Albe dorate e futuro più roseo: le isole Ssese

La nostra barca si avvicina a Kitobo, tra le luci del primo mattino che giocano in queste avvisaglie della nuova stagione delle piogge, con nuvole di un blu drammatico, sprazzi vermigli e un temporale all’orizzonte, annunciato da bianche saette lontane. Siamo nel Nord-Ovest del Lago Vittoria, nel Nord dell’arcipelago Ssese Islands, che prende onomatopeicamente il nome dalla famosa mosca che, in varie epoche, ha infestato queste 84 isole, costringendo la popolazione all’evacuazione per non esserne decimata, così come accaduto in altri parti dell’Uganda. Da qualche anno, però, queste isole stanno vivendo un lento ma progressivo cammino verso lo sviluppo, seppure tra varie difficoltà. La principale isola, Bugala, ospita Kalangala, il capoluogo dell’omonimo distretto che coincide con l’arcipelago, e ha conosciuto una recente evoluzione in termini di infrastrutture e servizi.

Alba dorata da Kalangala.

Alba dorata da Kalangala.

Quello che era un sentiero percorribile in 3 ore dai boda-boda (moto locali che fanno anche da trasporto), ora è una strada che attraversa tutta l’isola, terra rossa battuta in mezzo ai mille verdi attorniati dall’azzurro, e che in 40 minuti porta dal capoluogo al capo occidentale dell’isola, Bugoma, dove corre una delle due linee di traghetti che collegano l’arcipelago alla terraferma. Il trasporto è stato rivoluzionato con questi traghetti, sia in termini di costo, frequenza, affidabilità e sicurezza. Questi interventi si inseriscono in un progetto più ampio di sviluppo infrastrutturale, operato dalla società privata Kalangala Infrastructure Services (KIS), con l’appoggio del governo.

A seguito di queste comunicazioni più agevoli (il traghetto da Entebbe a Kalangala ci mette 3 ore e mezza, ma a un costo accessibile e con una maggiore sicurezza), anche il turismo sta prendendo piede, con lo sfruttamento dell’ampia insenatura che si estende attorno al villaggio di Lutoboka che ospita ora una decina di resort dai prezzi non eccessivi, anche se comunque pensati per bianchi. Questi pochi resort sono pressoché l’unica eccezione in queste isole, ancora in gran parte selvagge, e offrono albe e tramonti mozzafiato, oltre a un clima mite e una tranquillità e sicurezza da fare invidia a molte mete turistiche.

Palme da olio, onnipresenti sull'isola di Bugala.

Palme da olio, onnipresenti sull’isola di Bugala.

Un altro segno di cambiamento è la coltivazione smisurata e crescente di palme da olio, che hanno soppiantato la foresta tropicale originale, con il supporto di vari progetti tra cui spicca quello dell’IFAD. Tanto discusse e discutibili per il loro impatto ambientale negativo, d’altro canto stanno per ora dando lavoro a centinaia di proprietari e braccianti, con la formazione di cooperative locali. L’olio di palma, di conseguenza, è anche alla base della cucina locale.

Sistema a solare ad inseguimento dell'impianto ibrido di Bukuzindu.

Sistema a solare ad inseguimento dell’impianto ibrido di Bukuzindu.

Oltre ai trasporti, un’altra componente fondamentale è arrivata ultimamente: l’elettricità. Le isole Ssese risultano troppo lontane dalla terraferma per essere raggiunte dalla rete nazionale, per cui KIS ha installato un impianto ibrido, fotovoltaico-Diesel di Bukuzindu, con il quale può dare elettricità alla totalità dell’isola. La richiesta per ora si assesta, al picco, sui 0,4 MW, mentre l’impianto ha una potenza nominale di 1,6 MW. La componente di energia rinnovabile dell’impianto è costituita 3.820 moduli fotovoltaici, con un sistema di inseguimento solare automatico che risulta innovativo, unico in Uganda, e poco comune anche in Europa. I generatori a Diesel, con un oneroso consumo di 18-20.000 litri al mese, forniscono circa il 50% dell’energia, consentendo anche alle batterie di non scendere sotto uno stato di carica minimo. Le 480 batterie di piombo-acido, opportunamente gestite dal regolatore di carica dedicato, e monitorate opportunamente, assicurano l’immagazzinamento di energia in eccesso e l’erogazione durante i giorni nuvolosi, specialmente frequenti nella stagione delle piogge tra aprile e giugno.

L’arcipelago si distingue per la presenza di tanti piccoli villaggi di pescatori incastonati tra le acque, le distese di foreste ancora vergini e altopiani coperti da prati, laddove la roccia lateritica quasi affiora. Il lago, durante le notti senza luna, diventa un’incredibile costellazione variegata di lucine, con le quali i pescatori, seduti sulle loro barche di legno, attraggono i banchi di silver fish. Sebbene in alcune isole l’agricultura stia iniziando a prendere piede, con la coltivazione su piccola scala di matoke (platani), riso, cassava, passion fruits, ananas, la pesca rimane la principale attività e fonte di introiti su cui si basa l’economia locale. Tuttavia, negli ultimi anni la pressione eccessiva sulla fauna ittica, dovuta soprattutto all’incremento demografico e alla pesca illegale (praticata con reti fine come zanzariere), sta depauperando il più grande bacino di acqua dolce dell’Africa della sua biodiversità, mettendo in difficoltà anche l’economia kalangalese poco diversificata. Biodiversità che era già stata compromessa decine di anni fa con l’introduzione nel lago del pesce persico del Nilo da parte dei coloni britannici. Questo pesce, pregiato commercialmente specialmente in Occidente, era presente in precedenza solo nelle acque fluviali del grande fiume, ma si adattò benissimo alle acque lacustri, a scapito di pressoché tutte le altre specie. Il risultato è che molte specie tropicali sono ora estinte o quasi, e che le specie presenti sono principalmente solo tre (pesce persico del Nilo, tilapia, silver fish). Sul loro commercio si basa gran parte dell’economia locale. I villaggi, al di là del capoluogo relativamente sviluppato, sono costituiti da decine o poche centinaia di casette, perlopiù di legno, o di fango e paglia. L’introito medio è spesso sotto la soglia della povertà, sebbene le risorse naturali (acqua, presa dal lago e bollita, pesce, coltivazioni) consentano la sopravvivenza alimentare. Il tasso di HIV è allarmante, e tocca oltre il 50% in alcune isole, assestandosi attorno al 15% su tutto l’arcipelago. La disoccupazione e l’isolamento più o meno forzato (il trasporto e il commercio tra isole e terraferma è per forza di cose costoso) sono altri ostacoli al benessere. Lo spirito imprenditoriale, la voglia di lavorare, e la volontà di mettersi in gioco con microfinanziamenti, spesso additati come mancanti da chi non conosce queste realtà, sono in realtà spesso presenti ma insufficienti per garantirsi un futuro più sereno: il salario medio di un insegnante non arriva ai 100 dollari al mese, e la maggior parte della popolazione vive con due dollari al giorno. Eppure, negli occhi degli abitanti, spesso immigrati da altre regioni dell’Uganda per cercare fortuna, non manca mai l’allegria, né il calore del benvenuto e la voglia di ridere e scherzare con i bazungu (i bianchi).

Villaggio di Banda, unico dell’isoletta, che ospita anche un grazioso campeggio in stile hippie.

Villaggio di Banda, unico dell’isoletta, che ospita anche un grazioso campeggio in stile hippie.

Un altro grosso problema, tutt’altro che banale da risolvere, è la gestione dei rifiuti. L’invasione di prodotti plastici, senza un’adeguata informazione sulla loro gestione e sul loro impatto su salute e ambiente, sta producendo gli stessi risultati che l’Europa visse negli anni ’60-’70: profilattici usati, sacchetti, batterie sono abbandonati per le strade, tra le acque, nella terra, la stessa che viene coltivata. La scarsa conoscenza del concetto di biodegradabilità e la presenza di problemi più urgenti nascondono in realtà due ostacoli ancora maggiori: l’assenza di un tessuto industriale che possa prevedere il riciclo, e l’economicità dei prodotti petroliferi, che fanno risparmiare tempo, soldi, e contribuiscono anche alla conservazione degli alimenti. La gestione, quando presente, consiste nell’accumulo di rifiuti in una fossa, per poi bruciarli quando risultano eccessivi. Risulta obiettivamente difficile pensare a una soluzione diversa nell’immediato. E, dopo tutto, non è lontano da quanto in fin dei conti si fa in Europa: discariche ed inceneritori, con volumi di rifiuti decisamente maggiore e più pericolosi, anche se, questo sì, con accorgimenti tecnologici che consentono di ridurre drasticamente gli impatti ambientali, quantitativamente e spazialmente.

Bene… ma perché siamo dretti a Kitobo? Il personale del CIRPS (Centro Interuniversitario della Ricerca per lo Sviluppo) è impegnato in un progetto di sostenibilità di cui parleremo a breve in un prossimo post, e Kalangala sarà anche uno dei fulcri di uno dei corsi Field Study Abroad del 2017, tenuti dallo stesso CIRPS, e frequentati ogni anno da decine di studenti per apprendere sul campo cosa voglia dire lavorare in progetti di sostenibilità in ambito di cooperazione internazionale.

Daniele Viganò (CIRPS / Legambiente Lecco / Work System)

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