Lezioni di democrazia dal mondo dello sport

Qualche giorno fa il Board del CIO (Comitato Olimpico Internazionale) ha sospeso il Comitato Olimpico Indiano (IOA) per ingerenze da parte del Governo. Un provvedimento draconiano, che mostra quanto lo sport mondiale consideri importante l’indipendenza dello sport dalla politica. L’ira del CIO è nata per questioni legate al sistema di elezione del presidente di quel Comitato Nazionale. Dal punto di vista giuridico, essendo le Olimpiadi un affare “privato” a cui partecipano i Comitati Olimpici nazionali, il CIO ci tiene a sottolineare la propria competenza, il rispetto della carta olimpica e di quei principi generali dettati dallo stesso CIO e non certamente dai governi nazionali. Lo sport olimpico è sovranazionale e scardina la giurisdizione di ogni singolo paese. In questo c’è tutta la filosofia del padre delle Olimpiadi moderne De Coubertin. Tralascio considerazioni sull’opportunità politica e sociale di mettersi contro la più grade democrazia mondiale, per raccogliere la “provocazione” del CIO e raccontare il mondo dello sport da un’ottica diversa. Non è singolare che la decisione del Board sia giunta su una questione di democrazia. I meccanismi che regolano le elezioni all’interno di un Comitato Olimpico e, a cascata per il principio di mutualità, le Federazioni sportive di tutto il mondo dovrebbero (attenzione al condizionale) essere trasparenti e basati sulla libera partecipazione di tutti.
Accade anche in Italia, ma spesso, per un facile (e a volte giustificato) sentimento antipolitico, ce ne dimentichiamo. Società sportive, Federazioni e il CONI eleggono i propri dirigenti attraverso votazioni a cui sono chiamati a partecipare tutti gli iscritti. Altro che primarie e democrazia liquida… lo sport applica la vera democrazia nel senso più antico del termine, sul modello delle polis greche. Questo può apparire scontato e neanche degno di nota, ma credo sia giusto ricordarlo quando parliamo di Federazioni sportive come “bracconi” burocratici e inefficienti (vedi la recente inchiesta di Repubblica.it). Nessun altro ente (banche, fondazioni, ministeri, Poste, Rai, Monopoli, ecc.…) in Italia è gestito da dirigenti eletti. Se va bene da tecnici o dirigenti esperti, se va male da personale politico (raramente da parlamentari; eletti, con questa legge, per modo dire…). Nessuno, in qualsiasi caso, rende conto ai soggetti che è chiamato a servire (nel senso nobile del termine).
Questo principio di rappresentanza e democrazia vale per tutti, dal più piccolo comitato regionale della più insignificante federazione, al CONI nazionale, alla presidenza del quale quest’anno concorrono in tre: il favorito Raffale Pagnozzi (Segretario Generale uscente), la novità Giovanni Malagò (politicamente trasversale e che piace soprattutto agli atleti) e l’outsider Simone Gambino, di cui ho narrato le imprese in altro post.
Senza prendere parte per nessun dei tre (anche se qualche preferenza ce l’ho) l’unico augurio che ci possiamo fare è che questo sistema di “partecipazione democratica” permetta di eleggere il migliore.
Non è sempre così… ma nessuno è perfetto.

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