Vuoi tu prendere come tuo legittimo sposo un pirogassificatore?!

Un viaggio verso la scoperta della legalità sostenibile non può non passare attraverso la Valle d’Aosta che si è resa protagonista di un evento importantissimo per chi crede nella crescita sostenibile del proprio Paese. Un evento passato quasi inosservato per via delle notizie primarie.

Invece in Valle d’Aosta hanno votato su un referendum con questo quesito: Volete che sia approvata la proposta di legge regionale di iniziativa popolare n. 177/XIII, recante “Modificazione alla legge regionale 3 dicembre 2007, n. 31 (Nuove disposizioni in materia di gestione dei rifiuti)“. Ho sottolineato la parola volete perchè ha un suono strano e meraviglioso quando si parla di norme.

Il disegno di legge sottoposto all’attenzione del popolo valdostano prevede un solo articolo: Modificazione all’articolo 7) :1. Il comma 5 dell’articolo 7 della legge regionale 3 dicembre 2007, n. 31 (Nuove disposizioni in materia di gestione dei rifiuti), è sostituito dal seguente:

“5. In considerazione delle ridotte dimensioni territoriali della regione e dei limitati quantitativi di rifiuti prodotti, in  conformità agli obiettivi di cui all’articolo 10, comma 1, al fine di tutelare la salute e di perseguire criteri di economicità, efficienza ed efficacia, nel ciclo integrato dei rifiuti solidi urbani e dei rifiuti speciali non pericolosi, non si realizzano né si utilizzano sul territorio regionale impianti di trattamento a caldo quali incenerimento, termovalorizzazione, pirolisi o gassificazione.
Quasi il 49% dei votanti andati alle urne ha detto si alla modifica; probabilmente ha detto si ad una gestione diversa dei rifiuti.
Quindi niente pirogassificatore in Valle d’Aosta.
Questo è un esempio di legalità sostenibile; quando la norma diventa cosa di tutti e non imposizione.

D’altra parte un paese di choosy  non si accontenta facilmente.

Chi inquina paga…ma a che costo?

Come in un film, il cattivo (o se vogliamo, l’antieroe) finalmente paga per le sue azioni. E’ di ieri la notizia che la compagnia petrolifera BP ha accettato di pagare una multa di 4,5 miliardi di dollari con un accordo con il Dipartimento della giustizia americano riguaradante le accuse  per il disastro della piattafroma Deepwater Horizon nell’aprile 2010 e la conseguente marea nera nel Golfo del Messico. Mi sembra il minimo.

Nell’ambito dell’accordo, BP si dichiara colpevole dei capi d’accusa di cattiva condotta o negligenza legati alle 11 vittime dell’esplosione del Deepwater Horizon e di un capo di accusa per infrazione nell’ambito del Clean Water Act (la norma primaria federale degli Stati Uniti che disciplina l’inquinamento delle acque).

L’incidente causato dall’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico del 2010 ha provocato danni ambientali non ancora risolti e difficili da quantificare.

Ma quello del Golfo del Messico non è l’unico disastro ambientale di proporzioni devastanti che la storia conosce.

Ricordiamo che nel 2010 un tribunale distrettuale di Bhopal, in India, ha emesso la sentenza definitiva sul disastro industriale tuttora considerato più grave della storia, quello avvenuto in una fabbrica chimica installata a Bhopal per la produzione di pesticidi, nel maggio 1980, dalla multinazionale americana Union Carbide. Un investimento industriale fallimentare  che portò alla interruzione della produzione solo un anno dopo ma con una giacenza di 63 tonnellate di isocianato di metile, un componente che a contatto con l’acqua sprigiona un gas letale. Le vasche in cui la sostanza viene conservata devono essere costantemente refrigerate, ma nell’autunno 1983 gli impianti di sicurezza vengono disattivati, la manutenzione ordinaria sospesa, e spenta anche la fiamma pilota di sicurezza della torre di combustione.  Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre dello stesso anno, un certo quantitativo d’acqua finì nel deposito di isocianato di metile, provocando un’esplosione e la trasformazione della sostanza da liquida a gassosa. La torre di combustione, se funzionante, avrebbe potuto bruciare il gas, ma dato che la fiamma era spenta, la forte pressione fece saltare l’impianto, proiettando il gas verso la bidonville intorno alla fabbrica.

In Italia ricordiamo il disastro ambientale del fiume Lambro ancora senza colpevoli.

Ma non solo fiumi; in Italia sono centinaia i terreni contaminati e lasciati lì in attesa di bonifiche, ma chi paga il prezzo per i disastri e per i danni alle persone e alle cose? Quello dell’Ilva è il caso più eclatante, ma ci sono ettari di terreno avvelenati per discariche abusive o tenute male o per interramento di rifiuti pericolosi.

Ma basta solo il risarcimento del danno (quando è evidente che il ripristino della zona non è possibile)?

La normativa sul danno ambientale sia nazionale, ma soprattutto comunitaria è fondamentale; la possibilità di far pagare chi ha generato gli eventi dannosi, piuttosto che far ricadere i costi sulla collettività, è un riconoscimento che non può venir meno. Ma non basta. Non basta perchè il più delle volte il costo del disastro non è quantificabile e comporta variazioni dello stato naturale dell’habitat e delle specie vegetali e animali che ci vivono (se sopravvissute al disastro) che compromettono la loro stessa sopravvivenza. Per non parlare dei danni alle persone.

Quindi sentenze come quella a carico della BP devono essere sia esaltazione del principio del chi inquina paga, sia monito per tutti di una adozione dei principi di prevenzione e precauzione.

Una tassa che ci piace

Avevamo esultato nel marzo scorso quando il Governo aveva inserito  le tassazioni ambientali (tra cui la c.d. carbon tax) nel disegno di legge sulla delega fiscale; ne abbiamo seguito i lavori per poi scoprire che l’articolo 14 in questione è stato stralciato durante i lavori alla Camera. Fortunatamente la norma è stata recuperata in Senato con un emendamento, con l’obiettivo di destinare gli introiti questa volta, ”prioritariamente a ridurre la tassazione sui redditi, in particolare sul lavoro” e quindi al ”finanziamento delle tecnologie a basso contenuto di carbonio, nonche’ alle fonti di energia rinnovabili”.

Ma perchè queste tassazioni sono importanti?

Non dimentichiamo che abbiamo il numero 20 che incombe sulle nostre teste e che dopo l’età dell’oro per le rinnovabili è cominciata l’età della pietra (che è sempre meglio del carbone).

Le green taxes e le carbon taxes sono finalizzate a ridurre l’impatto ambientale delle attività di produzione e consumo, correggendo i comportamenti che determinano esternalità negative sull’ambiente in termini di sfruttamento delle risorse naturali o di inquinamento. Queste imposte possono incentivare l’uso di tecnologie innovative e generare nel medio periodo, vantaggi in termini di crescita guidata dalla green economy. Il gettito derivante dall’introduzione della Carbon Tax  (ad esempio) sarebbe destinato al finanziamento del sistema di incentivazione delle fonti rinnovabili eliminando gradualmente dalla bolletta l’onere per le rinnovabili.

E’ comprensibile il timore in questo periodo di lacrime e sangue, soprattutto se la notizia viene data come: il Governo introduce una nuova tassa… e basta.

In realtà, nell’idea della Commissione Europea e come ha spiegato lo stesso Ministro dell’ambiente, quelle ambientali sono misure finalizzate a spostare la tassazione dal lavoro al costo dell’ambiente e cioè di far pagare il costo ambientale a chi inquina e questo corrisponde al principio ‘chi inquina paga’”. In sostanza (si spera) dalla tassazione ambientale non conseguiranno aumenti di pressione fiscale, in quanto la fiscalità ambientale è finalizzata alla redistribuzione del carico fiscale esistente e alla revisione del finanziamento degli interventi per le fonti rinnovabili.

La Commissione Europea ha indicato proprio le imposte ambientali tra gli strumenti in grado di attuare una redistribuzione virtuosa della composizione del prelievo con impatto positivo sulla crescita, al fine di migliorare la qualità del prelievo tributario negli stati membri.

In tal modo si soddisfano l’esigenza di generare introiti, ma anche la necessità di influenzare il comportamento dei consumatori e delle imprese.

Non si può quindi non sperare nell’introduzione effettiva di queste nuove tasse e nella applicazione conforme alla loro natura.

 

 

 

Into the waste

La Campania perde il primato per l’emergenza rifiuti e cede la maglia nera al Lazio. Nel Lazio, ha affermato Clini, per l’emergenza rifiuti c’è una situazione che è “diversa dalla situazione campana, che appariva peggiore ma in quella regione abbiamo degli interlocutori. La Campania sembrava peggio“. Sembrava. “In realtà – spiega il ministro – pur vivendo una situazione non semplice, lì ci sono degli interlocutori che hanno valutazioni diverse tra loro, ma interlocutori che stanno operando”.

E quindi? Cosa fare? Commissariamento?
Negli altri Paesi, su questioni di vitale importanza come la tutela dell’ambiente, tutte le forze politiche convergono e partecipano alla progettazione di un futuro (e di uno sviluppo) sostenibile.
Da noi, burocrazia e ideologia delle emergenze. La nostra situazione dei rifiuti è una perenne emergenza “contrastata” dal nostro legislatore con una normativa disorganica, decontestualizzata legata più al bisogno/capriccio del legislatore di turno che all’obiettivo di organizzare sistematicamente la disciplina.
La perenne emergenza impedisce una crescita sostenibile e lo sfruttamento economico del rifiuto. Ma non solo, le situazioni di emergenza (sia vere che fittizie) nascono dalla mancata attuazione della normativa comunitaria che ha portato e porta a procedure d’infrazione.
Si pensi al caso Malagrotta, più volte oggetto di monito da parte della Commissione europea. La direttiva sulle discariche stabilisce che i rifiuti devono subire “processi fisici, termici, chimici o biologici, inclusa la cernita, allo scopo di ridurne il volume o la natura pericolosa e di facilitarne il trasporto o favorirne il recupero”. I rifiuti di Malagrotta sarebbero stati interrati senza essere trattati, ma solo sminuzzati.
L’Unione europea con la direttiva sopra citata (99/31/CE) ha stabilito che in discarica devono finire solo materiali a basso contenuto di carbonio organico e materiali non riciclabili: in altre parole, dando priorità al recupero di materia, la direttiva prevede il compostaggio ed il riciclo quali strategie primarie per lo smaltimento dei rifiuti.

Attualmente lo smaltimento in discarica in Italia è il principale metodo di eliminazione dei rifiuti, in quanto è semplice ed economico. Dal punto di vista dell’emissione in atmosfera di gas responsabili dei cambiamenti climatici, le discariche per rifiuti non pericolosi e quelle per rifiuti pericolosi risultano nocive se il rifiuto non viene preventivamente trattato e/o differenziato (come spesso capita). È infatti scientificamente provato dall’organizzazione internazionale sui cambiamenti climatici, IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) che i rifiuti in discarica causano emissioni ad alto contenuto di metano e di anidride carbonica, due gas serra molto attivi; una moderna discarica deve pertanto prevedere sistemi di captazione di tali gas (in particolare il metano, che può essere usato anziché disperso in atmosfera).
Ma il nostro d.lgs 36/2003 e la relativa norma tecnica sono così chiari? Abbiamo una quantità infinita di norme sul trasporto dei rifiuti (mancano solo le norme sulle prove psico-attitudinali del buon trasportatore), ma forse c’è carenza di prescrizioni sul trattamento del rifiuto e così si sminuzza. Per la serie meglio la strada più breve!
Ma non solo questo. La raccolta differenziata è a dir poco inesistente e la gestione integrata dei rifiuti si sta dimostrando fallimentare per via della sua complessità: ambiti territoriali non proprio ottimali; mancato raggiungimento della sperata autosufficienza degli ambiti stessi. Inoltre la creazione e la quasi immediata soppressione delle autorità d’ambito ha portato ad un blocco degli affidamenti delle gestioni, già caricati del peso del 23 bis e del referendum, il tutto mentre i vari enti discutono, creano tavoli e conferenze, per stabilire chi deve svolgere le funzioni delle soppresse autorità (si ricorda che l’art. 2, comma 186-bis, della Legge 23 dicembre 2009 n. 191, ha soppresso le Autorità d’ambito   di cui agli artt. 148 e 201 del d. lgs. 152/2006 demandando alle Regioni il compito di attribuire le funzioni già esercitate dalle Autorità).

Il risultato è il caos totale. I rifiuti si sotterrano illegalmente o si bruciano: terre di veleni e di fuochi. A nulla vale la pronuncia della Corte di Strasburgo che ha riconosciuto una violazione dei diritti umani nella vita insalubre tra i rifiuti.

Petrolio: un affidamento “incondiviso”

Energia, petrolio, strategie, denaro, royalties… figli di tutti ma affidati ad un unico genitore. È questo l’obiettivo dell’attuale governo che con il suo progetto sta tentando di riaffidare l’intera materia allo Stato (si pensi al disegno di riforma costituzionale del titolo V).

Nonostante il Pacchetto clima-energia, nonostante l’impegno vantato per favorire lo sviluppo delle rinnovabili, è in atto una guerra legale e normativa per accaparrarsi l’oro nero che finirà con le ormai consuete sentenze costituzionali. Come tutte le guerre non ci sono eroi e vincitori, solo sconfitte: delle Regioni, della popolazione e persino dello Stato che inconsapevolmente danneggia se stesso sia sotto l’aspetto ambientale sia per i cattivi riflessi sulla fiducia della popolazione. È emblematico il caso della Basilicata, regione ricca di petrolio e di bellezze naturali, ma con un livello di povertà tra i più alti d’Italia.

Mentre a livello nazionale si celebrano i 50 anni dalla morte di Mattei, il Governo ha depositato il ricorso avverso la legge della regione Basilicata n. 16/2012 che contiene la c.d. moratoria sulle perforazioni. La misura, inserita nell’art. 37 della legge di Assestamento del Bilancio avente ad oggetto “Provvedimenti urgenti in materia di governo del territorio e per la riduzione del consumo del suolo” dispone che la Regione Basilicata nell’esercizio delle proprie competenze in materia di governo del territorio ed al fine di assicurare processi di sviluppo sostenibile, a far data dall’entrata in vigore della norma non rilascerà l’intesa, prevista dall’art. 1, comma 7, lettera n) della legge 23 agosto 2004, n. 239, di cui all’accordo del 24 aprile 2001, al conferimento di nuovi titoli minerari per la prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi. Come era prevedibile il Governo ha impugnato questa disposizione per violazione dell’art. 117 della Costituzione. Come noto, la legge 239/2004 stabilisce che le determinazioni inerenti la prospezione, la ricerca e la coltivazione di idrocarburi sono esercitate dallo Stato, d’intesa con le Regioni interessate. La moratoria petrolifera lucana dispone che la Regione Basilicata non rilascerà tale intesa, incappando non solo nella palese incostituzionalità della disposizione, in contrasto con la normativa nazionale vincolante, ma anche nella inutilità della norma stessa poiché l’art. 38 del decreto sviluppo stabilisce che in caso di mancata espressione da parte delle amministrazioni regionali degli atti di assenso o di intesa, il Governo procederà egualmente al rilascio.

Qualunque sia il destino della moratoria lucana (anche se è prevedibile), analizzando tutte le vicende normative e giurisprudenziali degli ultimi mesi, è chiaro il piano di accentramento per il governo dell’energia messo in atto dall’attuale governo, che non si lascia certo sfuggire l’affidamento assoluto del petrolio.

Per quanto riguarda l’art. 38 del decreto sviluppo, così come impostato attualmente, in caso di impugnazione dinanzi alla Corte Costituzionale (come prospettato da diverse regioni, tra cui la Basilicata) potrebbe non sopravvivere in virtù dell’attuale impostazione dell’art.117 della Costituzione, ma si ricorda che tra i piani del Governo c’è la riforma del Titolo V della Costituzione.

A questo punto è lecito chiedersi come mai il mondo intero punta all’energia da fonti rinnovabili con azioni concrete, mentre l’Italia allenta ancora le briglie a favore di chi ha interesse a mantenere le fonti fossili?

 

Semplificando si …impara

Come noto il Governo è tornato a “semplificare”. Dopo anni di bulimia normativa e burocratica, ora c’è bisogno di eliminare norme e semplificare procedure (si veda articolo su Rinnovabili.it).

Quello che subito si nota dalla lettura del disegno di legge, per quanto riguarda la normativa ambientale, è la stretta connessione con i recenti fatti di cronaca nazionale.

Si semplificano le procedure per l’AIA e per le bonifiche dei siti inquinati, ed è facile notare un legame con il caso Ilva. Forse l’intento è quello di evitare che i siti da bonificare rimangano abbandonati ed inattivi, aggravando i danni economici ed ambientali.

Si semplifica la Valutazione di impatto ambientale, in particolare in riferimento al regime pubblicitario, prevedendo la pubblicazione del provvedimento solo sul sito web dell’autorità competente. Sarà sicuramente uno snellimento della procedura, ma non sembra infondato il sospetto di un legame con l’esito delle note sentenze del Tar Lazio sulle trivellazioni nel mar Adriatico che hanno hanno annullato i provvedimenti che permettevano la ricerca di idrocarburi perché non vi era stata la pubblicazione su un quotidiano locale pugliese (si veda articolo su Rinnovabili.it).

Non legate alla cronaca, ma ad effettive esigenze di semplificazione, sono le norme in materia di rifiuti agricoli. Si pensi al già penalizzato imprenditore agricolo che deve adempiere a tutte le  norme in materia di rifiuti: Sistri (se sopravviverà), trasporto, deposito, registri di ogni sorta, smaltimento e così via. Ciò che forse il legislatore non conosce è la vera realtà agricola; gran parte degli imprenditori agricoli producono una quantità minima di rifiuti (sicuramente inferiore rispetto a quella dei rifiuti domestici) sproporzionata rispetto alla quantità di norme applicabili.

C’è ancora la questione del silenzio in materia di permesso di costruire in aree vincolate : è forte il timore di un “favoreggiamento” all’abuso edilizio o di un vero e proprio “condono”.

Infine un cenno alla norma in materia di terre e rocce da scavo. Ad agosto è stato emesso il decreto che disciplina la materia: non ci potevano pensare prima? Significa semplificare fare un decreto sui grandi cantieri ed inserire la norma sui piccoli cantieri in un altro provvedimento-contenitore?

Ecologia è Partecipazione

A world you like. With a climate you like” è il nome della campagna di comunicazione della Ue ma è anche un ottimo punto di partenza per la scoperta della legalità sostenibile.

Con la propria campagna l’UE incentra su soluzioni pratiche il dibattito sui cambiamenti climatici con il nobile intento di dimostrare che l’azione per il clima può aumentare il benessere dei cittadini europei e portar loro vantaggi economici. La campagna è concepita come una piattaforma per la partecipazione (che sfrutta finalmente i social network) attraverso la quale chiunque potrà promuovere e discutere le proprie soluzioni a basse emissioni di CO2.

Non sarebbe male vedere applicata alla Stazione Termini di Roma la tecnologia della stazione centrale di Stoccolma che converte il calore corporeo dei pendolari e lo utilizza per riscaldare uffici; oppure rendere autosufficienti i nostri disastrati edifici scolastici sfruttando l’energia solare (e se lo fanno in Danimarca!) ed investire il denaro risparmiato nell’istruzione, che ne ha veramente bisogno.

Ma non solo. Il mondo che ci piace, con il clima che ci piace è uno slogan che sottintende la partecipazione democratica alle politiche ambientali dell’Unione Europea. Non è semplice ideologia astratta, è uno strumento

Qualunque sia lo scopo dell’ Unione Europea e a prescindere dalla campagna, ognuno di noi ha il diritto/dovere di conoscere, di partecipare alle scelte in materia ambientale. Sembra scontato, ma non è così. Spesso le scelte più importanti legate alle questioni ambientali, come decisioni divine, arrivano dall’alto sulla popolazione causando il più delle volte scontenti ed allarmismo. Riconoscere l’interdipendenza tra le esigenze di tutela ambientale e il diritto all’informazione è forse la prima regola della legislazione ambientale.  Diventa necessario informare e coinvolgere la collettività nelle decisioni che investono il territorio per i governi e le amministrazioni che intendono affrontare efficacemente i problemi ambientali e perseguire uno sviluppo economico e sociale sostenibile.

È dal rapporto Brundtland (1987) che abbiamo iniziato a sentir parlare di informazione ed educazione ambientale intesa come strumento per la promozione di sistemi di vita e di produzione sostenibili al fine di garantire un uso delle risorse distribuito equamente tra i popoli e le generazioni presenti e future. Far conoscere è responsabilizzare. Campagne di partecipazione alla gestione del territorio mettono il cittadino di fronte alla scelta: “possiamo agire sulla base delle conoscenze che già sono a nostra disposizione in materia di cambiamenti climatici. Oppure possiamo restare a guardare senza muovere un dito, mentre le cose peggiorano. Entrambe le opzioni hanno un costo” ha dichiarato Connie Hedegaard, commissaria europea all’azione per il clima.

Ed ecco da cosa parte il viaggio alla scoperta della legalità sostenibile: pretendere l’informazione, partecipare e responsabilizzarsi. Con la convinzione che  “l’ uomo apprezza e acquista quando è viaggiatore” (Strategia della Paura, Krikka Reggae).

Chi sono

Maria Grazia Laurenzana

Avvocato specializzato in diritto ambientale. Ebbene si, esiste anche questo! Quando mi chiedono: “sei un avvocato civilista o penalista?”, io rispondo “ambientale”, e poi…silenzio! I più coraggiosi mi chiedono “sarebbe?”. Io ho scoperto l’esistenza del diritto ambientale quando ho dovuto abbandonare, ancor prima di cominciare, l’idea di fare l’attivista perché non ne sono capace. Allora mi sono chiesta come faccio ad unire la mia passione al mio lavoro? ed ecco la risposta: il giurista ambientale. Non tutti sanno, se non gli addetti ai lavori, che le questioni o le norme ambientali possono trovarsi ovunque (non solo quando si parla di scioglimento dei ghiacciai o di inquinamento delle acque): nelle liti condominiali, nei processi di lavoro, nella costruzione di una casa…ed io, insieme ad altri mancati attivisti, ne ho fatto il mio lavoro.Scoprire la legalità ambientale, comprenderla (spesso con estrema difficoltà) ed applicarla significa dare il proprio contributo ad una crescita sostenibile. È un percorso tortuoso nel quale si incontrano legislatori iperattivi, giudici disperati, opinionisti di ogni sorta, ma come ogni percorso, porta sempre da qualche parte.