Rifiuti pericolosi nel mare di Ancona? Niente di nuovo.

Una gomma da masticare gettata nel mare dura 5 anni, una lattina di alluminio 500 anni, un sacchetto di plastica 1000 anni. Perfino il torsolo di una mela gettato da una barca può galleggiare fino a sei mesi prima di degradarsi, figuriamoci i rifiuti speciali rinvenuti in un tratto di mare antistante la costa di Ancona. Ma a pensarci bene il mare è stato da sempre considerato una pattumiera ideale per eliminare qualsiasi rifiuto senza pagare lo smaltimento legale. Per molti anni gli oceani sono stati utilizzati, con il consenso degli organi internazionali, per smaltire rifiuti industriali inclusi quelli radioattivi. Nel 1958 la Conferenza delle Nazioni Unite comincia a pensare di regolamentare l’affondamento in mare dei rifiuti radioattivi (IAEA Safety Series n°5, Radioactive Waste Disposal into the sea). Solo agli inizi degli anni 70 si arriva ad una lista di rifiuti “black” e “grey” (Conferenza di Londra 1972), ad esempio i rifiuti radioattivi ad alta attività (prevalentemente i prodotti di fissione derivati dal riprocessamento del combustibile nucleare) vennero definiti “black” e quindi ne venne proibito l’affondamento. I rifiuti a media e bassa attività vennero invece definiti “Grey” quindi, seguendo le indicazioni dell’IAEA (inertizzazione con cemento), ne venne consentito l’affondamento. Comunque fino al 1982 i paesi occidentali hanno smaltito in mare parte dei loro rifiuti radioattivi. L’Unione Sovietica ha continuato a gettare in mare sia l’alta attività che la bassa attività anche dopo il crollo del muro di Berlino (IAEA Bulletin 2/1994). Dal 1996 dovrebbe essere vietato scaricare in mare (legalmente) qualsiasi tipo di rifiuto. Chissà quanti fusti di rifiuti e, soprattutto, quante navi piene di rifiuti pericolosi sono state affondate nei nostri mari anche dopo la moratoria. La foto che vedete ritrae la EDEN V arenatasi sulla spiaggia di Lesina: una vicenda piena di misteri ancora irrisolti.

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