Fukushima, cinghiali radioattivi…come lo spieghiamo alle generazioni future?

Sono trascorsi due anni dal disastro di Fukushima, le vittime dell’incidente nucleare non hanno avuto nessuna compensazione  e si sono fatte forza intentando una class action contro la Tepco: ma anche il più generoso risarcimento economico sarà mai proporzionato ai danni effettivamente prodotti? Come sempre, quando si tratta di questi casi, una violazione palese dei principi di precauzione, prevenzione e informazione ha rovinato per sempre un territorio e la popolazione che ci vive. C’è da riconoscere che il Giappone è rinato dalle sue ceneri, anzi macerie, in maniera impressionante, ma l’efficienza giapponese non può nulla contro il disastro nucleare.

Facendo improbabili voli pindarici con la mia mente, la prima cosa che mi viene in mente sono i cinghiali radioattivi piemontesi; per chi non li conoscesse, non sono una nuova razza di cinghiale, ma probabilmente l’ennesima conseguenza del disastro di Cernobyl. Dal 1986 ad oggi è ancora possibile trovare tracce di Cesio 137 nel nostro territorio, non immediatamente coinvolto nell’incidente nucleare? se la causa è Cerbonyl, ma non dimentichiamo che i cinghiali sono stati trovati in provincia di Vercelli e che in zona ci sono la centrale di Trino Vercellese  e il sito sperimentale dell’Enea a Saluggia, protagonista di vicende oscure in materia di sicurezza dei rifiuti radioattivi.

In Italia è proprio questo il problema: non ci è dato sapere in che modo viene gestita la nostra sicurezza. Abbiamo fortunatamente scongiurato il pericolo di una nuova apertura al nucleare; abbiamo case dello studente o ospedali che si sbriciolano come castelli di sabbia, abbiamo importanti procedimenti penali che ci hanno dimostrato che le mafie sono abilissime nell’infiltrarsi nei grandi affari, niente ci garantiva che il nucleare sarebbe stato diverso. Sarebbe stato divertente vedere i vari operatori alle prese con le norme del decreto 31/2010, ma meglio lasciare spazio alla fantasia.

Ci rimangono ora, i rifiuti nucleari sparsi qua e là in attesa di un ricovero, ex centrali nucleari in decommissioning (di esclusiva competenza della Sogin) che a loro volta produrranno rifiuti. Non c’è una normativa chiara in materia di depositi temporanei e non c’è chiarezza sul deposito nazionale. L’art. 4 del d.lgs 230/95 (“Attuazione delle direttive 89/618/Euratom, 90/641/Euratom, 92/3/Euratom e 96/29/Euratom in materia di radiazioni ionizzanti”) definisce la gestione dei rifiuti radioattivi come “insieme delle attivita’ concernenti i rifiuti (raccolta, cernita, trattamento e condizionamento, deposito, trasporto, allontanamento e smaltimento nell’ambiente); lo smaltimento come “collocazione dei rifiuti, secondo modalita’ idonee, in un deposito, o in un determinato sito, senza intenzione di recuperarli”; infine smaltimento nell’ambiente: “immissione pianificata di rifiuti radioattivi nell’ambiente in condizioni controllate, entro limiti autorizzati o stabiliti dal presente decreto”. Il deposito e lo smaltimento sono disciplinati dall’art. 33 del medesimo decreto 230/95, il quale prevede che “la costruzione,  o comunque  la  costituzione,  e l’esercizio delle installazioni per il deposito  o  lo  smaltimento  nell’ambiente, nonche’ di quelle per il trattamento  e  successivo  deposito  o smaltimento nell’ambiente, di rifiuti   radioattivi   provenienti  da  altre  installazioni,  anche proprie,   sono  soggette  a  nulla  osta  preventivo  del  Ministero dell’industria,  del  commercio e dell’artigianato, di concerto con i Ministeri  dell’ambiente, dell’interno, del lavoro e della previdenza sociale  e  della sanita’, sentite la regione o la provincia autonoma interessata e l’ANPA”. Il secondo comma dell’articolo prevede la creazione di un decreto che dovrebbe stabilire i livelli di radioattivita’  o  di  concentrazione ed i tipi di rifiuti a cui si applicano  le  disposizioni   di cui all’art. 33,  nonche’  le disposizioni  procedurali per il rilascio dl nulla osta, in relazione alle  diverse  tipologie  di  installazione. Ad oggi tale decreto non è stato ancora adottato.

Riguardo al deposito nazionale, ovvero il deposito destinato allo smaltimento a titolo definitivo dei rifiuti radioattivi a bassa e media attività e all’immagazzinamento  a titolo provvisorio di lunga durata, dei rifiuti ad alta attività e del combustibile irraggiato provenienti dalla pregressa gestione degli impianti nucleari, non abbiamo nessun criterio e nessun termine di paragone sulla base dei quali fare previsioni. Non c’è nessun precedente positivo, non c’è memoria e nessuno è in grado di progettare qualcosa che dovrà svolgere brillantemente la sua funzione per almeno 10.000 anni. Abbiamo solo una fantasiosa e  ingarbugliata normativa; basta dare una lettura superficiale al D.lgs. n. 31/10 sul quale non ha le idee chiare neanche la Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti. La Commissione sostiene che la normativa è chiara in merito alla scelta della soluzione temporanea di lungo termine per i rifiuti di terza categoria e del combustibile nucleare irraggiato, mentre non è altrettanto univoca riguardo al tipo di deposito, di superficie o geologico, per i rifiuti di seconda categoria.

Ma quello dei depositi dei rifiuti radioattivi non è un problema solo italiano (si pensa anche a un deposito europeo per i rifiuti di terza categoria). Infatti qualcuno fuori dal nostro Paese, si è posto persino il problema della memoria storica del deposito: ammesso che venga trovato il modo per mettere in sicurezza i rifiuti ad alta radioattività, come si fa a mantenerne memoria per diecimila anni?

Leggendo qualcosa sull’argomento ho trovato alcuni passi di un saggio del sociologo Ulrich Beck che parlando del problema della trasmissione del messaggio di pericolo alle future generazioni (sul quale è stato fatto un vero e proprio studio) scrive: ” I membri della commissione andarono alla ricerca di modelli tra i simboli più antichi dell’umanità, studiarono la struttura di Stonehenge (1500 a.C.) e delle piramidi, esaminarono la storia della ricezione di Omero e della Bibbia, si informarono sul ciclo vitale dei documenti. Ma si trattava di modelli che avevano tutt’al più duemila anni, non certo diecimila. Gli antropologi consigliarono di usare il simbolo del teschio, ma uno storico fece presente che per gli alchimisti è simbolo di resurrezione.

Inoltre uno psicologo fece un esperimento con alcuni bambini di tre anni e scoprì che se il teschio era incollato a una bottiglia, i bambini gridavano atterriti la parola “veleno” ma se era appeso a una parete esclamavano entusiasti la parola “Pirati“.

2 commenti per “Fukushima, cinghiali radioattivi…come lo spieghiamo alle generazioni future?

    • Il problema dei rifiuti nucleari e della sicurezza è vecchio e purtroppo non è noto. Per quanto ne so io per esperienza, la maggior parte delle persone (che aspirano a governarci) ignora il problema e di conseguenza ignora le norme in materia (non dico le questioni scientifiche implicate), quindi come può prendere posizione o assumersi la responsabilità di decisioni così delicate? non è una giustificazione è solo il riconoscimento di una triste realtà.
      Invece le poche persone che sanno o non hanno interesse a risolvere il problema o sono delle povere Cassandre che nessuno ascolterà mai.

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