Chi inquina paga…ma a che costo?

Come in un film, il cattivo (o se vogliamo, l’antieroe) finalmente paga per le sue azioni. E’ di ieri la notizia che la compagnia petrolifera BP ha accettato di pagare una multa di 4,5 miliardi di dollari con un accordo con il Dipartimento della giustizia americano riguaradante le accuse  per il disastro della piattafroma Deepwater Horizon nell’aprile 2010 e la conseguente marea nera nel Golfo del Messico. Mi sembra il minimo.

Nell’ambito dell’accordo, BP si dichiara colpevole dei capi d’accusa di cattiva condotta o negligenza legati alle 11 vittime dell’esplosione del Deepwater Horizon e di un capo di accusa per infrazione nell’ambito del Clean Water Act (la norma primaria federale degli Stati Uniti che disciplina l’inquinamento delle acque).

L’incidente causato dall’esplosione della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon nel Golfo del Messico del 2010 ha provocato danni ambientali non ancora risolti e difficili da quantificare.

Ma quello del Golfo del Messico non è l’unico disastro ambientale di proporzioni devastanti che la storia conosce.

Ricordiamo che nel 2010 un tribunale distrettuale di Bhopal, in India, ha emesso la sentenza definitiva sul disastro industriale tuttora considerato più grave della storia, quello avvenuto in una fabbrica chimica installata a Bhopal per la produzione di pesticidi, nel maggio 1980, dalla multinazionale americana Union Carbide. Un investimento industriale fallimentare  che portò alla interruzione della produzione solo un anno dopo ma con una giacenza di 63 tonnellate di isocianato di metile, un componente che a contatto con l’acqua sprigiona un gas letale. Le vasche in cui la sostanza viene conservata devono essere costantemente refrigerate, ma nell’autunno 1983 gli impianti di sicurezza vengono disattivati, la manutenzione ordinaria sospesa, e spenta anche la fiamma pilota di sicurezza della torre di combustione.  Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre dello stesso anno, un certo quantitativo d’acqua finì nel deposito di isocianato di metile, provocando un’esplosione e la trasformazione della sostanza da liquida a gassosa. La torre di combustione, se funzionante, avrebbe potuto bruciare il gas, ma dato che la fiamma era spenta, la forte pressione fece saltare l’impianto, proiettando il gas verso la bidonville intorno alla fabbrica.

In Italia ricordiamo il disastro ambientale del fiume Lambro ancora senza colpevoli.

Ma non solo fiumi; in Italia sono centinaia i terreni contaminati e lasciati lì in attesa di bonifiche, ma chi paga il prezzo per i disastri e per i danni alle persone e alle cose? Quello dell’Ilva è il caso più eclatante, ma ci sono ettari di terreno avvelenati per discariche abusive o tenute male o per interramento di rifiuti pericolosi.

Ma basta solo il risarcimento del danno (quando è evidente che il ripristino della zona non è possibile)?

La normativa sul danno ambientale sia nazionale, ma soprattutto comunitaria è fondamentale; la possibilità di far pagare chi ha generato gli eventi dannosi, piuttosto che far ricadere i costi sulla collettività, è un riconoscimento che non può venir meno. Ma non basta. Non basta perchè il più delle volte il costo del disastro non è quantificabile e comporta variazioni dello stato naturale dell’habitat e delle specie vegetali e animali che ci vivono (se sopravvissute al disastro) che compromettono la loro stessa sopravvivenza. Per non parlare dei danni alle persone.

Quindi sentenze come quella a carico della BP devono essere sia esaltazione del principio del chi inquina paga, sia monito per tutti di una adozione dei principi di prevenzione e precauzione.

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