Oltre il cieco integralismo della crescita

Quando si parla di decrescita e crescita, i sostenitori della prima appaiono come nostalgici di un mondo che non esiste più, i secondi come persone realiste che ben sanno come funziona il mondo.  Le posizioni, per quanto la scienza oggi è in grado di dirci, sono esattamente invertite: la crescita si fonda su un mondo che non esiste più, il mondo poco popolato e con risorse praticamente infinite, la decrescita appare una risposta debole e piena di incognite, ma certamente più realista. In realtà c’è un pericolo che si annida su entrambi i fronti: nessuno vuol fare veramente i conti con la drammatica realtà di trovarsi di fronte ad un bivio in cui una sola delle due strade può garantire il benessere dell’umanità futura.

I maggiori ecologi mondiali concordano sul fatto che l’attuale paradigma economico fondato sulla crescita della popolazione e dei consumi di risorse ha iniziato a confliggere con i vincoli, i confini ed i limiti della biosfera, portando l’umanità verso scenari apocalittici come una imminente sesta estinzione di massa, dopo l’ultima che 65 milioni di anni fa ha visto scomparire i dinosauri;[1] questa sarebbe la prima estinzione causata, non da un evento geofisico o astronomico, ma dall’incauta attività di una singola specie: quella umana. Questo quadro converge con le previsioni relative ai catastrofici cambiamenti climatici causati dall’uso dei combustibili fossili, fatte dalla comunità scientifica internazionale e raccolte ed organizzate dall’ IPCC, organismo appositamente costituito delle Nazioni Unite.

Gli studiosi di macroeconomia raccolti dal prestigioso “Club of Rome” ci dicono che l’attuale crescita dei consumi porterà l’umanità entro la fine di questo secolo ad arretrare ad una situazione simile a quella in cui si trovava all’inizio del ‘900, ma giungendovi attraverso crisi ecologiche, crisi alimentari e scarsità di materie prime[2].

Di fronte a queste drammatiche previsioni si fronteggiano oggi due tipi di risposte:

  1. Il sistema economico attuale, che ci ha portato in un solo secolo ad una imponente crescita del benessere e ad uno sviluppo delle conoscenze scientifiche e delle tecnologie, senza precedenti, saprà trovare strada facendo le soluzioni ai problemi previsti dagli scienziati.
  2. E’ sufficiente interrompere la corsa verso una crescita continua dei consumi, migliorare l’efficienza nell’uso delle risorse ed usare risorse rinnovabili, per rimettere le cose a posto. La decrescita economica ci renderà più liberi e più felici.

La prima risposta è dettata da un fede assoluta nella tecnologia e da una convinzione irrazionale che ciò che ha funzionato nel passato continuerà a funzionare altrettanto bene nel futuro. Il difetto di fondo di tale atteggiamento è di non considerare che le condizioni del pianeta, in termini di disponibilità di risorse, di dinamiche ecologiche, di pressione della popolazione umana, sono radicalmente cambiate rispetto a un secolo fa, ed ancor più rispetto all’epoca in cui Adam Smith, poneva le basi dell’economia moderna. Affermare che per uscire dalla crisi attuale ed evitare quelle future è necessario far ripartire e perpetuare la crescita dei consumi, appare un atto di fede senza alcun riscontro scientifico, come un vecchio “mantra” che tutti sono talmente abituati a ripetere da non comprenderne più il significato. Nessuno è in grado di dimostrare o di ipotizzare su basi anche vagamente scientifiche, che la scienza e la tecnologia ci consentiranno in futuro di superare quelli che oggi ci appaiono come “i confini della biosfera”.

Ma se chiedete ad un economista quale delle due strade bisogna prendere, non avrà dubbi nell’indicarvi la prima; questa è la sua scienza, questa è la sua visione del mondo e non conosce altra via di progresso che possa prescindere dall’imperativo della crescita. Se poi guardiamo al modo in cui si sta affrontando la crisi finanziaria, appare evidente l’effetto mantra ripetuto da ogni settore dell’economia e della politica in ogni parte del mondo: bisogna rilanciare la crescita! Ma come volete che chi è stato formato sulle tecniche di accensione del fuoco possa sapere come spegnere l’incendio che ha appiccato? L’effetto mantra è in alcuni casi al limite dello psicodramma, quando i governi annunciano, con toni ed espressioni addolorate, provvedimenti iniqui come la riduzione del sostegno scolastico ai ragazzi disabili, il taglio al sostegno economico per i malati di SLA, o il taglio delle pensioni, attribuendo tutto ciò ad una necessità dettata da una entità al di sopra della loro volontà. Ecco apparire l’ombra di una entità superiore, il mercato, che come una divinità cinica, come certi dei del passato, promette la salvezza solo attraverso l’effetto catartico del sacrificio umano. E così assistiamo ad un florilegio di manifestazioni di devozione a questa nuova divinità. Prima di prendere qualsiasi decisione, questa viene passata al vaglio, non delle consuete categorie etiche e morali del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto, del vero e del falso, ma delle possibili reazioni del mercato. Nell’antichità, prima di prendere una importante decisione, i notabili del popolo consultavano gli “aruspici”, che squartando animali ed osservandone le interiora, interpretavano gli umori degli dei; nessuno sapeva in base a quale scienza operassero, eppure ad essi veniva delegato il potere di determinare le scelte più importanti della comunità. Oggi, come “moderni aruspici”, le agenzie di rating sondano gli umori dei mercati indirizzando le scelte dei governi, che accettando tale sudditanza si sentono deresponsabilizzati di fronte a scelte inique e impopolari.

Se oggi è condivisibile l’urgenza di riportare stati pesantemente indebitati entro le proprie reali dimensioni finanziarie, ciò va fatto nella prospettiva di riportare anche l’azione economica entro le reali dimensioni del pianeta. Invece la promessa del dio mercato è nel miracolo di una crescita eterna in un mondo limitato. La scienza ci dà la assoluta certezza che ciò sia irrealizzabile; solo la fede nel dio mercato può farci pensare il contrario.

Ma anche la suggestione troppo semplicistica di una decrescita felice comporta il suo atto di fede. Se è vero che la decrescita è l’esito inevitabile dell’organizzazione umana, se restiamo all’interno dell’attuale modello economico consumista essa sarà tutt’altro che felice. In uno studio pubblicato del 2002, E.C. Alfredsson [3] dimostra che il passaggio ad una “green economy”, comporta una decrescita dei consumi di risorse e di impatti ambientali solo nel breve termine; poi i consumi e gli impatti riprenderanno a crescere con la stessa velocità dell’economia. Allora la “green economy” è come un ponte di cui conosciamo il punto di partenza, ma che è destinato a crollare se non scegliamo in fretta il punto di arrivo. Non è un caso se la “green economy” trova crescenti consensi anche fra gli economisti/sacerdoti della economia contemporanea che vedono in essa l’opportunità di avere più tempo per trovare delle soluzioni tecnologiche per perpetuare la crescita. Pur partendo con le migliori intenzioni, finiamo nel ricadere ancora una volta nella prima risposta fideistica al nostro dilemma sul futuro. Un’altra suggestione della decrescita felice è la riduzione dell’orario di lavoro in cambio della piena occupazione e della maggior disponibilità di tempo libero. Purtroppo nell’attuale sistema consumista, lo scambio tempo/reddito non è una funzione semplice (lineare e reversibile). Supponiamo per esempio di rinunciare ad una parte del nostro reddito per avere un’ora di tempo in più da dedicare allo sport o alla lettura. Supponiamo ancora che questa decurtazione volontaria del reddito ci impedisca di acquistare una macchina lavapanni; saremmo allora costretti a dedicare quell’ora di tempo libero ottenuta al lavaggio manuale dei panni. Non avremmo ottenuto in tal modo il beneficio personale ipotizzato ma solo un beneficio ecologico avendo sostituito l’energia elettrica che alimentava la lavatrice con l’energia biologica del nostro metabolismo. Questo è chiaramente un paradosso per evidenziare come analisi troppo semplicistiche possano avere effetti addirittura contrari ai nostri migliori desideri. Se spingessimo avanti queste considerazioni ci accorgeremmo che la decrescita attuata all’interno di un sistema costruito sulla crescita può portare ad un peggioramento della qualità della vita.

Il messaggio che emerge è che la situazione è ben più seria di ciò che appare. E’ l’intero paradigma sociale, politico ed economico che risulta totalmente inadeguato a portare l’umanità verso un futuro di benessere; ogni angolo delle sue potenzialità sembra ormai sfruttato e il persistere caparbiamente nei suoi schemi porta a sempre peggiori conseguenze, comunque ci si orienti, sia verso la crescita che verso la decrescita. Non sono sufficienti aggiustamenti sul fronte dell’efficienza o delle scelte individuali, ma occorre costruire un sistema sociale, politico ed economico totalmente nuovo, che rimetta al centro l’uomo e le sue aspettative. Questa impresa ardua ma anche affascinante, e comunque necessaria, va fatta con il più ampio contributo di tutti gli attori sociali correttamente informati dalla scienza sulle possibili conseguenze di ogni singola opzione. E’ necessario decidere con la più ampia consapevolezza se restare all’interno di questo schema economico consumista fondato sulla crescita, sperando che prima o poi qualcuno trovi soluzioni, che oggi appaiono impossibili, ai problemi creati, o accettare il rischio di costruire un sistema fondato sulla decrescita, incamminandoci in uno scenario evolutivo totalmente nuovo ed inesplorato, ricco di potenzialità ma anche di incognite. Tutta la storia della vita sul nostro pianeta ci insegna che questa ultima ipotesi è quella che ha consentito fino ad oggi il mantenimento della vita sulla Terra.


[1] A. D. Barnosky et alii, Has the Earth’s sixth mass extinction already arrived?  Nature, 471, 51–57 (03 March 2011)

[2] D. e D. Meadows, J. Randers: I nuovi limiti dello sviluppo, Mondatori, 2006, Milano

[3] E.C. Alfredsson, Swedish Institute of Growth Policy Studies (ITPS), Studentplan 3, SE-831 40 Östersund, Sweden, 2002

2 commenti per “Oltre il cieco integralismo della crescita

  1. Andrea, intanto al solito complimenti per la tua acuta e coraggiosa analisi. Condivido in gran parte il tuo pensiero. ci sono senz’altro consumi incompatibili con la riduzione delle risorse disponibili. Una ridirezionamento dei consumi è necessario. pensare al solo settore dell’autotrasporto privato ai costi macroscopici che comporta è paradossale. E’ una scommessa con contro le abitudini e la pigrizia. un cammino lungo che purtroppo in genere prende le scorciatoie degli egoismi nazionalistici o oggi, dei grandi blocchi. L’oriente che avrebbe potuto fornire un’alternativa agli schemi occidentali è invece ancora più consumistico e direi egoistico. riporterò il tuo pensiero sulla mia pagina FBook che funziona come un quasi blog. Un abbraccio

  2. Caro Andrea, hai riassunto e sintetizzato perfettamente. E l’ultimo paragrafo del tuo post andrebbe messo in grassetto e a inchiostro rosso! Questa economia così sofisticata, contorta e incomprensibile, corrotta dal sistema iniquo e speculativo in cui viviamo oggi, non può che partorire provvedimenti atti a conservare lo status quo, a tutto vantaggio degli interessi corporativi, quindi di pochi privilegiati, e a tutto discapito dei beni comuni e della felicità dei più. Essa stessa non è che l’emissario di un modello sociale e civile esaurito e insostenibile, figlio di un’umanita immatura, di una cultura e di una scienza ancora allo stato grezzo. Ecco la chiave che io vedo: è solo questione di cultura: solo nutrendo la cultura, nel suo significato più pieno e universale, possiamo aspirare a trasformare davvero la nostra realtà: paradossalmente potrebbero funzionare abbastanza bene persino gli stessi vecchi strumenti che oggi mettiamo in discussione, ma in mano a uomini e donne “normalmente dotati” di virtù quali la coscienza, l’amore, la gentilezza, l’onestà, la generosità, il senso della comunità, la passione, il disinteresse, la limpidezza, l’umiltà… Siamo noi il problema, non il sistema che partoriamo. Dobbiamo prima accettare di essere ancora piccoli, e poi trovare la voglia di crescere. Su questi presupposti qualunque nuova iniziativa, circolo, laboratorio, forum, tavola rotonda, associazione… partirà con un potenziale di entusiasmo e forza creativa davvero rivoluzionari.
    E’ dura staccarsi da un grande sogno, anche quando lo vedi ormai fallito. Ma come insegna la saggezza dei nativi americani, finché non sei disposto ad abbandonare ciò che stringi nelle mani piene, non ci sarà mai posto per ricevere i nuovi doni che ti attendono.

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