PLASTICA AD….. OROLOGERIA!

Nel nostro mondo di consumatori moderni, idealisti e sensibili alle tematiche ambientali, vorremmo che gli oggetti costruiti con materiali polimerici mantenessero, nel tempo, le loro caratteristiche inalterate. Vorremmo che tali materiali conservassero, quindi, la vivacità dei colori, la loro resistenza e la loro forma quando sottoposti a sollecitazioni quali calore, umidità, luce o agenti aggressivi come acidi, basi o gas. Pensate al loro impiego nell’arte, nell’ambito della medicina estetica o nella costruzione di protesi.

Quando questi oggetti sono giunti a fine vita, invece, vorremmo che i processi di degradazione fossero talmente veloci ed efficaci da far sparire ogni traccia di quanto dismesso, preferibilmente attraverso processi di mineralizzazione naturali .

I processi di degradazione indotti dall’ambiente sono lenti e tutti sono suscettibili a cambiamenti determinati da degradazioni termiche, fotocatalitiche, ossidative o idrolisi. La biodegradazione di quasi tutti i polimeri segue una sequenza in cui il polimero prima riduce il suo peso molecolare, poi viene convertito in monomeri ed infine i monomeri sono mineralizzati.

E’ importante sottolineare che molti dei polimeri di origine sintetica sono refrattari alla biodegradazione e ciò permette il loro impiego in settori molto particolari (medicina, aereonautica, robotica, etc) ma al tempo stesso ne rende difficile lo smaltimento: il polistirolo espanso può durare centinaia di anni.

Una risposta concreta al riciclaggio dei materiali polimerici è “costruire” la degradabilità già nella fase di progettazione del prodotto. Progettare un polimero che garantisca la degradazione permette anche il recupero dei monomeri e quindi il loro completo riciclaggio a tutto vantaggio della salvaguardia delle materie prime. In sostanza lo scopo è quello di controllare o modificare la perdita delle caratteristiche meccaniche  o la degradazione riducendo il numero di legami fra le catene polimeriche ad esempio mediante la distruzione dei legami idrogeno o la rottura dei legami. Ovviamente è di fondamentale importanza saper governare tempi e modalità dei meccanismi di degradazione.

Questa è l’idea a cui stanno lavorando, già da tempo, alcuni ricercatori. Per quanto mi riguarda qui in ENEA ho avviato un’attività per il recupero di materiali polimerici basato anche sull’individuazione del “tallone di Achille” del polimero: vi terrò informati.

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