“Un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste….”

Così urlava alla radio Mario Ferretti riferendosi alle imprese del leggendario Fausto Coppi. Ed è un po’ l’immagine che tutti noi abbiamo del ciclismo. Uno sport, praticato a livello professionistico o amatoriale, che lascia lo sportivo solo con se stesso, solo con la sua fatica, solo sulle rampe della salita da scalare.
Invece, da qualche anno la bicicletta sta diventando anche uno strumento di condivisione sociale. Da quando, cioè, agli inizi degli anno 2000 sono iniziate a sorgere in giro per l’Italia le cosiddette ciclofficine. Nate come vere e proprie botteghe, laboratori in cui si possono riparare biciclette, chiedere consigli, parlare con meccanici che capitano da quelle parti dopo il lavoro.si stanno sviluppando come punti di ritrovo, luoghi ove condividere stili di vita, discutere e proporre soluzioni su mobilità e trasporti, consumi energetici ed inquinamento. Non c’è nulla da comprare o da vendere. Solo tanto da condividere. In Italia ce ne sono ormai parecchie. Aperte ad orari comodi. Spesso anche in tarda serata fino a mezzanotte o solo nel fine settimana. Ognuna con la propria iniziativa. Dal corso di riparazione della bici al concorso per il disegno di telai innovativi. Ma tutte, sullo stile della Critical Mass di San Francisco, storico raduno di ciclisti contro traffico ed inquinamento, con una enorme sensibilità verso l’ambiente, l’energia e le sue problematiche.
Allora, tutti in sella. Non siamo soli con la nostra bici. Non più.

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