La fabbrica di sogni infranti

on-the-truman-showE’ passata l’epoca in cui, fra monarchie assolute, dittature e soprusi coloniali, il grande sogno era la democrazia. Nell’accezione liberista essa trovava la sua massima espressione nella libertà di mercato garantita dalle regole del commercio e dai centri di controllo e regolazione finanziaria, che avrebbe garantito a tutti, sebbene in diversa misura, opportunità di successo; che anzi trovava nelle disuguaglianze e nella spinta a migliorare la propria posizione sociale il motore di sviluppo e progresso
Nella accezione socialista, la democrazia si configurava invece nel potere al popolo, o diretto, senza cioè la mediazione di organi rappresentativi, cioè la versione anarchica, o attraverso un sistema complesso di rappresentanza (burocrazia) che avrebbe trasmesso fino ai livelli decisionali le istanze del popolo, la versione socialista o comunista.
Perdonatemi per la banalità della sintesi, volta a dire che la democrazia, nelle sue diverse concezioni, era per tutti il sogno da realizzare. Attraverso la lenta affermazione ottocentesca della democratizzazione dei regimi, le due concezioni di democrazia divennero due sogni distinti e contrapposti, soprattutto dopo la seconda guerra mondiale che aveva visto la vittoria degli stati democratici sulle dittature nazi-fasciste e sulle residue monarchie assolute e imperiali.
Guardando alla situazione politica attuale, nel mondo ed in Italia, viene da chiedersi se c’è ancora spazio per sognare. In Italia i partiti attuali hanno ereditato il meccanismo dei sogni come strumento per la costruzione del consenso, arricchito e potenziato enormemente dagli strumenti tecnologici e psicologici sempre più raffinati messi a punto dal sistema consumista per seminare il desiderio di qualsiasi cosa, anche di quella più assurda o nociva, facendola percepire come elemento essenziale di felicità o di inclusione sociale.
Ma come il consumismo costruisce desideri effimeri, che presto si attenuano, perdono di fascino, fino a svanire per essere sostituiti da nuovi, altrettanto fa la politica. Escluse le ideologie, che costituiscono una limitazione del campo di azione (“destra e sinistra non esistono più”, “tanto sono tutti uguali”, ecc.), diventa facile costruire il consenso sui sondaggi del giorno, concepiti come ricerca di mercato: un consenso “usa e getta”.
Nelle difficoltà di un sistema economico che si regge ormai solo su parametri finanziari oggi lamentiamo una crisi di crescita economica mentre invece il PIL mondiale è 70 volte più alto di quello che era negli anni ’60. Il sistema economico, svincolato dalla realtà planetaria che vede all’orizzonte ormai prossimo, cambiamenti climatici devastanti, perdita di biodiversità ad una velocità che fa prospettare una estinzione di massa come quella che 66 milioni di anni fa portò alla scomparsa di oltre il 75% delle specie viventi, 200 milioni di persone nei prossimi 30 anni fuggiranno da aree divenute inabitabili. Il sistema ormai ottiene i suoi modesti successi contabili solo aumentando le disuguaglianze e l’esclusione sociale, in un mondo dove la metà della popolazione vive con meno di 2,5 dollari al giorno, ed in Italia l’ 1% più ricco detiene il 25% della ricchezza che è pari a 415 volte quella detenuta dal 20% più povero.
In questa realtà piena di insicurezze per tanti, finché si è all’opposizione è facile seminare paure, scatenare guerre fra poveri, o promettere benessere e prosperità attraverso soluzioni semplicistiche del tipo “rimbocchiamoci le maniche e rimettiamo a posto le cose”. Questa ultima campagna elettorale ci ha mostrato come i politici italiani sono abili a creare sogni facili sul nulla e su di essi costruirsi il consenso. Ma è un consenso evanescente, che comincia ad affievolirsi appena il sogno si scontra e si infrange sulla realtà.
La politica deve tornare ad essere l’arte di costruire utopie concrete, scenari futuri da realizzare per un mondo migliore, soluzioni possibili e strade nuove da percorrere una volta entrati al governo. La propaganda politica fatta di promesse confuse e slegate dalla realtà, crea un consenso effimero che lascia presto il posto all’amarezza e alla rabbia della disillusione. Il rischio da evitare è che anche il sogno di democrazia dei nostri nonni perda di fascino e lasci il campo libero alla vittoria dell’economia virtuale materializzando i peggiori incubi che la scienza ha previsto.

6 commenti per “La fabbrica di sogni infranti

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