Siamo ancora in tempo

Mancano pochi minuti per alcuni, per altri è già finita e per qualcuno deve ancora iniziare. In una società in cui il moltiplicarsi delle tipologie di contratto di lavoro ha determinato una casistica decisamente variegata di lavoratori, quella che eravamo abituati a considerare la “giornata lavorativa” non ha sicuramente lo stesso significato del secolo scorso.
A questo possiamo sicuramente aggiungere la tecnologia. Negli anni ’90 mi ricordo grandi discussioni circa le possibilità offerte dalle tecnologie informatiche e dalle telecomunicazioni avanzate: risparmi di tempo e denaro  con un incredibile aumento della produttività. Ieri, tornando a casa verso le nove di sera, dopo una rapida occhiata alle mail sul cellulare un po’ ho invidiato il mio modem a 56k e le mail “scaricate” uno o due volte al giorno. Rispondere alle mail è un’arte che andrebbe citata nei CV, pensate al corretto utilizzo del “ccn”  o del “cc” al superiore-capo o  l’incredibile capacità di alcuni nella “risposta non risposta”. Quanto può “costare” tutto questo in termini di tempo, fatica e stress? Sicuramente la posta elettronica è utile ma ha veramente migliorato la qualità del nostro lavoro diminuendone la quantità?
Considerazioni da stanchezza, direte voi. Non lo so, forse no se proprio oggi, 13 novembre, l’ONU patrocina la giornata mondiale della gentilezza. Uno dei suggerimenti per celebrarla (e  secondo me da estendere  a tutto l’anno) è quello di “evitare le riunioni, le telefonate o l’invio di email fuori dall’orario di lavoro”, un divieto che potrebbe essere utile anche al dibattito su come definire, conteggiare e qualche volta limitare la durata della giornata lavorativa nell’attuale mercato del lavoro. Troppo “choosy”?

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