Oltre la smart city: la città futura nasce dalla strada.

In Italia ogni anno ci sono una marea di eventi sul tema smart city e così anche nel resto d’Europa e nel mondo. Per contarli tutti ci vorrebbe molto tempo e tanta energia. Alcuni sono eventi ben costruiti, che portano valore aggiunto al dibattito in corso, ma molti usano l’espressione smart city come uno specchietto per le allodole. Si, perché ormai il termine è abusato e ha quasi stancato, nonostante si sia ancora molto lontani dall’aver creato nelle nostre città un sistema “smart” e a “misura d’uomo”.
Il recente rapporto Ambrosetti per ABB chiarisce ancora meglio lo scenario all’interno del quale ci muoviamo: alla domanda «Che cos’è la smart city?» oggi sa rispondere solo un italiano su cinque. Si legge nel rapporto: “trattandosi di un tema a forte connotazione sociale, che rivoluzionerà il modo di vivere la città, non è pensabile avviare alcun processo senza che i cittadini siano adeguatamente informati, preparati e motivati rispetto alle potenzialità ed ai benefici (i social media sono tra gli strumenti più funzionali a ciò). La comunicazione dovrà far emergere con forza il concetto di inclusione. Soprattutto, è determinante un’azione di “chiamata in causa” (public engagement), veicolata in primis attraverso casi esemplificativi.” (a questo link la ricerca http://www.abb.it/cawp/db0003db002698/bc72c938b3add52ac1257a53002fd811.aspx).
Le smart cities si definiscono attraverso 6 principali dimensioni: economia, mobilità, ambiente, economia, persone e governance. Come dire tutto e niente contemporaneamente dal momento che nessuna città italiana o europea oggi può essere classificata come smart. Il vizio di fondo pare, quindi, essere nell’approccio utilizzato: guardare la città dall’alto, puntando a una generica idea di smart city, senza porre la giusta attenzione sulle necessità che i cittadini hanno nella vita di ogni giorno.
Va cambiato quindi il “sistema metrico” con cui si valutano le esigenze quotidiane: è alla sfera delle interazioni quotidiane che la tecnologia deve rivolgersi per capire quali innovazioni sono necessarie e in che campo ci sono le migliori possibilità di successo.
La strada è lo spazio dinamico dove è possibile sviluppare tutte le necessarie applicazioni che ci consentano di utilizzare al meglio ciò che le città ci offrono in un interazione tra fisico e digitale: come disse Dan Hill “la strada è una piattaforma” (http://www.cityofsound.com/blog/2008/02/the-street-as-p.html).
Oggi la visione della città smart è guidata dalla necessità di applicare ad essa prodotti che le aziende propongono: un approccio comprensibile ma che non deve portare a commettere l’errore fatto nel 20° secolo quando la General Motors convinse tutti della necessità di costruire città intorno alle auto. Se si vuole realmente contribuire a uno sviluppo urbano migliore è necessario spostare i laboratori nelle strade e incontrare le persone che hanno necessità di interagire con le nuove tecnologie. Masdar, Incheon e Songo sono progetti perfetti per farci comprendere la portata e le potenzialità delle tecnologie che rendono più fruibile il territorio e risolvono tutti i nostri problemi, ma sono in contraddizione con il concetto di città come luogo di memoria, storia e conflitti. Sono esempi utili, che rischiano però di distrarci dall’obiettivo primario che non è altro se non quello di soddisfare le necessità delle persone che vivono nelle città.
La città, dunque, non deve essere considerata come un puro e semplice spazio di sperimentazione tecnologica, ma come un conglomerato di esigenze che si sviluppano sulle strade nella interazione quotidiana dei cittadini con i servizi pubblici. E’ da qua che deve partire la rivoluzione ed è da qua che l’internet delle cose deve prendere avvio. La vera intelligenza delle città va ricercata nell’instabile e quasi miracoloso ordine che la città stessa genera e che l’interazione delle persone genera. La tecnologia può facilitare questo processo ma la logica della vita collettiva renderà inutile qualunque tentativo di implementare sistemi che richiedano un troppo elevato livello di sofisticazione.

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