Il clima che cambia già produce sciagure, mentre la politica piange lacrime di coccodrillo

Ancora una volta le trattative sui cambiamenti climatici, svoltesi nei giorni scorsi a Varsavia sotto l’egida delle Nazioni Unite, si sono chiuse senza nessun accordo decisivo, ma solo con timidissimi avanzamenti formali su alcuni aspetti specifici. È ormai evidente l’incapacità della politica di affrontare seriamente una situazione sempre più grave e urgente, soprattutto ora che gli ultimi rapporti dell’IPCC, l’organismo scientifico appositamente creato, hanno sciolto ogni ragionevole dubbio sulle cause umane del fenomeno, e che la Banca Mondiale nei suoi ultimi due rapporti, ha rimarcato la gravità delle conseguenze, ben maggiori della stessa crisi economica, verso cui la inazione ci sta spingendo. La discussione si è impantanata su un elementare principio di giustizia che ha l’unico torto di essere senza precedenti e quindi non codificato dal diritto internazionale: il sostegno economico richiesto dai paesi poveri per la mitigazione delle conseguenze future e l’adattamento a quei cambiamenti ormai inevitabili.

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Filippine

Al di là dei tecnicismi che contraddistinguono queste trattative, divenute ormai incomprensibili per il mondo esterno e di conseguenza sostanzialmente ignorate dai comuni mortali, possiamo sintetizzare la situazione come segue. Immaginate un pranzo fra colleghi in cui i più ricchi, certi di poter pagare il conto, mangiano a crepapelle, e i più poveri, sapendo di non poter far fronte a spese elevate, si limitano a all’antipasto. Ma alla fine del pranzo i ricchi pretendono di dividere il conto in parti uguali con i più poveri. Questo è esattamente ciò che è avvenuto negli ultimi cento anni di sviluppo economico. I paesi ricchi hanno goduto di un uso smodato di energie fossili, carbone, petrolio e metano, per poter alimentare un regime di consumi e di sprechi crescente, causando gli squilibri del clima che già oggi colpiscono il pianeta intero e non solo i loro paesi. Attraverso questa scelta essi oggi hanno raggiunto un livello di disponibilità finanziaria e tecnologica di gran lunga superiore a quella del resto del mondo e quindi sono in grado, o si illudono di esserlo, di fronteggiare i cambiamenti climatici senza eccessivi problemi. Ma i paesi poveri, che ne subiscono analoghe conseguenze senza esserne stati la causa, non sono assolutamente in grado di farvi fronte, ma ne sono costretti per la loro sopravvivenza. I cosiddetti paesi emergenti, Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, dal canto loro non intendono, proprio ora che iniziano ad affacciarsi nel club dei ricchi, accettare dei limiti dettati da chi già ha abbondantemente goduto fino ad oggi. La politica, agendo in orizzonti temporali di pochi anni, non accetterà mai di imporre oggi ai propri cittadini dei costi per prevenire danni che avverranno in futuro.

Sorprende che le associazioni ambientaliste mondiali ancora sperano che da questo genere di trattative possa scaturire qualcosa di utile per salvare il pianeta. L’unica speranza sulla quale dovrebbero lavorare, è un movimento di popolo dal basso, di tutti quelli che già si vedono minacciati dal disastro climatico, perché impongano, col voto e con ogni altro mezzo democratico, ai politici di mettere in cima all’agenda l’abbandono del mito della crescita illimitata dei consumi. Solo loro, in quanto preoccupati degli orizzonti della vita propria e dei loro figli, possono, se opportunamente informati, imporre a sé stessi il necessario cambiamento negli stili di vita e nei consumi, e alla politica una seria assunzione di responsabilità.

La assenza della politica dalle grandi sfide globali che minacciano l’umanità, dalla devastazione che associata alla povertà ha causato migliaia di vittime nelle Filippine, al disastro della Sardegna, rende il quadro italiano ancor più sconfortante di quello internazionale. A destra la parola ecologia è appannaggio di poche menti silenziose e nei programmi è addirittura un tabù, una fissazione ideologica degli ambientalisti. Al centro neanche si pongono il problema. A sinistra alcuni se lo pongono ma poi si guardano bene dal calarlo in politiche concrete quando assumono ruoli di governo. Il primo ministro corre a consolare i sardi vittime di un tragico incrocio, che sarà sempre più frequente, fra cambiamenti climatici e una gestione sciagurata del territorio che ha coinvolto tutte le amministrazioni di ogni colore che hanno governato l’isola negli ultimi decenni.

Alluvione in Sardegna

Alluvione in Sardegna

Il nostro primo ministro ha un solo obiettivo: il rilancio dei consumi, senza aggettivi e senza qualità, quelli utili con quelli superflui, quelli essenziali con quelli dannosi, portando il paese verso una crescita anti-economica, come oramai è riconosciuto da grandi nomi internazionali dell’economia, come Herman Daly, Nicholas Stern, Stiglitz e dalla stessa Banca Mondiale. Chi poi si è presentato come il nuovo “a cinque stelle”, la grande forza moralizzatrice, non ha ancora mostrato nessuna azione concreta sulle questioni energetiche e climatiche, impegnati come sono a mostrare la loro presunta diversità sui cavilli dei regolamenti parlamentari e su tante altre questioni tutte interne al mondo politico, dimostrando di essere tanto, tanto uguali agli altri nella sostanza.

Alcune storiche associazioni ambientaliste addirittura si coalizzano contro energie rinnovabili come eolico e fotovoltaico, fondamentali per un futuro sostenibile, come fanno gli Amici della Terra e Italia Nostra, generalizzando ottusamente su casi di sprechi e speculazioni e tradendo il loro mondato di difesa dell’ambiente e del paesaggio, non solo di oggi ma anche di domani.

Questo è il quadro sconcertante che ci è dinanzi e contro il quale chiunque ha a cuore il futuro dell’umanità deve necessariamente e decisamente ribellarsi.

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