Il vecchio e il bambino: oltre il catastrofismo demografico

vecchio e bambinoNon è la prima volta che il mondo politico va in confusione parlando di demografia, compiendo una serie di semplificazioni improprie sia sul piano tecnico che sul piano etico. Abbiamo sentito il Ministro Lorenzin usare termini catastrofisti come: “apocalisse”, “saremo finiti dal punto di vista economico”, e “se leghiamo tutto questo all’aumento degli anziani e delle malattie croniche, abbiamo il quadro di un paese moribondo”. Forse perché la mia età ormai mi avvicina alla soglia dell’anzianità, trovo particolarmente offensivo considerare l’età anziana semplicemente come attesa della morte.
Premetto che è fatto sacrosanto e da me ampiamente condiviso, sostenere la famiglia come nucleo fondante della società presente e futura, garantendo la possibilità di soddisfare il desiderio di mettere al mondo dei figli. Detto ciò, in un mondo in cui secondo un recente rapporto dell’OXFAM la metà della popolazione mondiale si spartisce un reddito pari a quello delle 80 persone più ricche, prima di lanciare allarmi sulla denatalità, dovremmo preoccuparci della sopravvivenza dei 90 milioni di bambini sotto i 5 anni che, secondo le Nazioni Unite (UNDP), sono gravemente sotto-nutriti.
Nel mondo di oggi per parlare seriamente di demografia lo si deve fare su scala globale. La vera “apocalisse” demografica mondiale è continuare sul trend di crescita della popolazione, restando in un modello economico che concentra ricchezza anziché distribuirla, ed in un modello tecnologico che già oggi comporta l’utilizzo distruttivo di una quantità di risorse naturali superiore del 35% a quelle che il pianeta riesce a rigenerare. Se a questo aggiungiamo che stiamo correndo verso cambiamenti climatici che creeranno, già nella seconda metà di questo secolo, per quasi la metà della popolazione mondiale, carenza di acqua e di cibo, è evidente che la popolazione comincerà a declinare tragicamente a partire dai più poveri. L’ossessione ideologica per questa insensata crescita dei consumi che produce benessere per una fascia sempre più ristretta di persone, estesa al campo demografico, fa pensare ad un pianeta popolato entro questo secolo da più di 10 miliardi di persone, che non crescerà oltre perché le morti per fame saranno superiori alle nascite. Questo dicono i dati demografici e le analisi scientifiche. E’ questo il mondo che vogliamo?
La naturale oscillazione demografica, che porta alternativamente ad una prevalenza di giovani seguita da fasi di una prevalenza di anziani, fa parte della storia dell’umanità, e per altri versi di ogni altra specie vivente sul nostro pianeta. Se gli anziani oggi sono considerati un peso o una sciagura al punto di parlare di un “paese moribondo”, questo è dovuto ad un sistema che valuta l’uomo solo in funzione di ciò che produce e di ciò che consuma, ed esclude i valori non mercantili, di cui gli anziani, con la loro esperienza di vita e disponibilità di tempo per riflettere ed intessere relazioni, dovrebbero e potrebbero essere i portatori privilegiati. Una diversa organizzazione dell’economia e dei servizi, in primis quelli socio-sanitari, possono costruire un sistema economico che per qualche decennio sappia sostenere una popolazione più anziana come opportunità di arricchimento etico e morale per la successiva fase demografica di ripresa delle nascite, quando spontaneamente si verificherà; fosse fra 50 o 100 anni non importa. Senza la saggezza e la riflessione che una fase demografica di invecchiamento può portare, i bambini rischiano di essere non promesse di un futuro migliore, ma vittime innocenti di un futuro disastroso.

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