Siti di Disinteresse Nazionale

In attesa di conoscere nel dettaglio il decreto che riduce il numero dei siti di interesse nazionale, è interessante vedere cosa dice la Commissione bicamerale di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, nella sua relazione sullo stato dell’arte delle bonifiche in Italia.

Ci ricorda in primo luogo come i recenti dati della European Enviromental Agency (EEA) abbiano mostrato che la contaminazione del suolo derivante da attività industriali, stoccaggio di rifiuti, attività minerarie, perdite da serbatoio e linee di trasporto degli idrocarburi, rappresentino una delle più importanti minacce dell’ambiente.

I SIN (mega-siti contaminati) ad oggi individuati dal Ministero dell’Ambiente sono 57, all’interno dei quali ricadono le più importante aree industriali del paese (tra cui i petrolchimici di Porto Marghera e Brindisi, o le aree urbane e industriali di Napoli orientale o della più famosa Taranto). Ma le aree da bonificare non si riducono a questi mega-siti; i siti inquinati o potenzialmente tali, sono più numerosi di quanto possa sembrare. Una regione piccola e poco industrializzata come la Basilicata ha conteggiato 316 siti potenzialmente contaminati.

Ogni regione dovrebbe avere un database sulle bonifiche; un’anagrafe dei siti contaminati con l’elenco dettagliato delle operazioni effettuate.

La commissione ricorda come dietro al traffico dei rifiuti e dietro alle bonifiche ci sia un vero e proprio business illegale. Sottolinea come i costi di bonifica siano assai onerosi e a carico dell’economia pubblica in barba al  principio di chi inquina paga. Di questo spesso ne approfittano aziende di derivazioni illecite, come dimostrano diverse inchieste giudiziarie. Mi piace ricordare, mettendo il c.d. dito nella piaga, la soluzione trovata dal Ministro Prestigiacomo: il Sistri. Come può un sistema così farraginoso incentivare la gestione legale dei rifiuti?

Dei 57 SIN, 12 sono stati dichiarati in stato di emergenza; quindi dei maxi-siti super inquinati; ricordiamo il bacino dei fiume Sarno la cui emergenza è cominciata solo nel 1995 oppure le aree minerarie del Sulcis o la laguna di Venezia.

Riguardo alle problematiche sanitarie, lo studio Sentieri ha valutato la mortalità della popolazione residente in 44 siti di interesse nazionale per un periodo di otto anni. Vi è grande variabilità dei siti esaminati per la densità demografica, per le caratteristiche della contaminazione ambientale, per lo stato di avanzamento delle opere di bonifica e risanamento industriale. Anche il quadro di mortalità è diversificato. La mortalità osservata per tutte le cause e per tutti i tumori supera quella media della regione di appartenenza in 24 siti su 28. E’ stato accertato l’aumento della mortalità per mesiotelioma pleurico nei siti caratterizzati da presenza di amianto (come Casale Monferrato); in altri casi si sono osservati casi di incrementi di mortalità per tumore polmonare nelle popolazioni residenti in siti contaminati da poli siderurgici (Taranto!) e petrolchimici (Porto Torres!).

A parte ogni considerazione in merito alla tutela della salute, ciò che emerge dalla relazione della Commissione è che il quadro sulla gestione e sull’avanzamento della bonifica dei siti inquinati è tutt’altro che chiaro. Oltre alla certezza numerica dei 57 siti di interesse nazionale, che a breve verrà meno, non è possibile stimare con certezza quanti siti contaminati vi sono in Italia. Lo stato di avanzamento delle opere di bonifica è lento e le cause sono varie.

Mancano le risorse economiche, anche se un programma nazionale per la bonifica dei SIN  prevedeva 3 miliardi di euro. Oggi si sono perse le tracce sia del programma che dei tre miliardi.

Dietro ogni sito inquinato c’è quasi sempre un reato ambientale e non sono rari i casi di connivenza degli organi controllori; per cui ogni procedimento di bonifica è accompagnato da un procedimento giudiziario.

Ad ogni sito contaminato corrisponde un danno ambientale di difficile quantificazione e di difficile ristoro. Si scrivono interi volumi sulla inadeguatezza degli strumenti tradizionali alle  problematiche ambientali e il danno ambientale ne è l’esempio più significativo.

Ma i problemi delle bonifiche riguardano anche il destino dei terreni contaminati: dove vanno messi? cosa farne una volta prelevati? il rischio è che vengano sotterrati illecitamente in un altro luogo.

E poi c’è la migliore amica delle nostre istituzioni: la burocrazia. Migliaia di conferenze di servizi, tonnellate di carta e fiumi di parole sprecate mentre una buona parte del nostro territorio è inutilizzabile, economicamente svantaggiosa e insalubre.

Quindi cosa fare?

La Commissione non sembra dare grandi risposte, se non confidare nell’opera degli organi di controllo e in un auspicabile snellimento dell’iter burocratico.

Senza cadere nella retorica, forse sarebbe necessaria una riclassificazione delle priorità e una riqualificazione del ruolo di un territorio salubre. Se vogliamo ragionare in termini economici pensiamo a quanto sia dispendioso continuare a mantenere territori contaminati.

Forse l’importanza di interventi di bonifica e riqualificazione dei siti inquinati viene sottovalutata? io non riesco a spiegarmi tutta questa inerzia.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


*