Jatropha curcas, quando zone aride non rappresentano un ostacolo

2di Camilla Di Marcantonio

Partenza alle 4:30 da Antigua, bus, alba, direzione Chiquimulilla. Attesi dall’Ingegnere agronomo Luis Montes a Città del Guatemala.
Dopo due ore e mezza di viaggio sul retro del suo pick-up, l’arrivo è sorprendente: una distesa di verde vivo, cavalli e la mitica Jatropha curcas, per gli amici “Piňon”.
Siamo in una tenuta di circa 40 ettari coltivati tutti a Jatropha. Il progetto portato avanti dall’ing. Montes e dai suoi cinque lavoratori di campo, che lo assistono nelle varie fasi di monitoraggio, valuta come la pianta reagisca a diversi stimoli e condizioni.
Il fine ultimo dell’azienda “Biocombustibles de Guatemala” è quello di produrre olio vegetale da immettere sul mercato delle materie prime, al fine di essere comprato e raffinato in biodiesel. L’obiettivo a lungo termine del progetto è quello di installare un proprio impianto per tale processo industriale.
Il preparatissimo e campestre Montes ci mostra i differenti “materiales” di Piñon e le caratteristiche che li distinguono. Ci spiega che la produttività della pianta non è sempre legata a fattori fisici, per esempio non sempre l’arbusto più alto da un raccolto maggiore.  L’età degli esemplari della piantagione oscilla tra i 2 e i 5 anni e la loro produzione è stata utilizzata solo per scopi di ricerca: per ora niente olio.
Questione molto interessante è il duplice utilizzo del frutto:
dal seme, tramite un processo di pressatura, si estrae l’olio, che poi subirà un processo di transesterificazione per produrre biodiesel.
1La polpa del frutto, invece, è commestibile, se non fosse per la presenza di due tossine, la prima eliminabile per via termica quindi cuocendo il frutto, la seconda, l’estere di fenolo, è estraibile solo per via chimica, operazione che va ad abbassare il contenuto proteico dal 60% al 10%, vanificando il grande potenziale nutritivo della polpa. Quindi la specie che si cerca di selezionare dovrà garantire la massima produttività di frutti e l’assenza della tossina estere di fenolo.
La grande rivoluzione di tale coltura risiede nell’essere adattabile a condizioni ambientali (caratteristiche del suolo, temperatura, umidità, etc.) non idonee per fini agroalimentari, diventando una fonte di potenziale sviluppo per comunità rurali in zone disagiate. Come dimostra questo progetto, nato sulle ceneri di una “finca” abbandonata e semidesertica che ora risplende di vita e da lavoro ai 5 operai fissi e ad altri 20 nei periodi di maggior necessità. L’altro utilizzo, come alimento, può rappresentare un valido aiuto al sostentamento anche economico delle comunità.
Ripartiamo carichi di energie per la sensazione che posti come questo possano essere una concreta chiave per aprire nuove strade verso il cambiamento.

Camilla Di Marcantonio

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