 specie).

Amori Botanici, questo il titolo della mostra realizzata nell’ambito di Florintesa – progetto finanziato dal MIUR e coordinato da ENEA con il Forum Plinianum e la Società Botanica Italiana – che verrà presentata per la prima volta al pubblico in occasione del Convegno “Theatrum florae. Il ruolo di orti botanici e giardini storici per lo studio, la salvaguardia e la divulgazione di conoscenze sulla Flora d’Italia”. La mostra è articolata in varie sessioni: un percorso emozionale che accompagna il pubblico alla scoperta del mondo vegetale. La mostra, prevista per il 23 gennaio presso l’Accademia Nazionale dei Lincei, rappresenta il tentativo per affascinare, incuriosire, appassionare quanti sono ancora estranei al mondo vegetale e per suggerire una modalità diversa di osservare le piante. Da esse riceviamo prima di tutto l’ossigeno per vivere e poi tutto l’insieme dei beni e dei servizi ecosistemici. L’insieme appunto dei “Doni senza pretese” come sono stati definiti nella mostra. Un’intera sessione è dedicata alla flora d’Italia, il “nostro tesoro” che contiene 7293 specie, 600 generi e 178 famiglie. Questa ricchezza da sempre contribuisce alla bellezza dei paesaggi del nostro Paese determinando una straordinarietà di ambienti e di habitat e rappresenta una fonte d’ispirazione per artisti e poeti…nonché collegamento al territorio nel quale si è nati e cresciuti, in altre parole il nostro habitat.

UN CONSIGLIO PER UN GIOVANE E VALENTE AMICO

Tempo fa ho scritto qualcosa riguardo il polistirolo espanso (PSE) e la sua rara presenza nella lista delle plastiche destinate alla raccolta differenziata (link). Il motivo di quest’assenza risiede nella bassa densità del PSE (15-20 kg/m3) che ne rende insostenibile il trasporto. Esistono poche apparecchiature sviluppate per riciclare il PSE e quelle esistenti lo frantumano fino ad ottenere singole palline da ricompattare per trasformarle in nuove lastre utilizzabili come coibente nell’edilizia. Durante lo svolgimento di una tesi sperimentale, svolta in ENEA e interamente dedicata al problema del PSE, abbiamo provato a scioglierlo per ridurne il volume. Sono stati utilizzati vari solventi, fra cui alcuni di origine naturale, che hanno consentito di solubilizzare oltre 1kg di PSE per litro di solvente! La cosa si fa ancora più interessante se si considera il recupero ed il riciclaggio del solvente. Utilizzando questo processo, è possibile abbattere i costi di trasporto (1/30) e riciclare un polimero uguale, in termini di proprietà meccaniche e di pesi molecolari, a quello originario.

Ormai Francesco, lo studente che ha svolto la tesi sul PSE, si è laureato, anche brillantemente poiché ha preso la lode, e quindi a breve s’incamminerà verso un percorso professionale ricco d’incognite, soprattutto in questo interminabile periodo di crisi. Quanto sarebbe bello, oltre che giusto, se il lavoro svolto durante la sua tesi si trasformasse in un’attività imprenditoriale innovativa. Nel nostro paese sono utilizzati annualmente circa 8.5 milioni di metri cubi di PSE e solo una minima parte viene riciclata. In un Paese normale questa iniziativa dovrebbe essere la benvenuta e incoraggiare qualche imprenditore, ma non è così.

La ricerca, malgrado le difficoltà, prosegue con l’entusiasmo di questi tesisti convinti di fare qualcosa d’importante, di dare un contributo, anche piccolo ma originale, al progresso tecnologico di questo Paese. La realtà è un’altra e la certezza diventa illusione.

Che consiglio dareste ai tanti Francesco che ogni anno si laureano sviluppando buone idee progettuali?

VIVRESTI IN UNA CABINA TELEFONICA?

canale monterano, foto loris pietrelliSi stima che ogni giorno nel pianeta siano macellati circa un milione di bovini: in termini “umani” è come se una città grande come Torino sparisse ogni giorno. Non è facile dare un “peso” ambientale all’enorme quantità di esseri viventi che nasce, viene allevata ed infine uccisa per produrre cibo che, dopo un passaggio nei supermercati, finisce nei nostri piatti.

Un bovino adulto è lungo circa 2 metri e largo circa 80 cm pertanto avrebbe bisogno di almeno 1.6 m2 solo per stare in piedi nell’allevamento ed almeno 3.5 m2 per girarsi, senza alzare la coda e, soprattutto, spostandosi facendo piccoli passi laterali! In altre parole è come se una persona fosse costretta a vivere la sua esistenza in una cabina telefonica.

Secondo i regolamenti comunitari, per i bovini di oltre 2 anni e per le vacche da latte al pascolo, la superficie minima necessaria per garantire un’adeguata qualità di vita è pari a circa 0.5 ettari/animale. La FAO nel 2007 stimava che nel mondo venissero allevati circa 1.3 miliardi di bovini (7 milioni in Italia). Pertanto per allevare l’intero popolo bovino avremmo bisogno di almeno 9 milioni di km2, ovvero il 6% delle terre emerse (150 milioni di km2). Tanto per avere un’idea, l’Australia ha una superficie di circa 8 milioni di km2.

E tutti gli altri animali allevati? Sempre secondo la FAO e sempre nel 2007, fra volatili, conigli, pecore, cavalli, maiali, etc. sembra che fossero 24.3 miliardi gli animali allevati: che spazio concedere a questo sterminato esercito di esseri viventi?

Dal punto di vista energetico, questa enorme massa di animali consuma una quantità di cibo gigantesca: ad esempio oltre il 70% del territorio agricolo europeo è utilizzato per produrre alimenti destinati agli animali allevati. Il settimanale Newsweek ha calcolato che per produrre 5 kg di carne bovina occorre tanta acqua quanta ne consuma una famiglia media in un anno: 500.000 litri. Bovini e suini, inoltre, producono tre volte la quantità di rifiuto organico prodotto dall’uomo.

Esiste, pertanto, una seria preoccupazione nei riguardi dell’impatto dell’allevamento industriale sull’utilizzo delle terre coltivabili e, ovviamente, sulla effettive necessità alimentari della popolazione (umana). I problemi infatti sono molteplici (ambientali, etici, economici e di salute) e di non facile soluzione a meno che non si rivedano le nostre abitudini alimentari.

Riciclaggio della carta: fra 10 anni non ci saranno più quotidiani

L’ultima conferenza euroquotidianipea sul riciclaggio della carta ha messo in evidenza quanto sia cambiato il mondo della carta stampata negli ultimi decenni. Ad esempio, gli Stati Uniti fino al 2006, ogni anno, destinavano alla stampa dei quotidiani circa 7 milioni di tonnellate di carta, nel 2011 poco più di 3 milioni di tonnellate. Un mondo che sta lentamente scomparendo: fra pochi anni non verranno più stampati quotidiani. Si stima che le rotative si fermeranno nel 2017 negli USA, nel 2019 in UK, nel 2020 in Canada, nel 2022 in Australia, nel 2024 in Spagna, nel 2027 in Italia, nel 2029 in Francia, nel 2031 in Cina, nel 2040 nel Pianeta non verrà più stampato un quotidiano (rif. Futureexploration.net).

Nell’industria della carta, solo il tanto criticato settore del packaging presenta prospettive economiche ottimistiche malgrado la crisi economica che pervade ampie Regioni del Pianeta.

Alcuni problemi legati ai nuovi materiali riducono, attualmente, la possibilità di riciclo della carta: nuove tecnologie di stampa e nuovi inchiostri, aumento di materiali estranei accoppiati alla carta, la “stickermania” che introduce fastidiosi collanti nel flusso di carta da riciclare ed infine la difficoltà di separazione fra carte di colore differente (sembra che la separazione bianco/marrone sia particolarmente difficoltosa).

Il riciclaggio della carta nel mondo è aumentato costantemente dagli anni 90 (35%) al 2011 (60%) ma, secondo gli esperti questo trend non può andare oltre perché il mercato è saturo. Esiste inoltre lo stretto rapporto fra il mercato della carta riciclata e la sua scarsa qualità associata, peraltro, agli alti costi di trattamento finalizzato al recupero. Certamente il miglioramento dei sistemi di separazione delle singole componenti di rifiuti ha contribuito a migliorare la qualità del prodotto riciclato, anche se, come è stato sottolineato, rimane il basso grado di innovazione tecnologica che caratterizza il settore del riciclaggio della carta.

Fra le previsioni di estinzione del quotidiano cartaceo nei vari paesi del Pianeta, spicca un dato, secondo me rilevante: nei paesi che vantano una tradizione storica e culturale più antica (Francia, Italia, Grecia, Giappone, Austria, Germania e Cina) e che non sono certamente meno avanzati tecnologicamente, è prevista una maggiore resistenza ad abbandonare questo importante oggetto della comunicazione. Unica eccezione l’Inghilterra, logicamente più affine agli USA. Motivo? Maggiore dimestichezza con le nuove tecnologie da parte dei paesi “nuovi” emergenti? Maggiore pragmatismo dei paesi in lingua inglese? Sarebbe interessante capirne i motivi: si accettano commenti in proposito.

….e gli studenti presero tastiera e mouse per fare proposte.

Non è vero che i ventenni di oggi sono senza interessi, dediti al consumo infruttuoso del loro tempo. Non è vero che non hanno obiettivi ed aspettative: li hanno, eccome! Probabilmente siamo noi “anziani” che glieli abbiamo sottratti imponendo valori che hanno a che fare con il rigonfiamento del portafoglio. In questo modello di società purtroppo siamo quello che guadagniamo e spesso non importa nemmeno come. Ricordate il film di Monicelli, il Marchese del grillo? Io so io e voi non siete un ca…..

Questa introduzione, un po’ amara,  per raccontare come gli studenti, se stimolati, sanno reagire con le loro idee e, soprattutto, con il loro entusiasmo giovanile. Ecco, quindi, che a fronte di una richiesta specifica, estesa a tutti i cittadini europei, di contribuire alla stesura di un libro verde sulla plastica, gli studenti del corso sull’Uso e la sostenibilità dei materiali polimerici (corso di laurea in Chimica Industriale dell’Università degli studi di Roma La Sapienza), reagiscono come possono fare solo ragazzi con delle prospettive di crescita. Ecco la reazione: hanno preso carta e penna o meglio, tastiera e mouse, per lavorare alla stesura di un documento che riassuma idee e suggerimenti per rivedere le politiche europee di gestione dei rifiuti originati dall’uso dei materiali polimerici.  Un contributo da parte di chi si sente coinvolto sia come cittadino sia come studente che sta imparando qualcosa sulla chimica industriale ed il suo ruolo nella società. Sicuramente un piccolo contributo, un contributo, però, importante perché viene da occhi senza i filtri, spesso ingombranti, dei portatori di interesse. Occhi che guardano alla sostanza e non alla forma che spesso la convenzione ci impone.

Fra i tanti suggerimenti che stanno emergendo dal confronto in aula, la cosa che più mi ha colpito è stata l’intransigenza nei confronti di comportamenti/atteggiamenti che contrastano con il vivere in una comunità. Niente giustificazioni, niente se e niente ma. Basta con l’italico tengo famiglia!

Che dire, ben venga una generazione di italo-europei consapevoli del proprio valore. In fin dei conti il rispetto delle regole va a vantaggio soprattutto di chi deve far conto solo sulle proprie capacità, sulla professionalità acquisita con dedizione e sacrificio.

La sostenibilità della plastica: finalmente ci si pone il problema


E’ curioso come a volte gli avvenimenti si associno, quasi a voler convalidare l’opportunità di intraprendere un percorso anzichè un altro. Nei giorni in cui ho avviato il mio corso sull’Uso e sostenibilità dei materiali polimerici per gli studenti di Chimica Industriale dell’Università La Sapienza di Roma, l’Unione Europea comincia a pensare seriamente a come avviare una strategia europea per i rifiuti di plastica nell’ambiente. In particolare l’UE sta pensando ad un libro verde sull’argomento plastiche.

Ma di cosa stiamo parlando? Stiamo parlando di una produzione globale pari a 250 milioni di tonnellate nel 2011 di cui oltre 60 solo in Europa, stiamo parlando di oltre 25 milioni di tonnellate di materiali polimerici trovati nei rifiuti prodotti in Europa, stiamo parlando, infine, di circa 60.000 imprese europee con un fatturato che supera i 300 Mld di euro.

Lo sviluppo dei materiali polimerici ha mutato in maniera sensibile il mondo dei materiali di uso quotidiano. Ormai ci vestiamo con polimeri, mangiamo polisaccaridi, montiamo protesi di polietilene, usiamo farmaci incapsulati in materiali polimerici che garantiscono il lento rilascio del principio attivo. Tutto ciò che tocchiamo ha, in qualche modo, a che fare con il mondo delle plastiche. I polimeri hanno avuto e continuano ad avere anche una funzione sociale visto che rendono accessibili, a buon mercato, oggetti che una volta erano a disposizione solo dei ceti sociali più abbienti. Materiali tradizionali come lana, seta, alcuni metalli e legno sono stati rimpiazzati senza rimpiangerli, anzi, in alcuni casi si ottengono prestazioni migliori. La sostituzione di alcuni materiali con i polimeri ha anche avuto, quindi, la funzione di salvaguardare alcune risorse naturali. Lo sviluppo ed il successo dei materiali polimerici è dovuto soprattutto al fatto che la materia prima è di origine petrolchimica. Il petrolio è sempre stato relativamente abbondante ed a buon mercato, inoltre, l’industria delle plastiche non compete, in termini quantitativi, con l’industria energetica perché solo una minima frazione del petrolio estratto (4%) entra nel ciclo produttivo dei polimeri.

I polimeri possono essere ottenuti con processi semplici che garantiscono, oltretutto, una elevata variabilità di sostanze e la produzione di materiali dalle caratteristiche estremamente riproducibili, requisito fondamentale per alcuni settori tecnologicamente avanzati.

Le materie plastiche hanno invaso il mondo e, vista l’estensione dell’inquinamento, potremmo dire che il genere umano ha perso il controllo. Troviamo materiali polimerici ovunque, li usiamo con enormi vantaggi e spesso senza saperlo. Le proprietà meccaniche di molti polimeri ad alto peso molecolare, legata alla economicità degli oggetti che ne derivano ha consentito che il pianeta fosse invaso dalla plastica (vedi ad esempio il Pacific Trash Vortex). Soprattutto l’economicità ha ampliato a dismisura il mercato per cui è possibile, ad esempio, trovare sacchetti nei giardini pubblici di città grandi e piccole, come in piena foresta amazzonica. Bisogna poi aggiungere lo scarso senso civico delle popolazioni maggiormente industrializzate e l’inconsapevolezza di chi vive nei posti più isolati del terzo mondo. Questa dispersione rappresenta un problema di cui tutti ci lamentiamo ma che, allo stesso tempo, contribuiamo ad alimentare.