L’illusione della crescita che danneggia il benessere

cultura dello scartoL’attuale crisi economica è il frutto di uno degli aspetti più irrealistici dell’attuale modello di sviluppo. Se il prodotto lordo (PIL) non cresce con sempre maggior velocità il sistema finanziario e il sistema produttivo vanno in affanno con tutta una serie di conseguenze a cascata di carattere politico e sociale. Ebbene nel 2009 il PIL mondiale ha vissuto una decrescita; negli anni successivi ha ripreso a crescere ma ad una velocità decisamente inferiore a quella degli anni precedenti, per poi avere di nuovo un calo nel 2015. E’ stato quindi solo un rallentamento della crescita del PIL a mettere in crisi l’intero sistema, dimostrando la sua inaffidabile fragilità in un pianeta che ormai mostra chiaramente di non riuscire a sostenere una crescita continua e veloce dei consumi senza subirne conseguenze gravi che mettono a rischio la qualità della vita e il benessere. Questa crisi dimostra anche la totale inadeguatezza del PIL come indicatore di progresso; infatti noi ci riteniamo in una profonda crisi di crescita economica mentre il PIL nel 2015 (73,434 trilioni di US $ PPP) è stato di circa 54 volte maggiore di quello del 1960 (1,365 trilioni di $), anno considerato di boom economico.
L’economista di fama internazionale Herman Daly, già economista della Banca Mondiale e sostenitore della “economia stazionaria”, ha ideato l’Indice di Progresso Reale (Genuine Progress Index), sottraendo al PIL la parte relativa a tutte quelle attività riguardanti la riparazione dei danni e la soluzione dei problemi creati dalle attività umane (smaltimento rifiuti, disinquinamento, cura di patologie causate dall’inquinamento, depurazione delle acque e dell’aria, ecc.). Il risultato è stato che negli USA e nelle principali economie avanzate, a partire dalla metà degli anni ’70 l’Indice di Progresso Reale, che rappresenta la “economia del benessere”, è rimasto stazionario, mentre il PIL complessivo è continuato a crescere grazie a quella che potremmo quindi chiamare “economia del danno”. Se lo scopo del processo economico è la creazione di benessere, ciò ci porta a dire che dalla metà degli anni ’70 la crescita del PIL è divenuta anti-economica.
A un simile paradosso si è arrivati attraverso un sistema economico lineare, che trasforma energia e materia concentrata, disponibile in quantità limitate, in scarti dispersi nel suolo, nell’acqua e nell’aria. L’uomo si trova dunque di fronte a un punto di svolta: proseguire lungo l’attuale via orientata ad una impossibile crescita illimitata o prendere la nuova strada del progresso sostenibile. La risposta ce la dà la valutazione del cosiddetto “overshoot day”. E’ stato calcolato che l’8 agosto di quest’anno, l’umanità aveva già utilizzato tutte le risorse che la biosfera riesce a riprodurre in un intero anno; ciò significa che fino alla fine dell’anno l’economia si alimenterà di quel capitale naturale accumulato nei 4 miliardi di esistenza del nostro pianeta Terra. Stiamo accumulando un debito ecologico che ha sempre più la forma di un debito verso i poveri, cioè verso quei paesi poveri da cui preleviamo gran parte delle risorse che alimentano la nostra economia, lasciando in quei paesi devastazione ambientale e inquinamento. Proseguendo su questa strada lasceremo inoltre alle generazioni future un paese più povero di risorse e di capacità di auto-rigenerazione.
L’ossessiva attenzione verso il PIL, un parametro che non rappresenta ormai più il benessere delle persone ma solo quello della speculazione finanziaria, porta i governi a mettere in campo ogni strumento per far ripartire i consumi. Non importa cosa consumiamo; pane, armi o pokemon, tutto diviene uguale e si somma nel PIL. Ciò dà un po’ di respiro oggi, al costo di un aggravamento della crisi domani. Bisognerebbe convincersi che il PIL può crescere anche grazie a settori esterni al consumo: la cura del territorio, la messa in sicurezza da catastrofi idrogeologiche e sismiche, la realizzazione di opere e infrastrutture per la protezione delle persone e dell’economia dai gravi cambiamenti climatici, quali alluvioni al nord e siccità prolungate al sud, che interesseranno pesantemente il nostro paese entro il 2050. Tutto ciò può produrre benessere, presente e futuro, facendo perfino crescere il PIL.

3 commenti per “L’illusione della crescita che danneggia il benessere

  1. Un governo veramente consapevole delle sfide più importanti (quelle ambientali e non quelle finanziarie) dovrebbe smettere di rincorrere affannosamente qualche decimo di percentuale di Pil ma presentare un progetto politico di vero sviluppo: investire nel benessere futuro, nella cultura, nell’innovazione e nella sicurezza dell’ambiente e del territorio. Un progetto credibile, in grado di attrarre la partecipazione attiva di tutti gli “attori” in gioco, cittadini, imprenditori e istituzioni. L’Italia, ricca (ma fino a quando?) del suo capitale naturale e culturale unico al mondo e delle sue diffuse potenzialità creative e innovative, potrebbe essere il candidato ideale per intraprendere e guidare un tale percorso di cambiamento. Potrebbe per prima raccogliere la sfida di introdurre su larga scala le tecnologie e i processi produttivi, già disponibili, che renderebbero non solo possibile la sostenibilità ma anche più semplice garantire maggiore equità e benessere. NE AVREMO IL CORAGGIO ?

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