LA MONNEZZA

Dallo schifosissimo pannolino stantio all’innocuo flacone vuoto di alcol, quando diventano rifiuto, la nostra mente li segnala come pericolosi, oggetti di cui disfarsene rapidamente.

In casa sono l’unico che gestisce i rifiuti, il resto della famiglia si rifiuta anche di sollevare il coperchio dei contenitori: sono il “monnezzaro” di casa. Chi si ricorda di quest’uomo che andava raccogliendo i rifiuti casa per casa? Io me lo ricordo, lui saliva su fino al terzo piano e vuotava la pattumiera nel sacco. Mia madre, quando voleva intimorirmi, diceva che rapiva i bambini disubbidienti.

In quel tempo si consumava poco e si buttava meno. I vestiti passavano di padre in figlio e da fratello/sorella maggiore a fratello/sorella minore. Con gli spaghetti avanzati (se avanzavano) si faceva una croccante frittata. Insomma la monnezza era poca: la plastica non esisteva, avanzi di cibo non ce n’erano, al posto dell’acqua minerale c’era l’idrolitina, tutto si vendeva “sfuso” ed il packaging non era così invadente. Anche la carta stampata, terminato il suo compito culturale, dopo essere stata ritagliata in quadrati più o meno regolari, assumeva un altro incarico nel bagno.  Monnezza di un paese che non conosceva la parola “consumo”, che non aveva familiarità con l’usa e getta, tutto veniva riciclato.

In pochi decenni la monnezza è aumentata e si è arricchita anche di materiali tecnologicamente avanzati, di plastiche, di avanzi di cibo più o meno esotico.

Assicurati i bisogni primari siamo passati, con la complicità di una pubblicità compiacente e ruffiana, al superfluo e perfino all’obsolescenza programmata degli elettrodomestici.

Dimmi cosa butti e ti dirò chi sei. Una breve ricognizione nel secchio, una sosta in discarica sarebbero necessari per comprendere come viviamo e per dare il via a una cultura più razionale, più etica e, soprattutto, più rispettosa di questo pianeta.

 

PS: Ovviamente l’unico modo veramente sostenibile di trattare i rifiuti è di non produrli.

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