GREEN ECONOMY: OCCASIONE O MODA?

Ieri sera a Ballarò il Ministro Clini ha enfatizzato l’approccio nostrano alla Green Economy (GE), una proposta presentata a Rimini durante l’annuale manifestazione fieristica Ecomondo.

Per non fermarmi alla facile esemplificazione del concetto derivante dall’attribuzione di un colore, sono andato in rete a vedere le definizioni ed i principi fondativi della GE:

  • zero emissioni di carbonio quindi niente carbone e petrolio;
  • 100% di energia rinnovabile;
  • niente nucleare che, sebbene abbia un contributo nullo di emissioni di CO2, presenta il problema dei rifiuti derivati soprattutto dal ciclo del combustibile nucleare;
  • sostenibilità nei cicli dell’acqua e delle materie prime (ciclo dei rifiuti);
  • conservazione degli ecosistemi e della biodiversità sviluppando adeguati modelli di governance;
  • adattamento ai cambiamenti climatici a livello locale, regionale e globale.

Come si può facilmente vedere, per parlare di GE è necessario fare riferimento ad un Sistema complesso, il Paese, e non di qualche settore produttivo. Ammetto di aver letto solo alcuni documenti preliminari, ma da quel poco che ho visto mi sembra cha scarseggi proprio quella visione olistica necessaria per avviare una svolta nel sistema produttivo. Sembra, inoltre, che manchi la volontà di applicare i principi della Green Economy.

Come ho detto in altri post, senza citare la Green Economy,  è possibile fare attività economicamente remunerative  rispettando l’ambiente ed è altrettanto possibile applicare tecnologie pulite ed innovazione tecnologica, ma queste sono operazioni e scelte individuali che spesso sono anche dettate dal marketing. Se è il sistema a non funzionare, queste scelte, seppur corrette, solo parzialmente vanno a beneficio del Paese.

Molte azioni, fatte passare per GE, vanno intese come normali azioni di revisione dei processi produttivi. Sostituire un filtro a sabbia con uno a membrana, per alcuni si tratta di adeguamento tecnologico per altri può essere considerata tecnologia pulita: non è una differenza irrilevante. Ricordo che il biodiesel fu salutato come la soluzione (green) ai problemi energetici: solo dopo si è scoperto che nei paesi in via di sviluppo, per far posto alle nuove coltivazioni, sono state affamate intere popolazioni e distrutte foreste.

Queste perplessità non derivano da prevenzione ideologica ma da fatti concreti che appaiono tutti i giorni sui nostri quotidiani e da esperienze personali. Ho la sensazione che la Green Economy rappresenti un nuovo filone di attività da finanziare, come in altre occasioni, con criteri non proprio trasparenti.

Come si fa a parlare di innovazione tecnologica e GE se per avere un permesso per costruire un impianto devo aspettare anni? Come si fa a parlare di GE se poi si consente, in nome del petrolio, di stravolgere una regione come la Basilicata piena di ricchezze ambientali, umane e perché no, gastronomiche che, se opportunamente valorizzate, darebbero da vivere più che dignitosamente alle comunità locali? Dal punto di vista della Green Economy hanno più valore il Canestrato di Moliterno ed i fagioli di Sarconi piuttosto che lo stoccaggio del gas importato da mezzo mondo.

In un paese dove per  10 anni si concedono deroghe sulla quantità di arsenico nell’acqua potabile, in un paese dove si arriva al terribile dilemma dell’ILVA (salvo i posti di lavoro o l’ambiente?) penso che sia poco credibile colui che si accalora per la GE e poi a livello politico si comporta disattendendo i buoni propositi pronunciati.

Comunque ho comprato da poco un libro dal titolo: Blue economy  (business model will shift society from scarcity to abundance “with what we have”) almeno mi preparo al prossimo dibattito sui nuovi modelli di sviluppo.

 

6 commenti per “GREEN ECONOMY: OCCASIONE O MODA?

  1. Già, Loris, come si fa a dare credito ad una politica come quella italiana che da una parte predica la salvaguardia dell’ambiente e, dall’altra, continua a fare scempio del territorio. Ieri il riferimento ad una piccola realtà locale, come Canale Monterano, dove anch’io abito e dove a chi, come me, smaltisce i rifiuti organici tramite compostaggio domestico, si vede ridurre quel poco di incentivo rappresentato dallo sconto sulla Tarsu. A fronte peraltro dell’incremento delle tariffe della tassa stessa. Oggi, con temi di calibro nazionale, come quelli da te citati. A proposito di Basilicata, un quadro molto avvilente dell’inquinamento della val d’Agri lo ha fornito l’ultima puntata di Report, andata in onda il 16 dicembre. Silvia

    • lo so è imbarazzante, dalla piccola amministrazione locale al Governo nazionale si ha la sensazione di avere a che fare con lo stesso approccio nella gestione della cosa pubblica. Da inguaribile ottimista quale sono cerco sempre di non fare di un’erba un fascio: ammetto che qui mi risulta difficile!

  2. Il modello Blue Economy è stata citato solamente nel programma della Puppato che rispetto ad altri politici del PD non è ancora arrivata abbastanza in alto da diventare abbastanza interessante per le nuove lobby della Green Economy. Il libro è molto interessante e ricco di esempi su idee e invenzioni che potrebbero portare a prodotti sostenibili rimpiazzando gli attuali. Il libro offre una risposta sul perché tali soluzioni non vengano adottate dalle aziende in primis. Emblematico è il caso a pag.151 del nanopacemaker che si ispira alla produzione di flussi continui di impulsi elettrici nell’organismo delle balene. Perché non si arriva ad una sua produzione? Principalmente perché si riesce a persuadere la Food & Drug Administration e l’ostilità delle aziende leader produttrici di pacemaker che insieme alle case farmaceutiche e anestesisti perderebbero pazienti visto che non servirebbe l’anestesia generale…..In conclusione per far nascere una blue economy dovrebbe materializzarsi un fronte formato da società civile, esponenti politici votati al bene comune e tutti i soggetti che poco hanno da guadagnare da soluzioni di economicamente e ambientalmente insostenibili che si reggono solamente grazie a monopoli di mercato.

    • allora ho fatto bene a comprare questo libro! in effetti è sorprendente constatare, da tecnico, come le soluzioni che adottiamo per risolvere problemi spesso siano “innaturali” ed inutilmente energivore.

  3. scusate, nella fretta non ho ben spiegato i motivi che per ora non hanno una portato alla realizzazione di un prototipo del nanopacemaker. Non si tratta solamente di risparmiare sull’anestesia generale ma anche sugli altri costi connessi che il libro stima in 100.000 dollari di cui la metà riferiti al costo delle medicine da prendere a vita e metà al pacemaker. Con il nanopacemaker il costo scenderebbe a 500 dollari.

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